Howlin’ Wolf: “The London Howlin’ Wolf Sessions” (1971) – di Maurizio Celloni

Nel bel mezzo di una ordinaria giornata passata con il mio nipotino di quattro anni, metto sul piatto “The London Howlin’ Wolf Sessions” (1971): il piccolo tra un gioco e l’altro emette ululati, forse ispirati da un qualche cartone animato. Howlin’ Wolf si materializza davanti a me, con la stessa modulazione e trasporto, nelle inconsapevoli fantasie di un bimbo tenero, ma dal carattere volitivo come quello del Bluesman. La prospettiva di avere per nipote la reincarnazione bianca del “Lupo Ululante” forse è eccessiva, tuttavia la curiosità di vederne le reazioni all’ascolto di Smokestack Lightnin’ è irresistibile: il piccolo al sentirne l’ululato, con grande naturalezza lo riproduce uguale, con la stessa tonalità e sinuosità. D’altronde tra lupi ci si capisce. Chester Arthur Burnett (Howlin’ Wolf) nasce il 10 giugno 1910 a West Point nel Mississippi, figlio del mezzadro LeonDockBurnett e di Gertrude Jones, cuoca e cameriera. Il neonato di casa Burnett fu chiamato Chester Arthur in onore del ventunesimo Presidente degli Stati Uniti, Chester Alan Arthur che, prima di ricoprire l’importante carica, si era battuto, giovane avvocato, per rimuovere la segregazione dai mezzi pubblici. Non ebbe un’infanzia facile, trovandosi abbandonato dalla madre, dopo la separazione dal padre, a vagare scalzo per le lande infinite del Delta. Lo zio, Will Young, lo accolse in casa sottoponendolo a continue umiliazioni e a lunghe e faticose ore di lavoro nei campi. Il soprannome “Howlin’ Wolf” lo mutuò dal nonno materno che lo spaventava quando combinava qualche marachella, rincorrendolo ululando come il lupo di Cappuccetto Rosso.
Nel luogo sperduto dove andò a vivere poco più che adolescente, dopo la fuga dallo zio sfruttatore, ricongiungendosi con il padre, scoprì un musicista che lo affascinava. Nelle vicinanze della sua dimora si trovava la piantagione Dockery, la mecca del Blues rurale, e quel musicista altri non era che Charley Patton, grande chitarrista e cantante del Country Blues delle origini. Patton fu prodigo di insegnamenti, consigli e incoraggiamenti verso l’adolescente Wolf. Qualche anno dopo, trasferitosi con il padre in Arkansas, sua sorella Mary sposò Rice Miller (Sonny Boy Williamson II). Ebbe quindi l’occasione di approfondire lo studio dell’armonica con uno dei più grandi e innovativi maestri di questo strumento. Forte di questi proficui incontri e dotato di una voce potente e cavernosa, collaborò con musicisti del calibro di Robert Johnson, Son House, Willie Brown, Honeyboy Edwards, Johnny Shines e Jimmy Rogers. Nel 1971 il vecchio Wolf, che si portava appresso i suoi 61 anni, aveva percorso con successo la decade 19501960, divenendo una star del Blues di Chicago, arrivando a fare concorrenza a mister Muddy Waters. Al pari di quest’ultimo, elettrificò gli strumenti per rileggere gli stilemi del Delta blues arcaico con più potenza e incisività. Venne poi il periodo del Blues revival dal 1960 al 1970, che lo vide protagonista nei numerosi festival organizzati nelle due sponde dell’oceano.
Ma andiamo con ordine: la vera svolta della carriera di Howlin’ Wolf si presentò intorno alla metà del 1951, con la firma del contratto alla Memphis Recording Service, la sala di registrazione della Sun Records il cui proprietario era Sam Phillips, lo scopritore tra gli altri di mostri sacri quali Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash. Successivamente passò alla Chess Records di Chicago, dove avvenne l’incontro con un altro grande compositore e contrabbassista, responsabile artistico dell’etichetta discografica, tale Willie Dixon. Formò una sua Band nella quale un ruolo importante lo svolse il chitarrista Hubert Sumlin, rimastogli sempre fedele accompagnatore. All’inizio degli anni 70, il Blues non rappresentava oramai la musica dei ghetti neri delle grandi città statunitensi; i giovani neri a quel tempo preferivano il Funky, il Soul e il Rock & Roll, tutti stili figli del Blues, suonati da grandi stars quali James Brown, Otis Redding, Marvin Gaye, supportati da case discografiche di rilievo: la Tamla-Motown e la Stax. Tuttavia in Europa esplodeva la febbre del Blues tra i giovani bianchi del boom economico, del quale raccoglievano solo le briciole, rimanendo spesso soggiogati da un sistema sociale arcaico e fortemente bigotto. Così in Inghilterra, complice la lingua comune che facilitava gli interscambi economici e culturali, anche attraverso l’importazione dei dischi che arrivavano copiosi dall’altra sponda dell’Atlantico, si fece strada con successo il movimento del British Blues dei padri nobili Alexis Korner e John Mayall.
Le loro Band erano fucine di giovani musicisti bianchi formatisi attraverso l’ascolto dei vecchi Maestri neri del Blues del Delta di Chicago, Detroit e Memphis. Quest’ultimi, fiutarono la possibilità di continuare a gioire degli antichi fasti vissuti negli anni precedenti e si riversarono, accolti come stars assolute, in Europa attraverso la porta aperta della “Terra d’Albione“. In questo contesto vivace e fecondo vennero alla luce “The London Howlin’ Wolf Sessions” (Chess/MCA Records 1971) registrate, non a caso, sia da Muddy Waters che da Howlin’ Wolf. D’altronde i Rolling Stones, gli Yardbirds, i Cream e altre Band inglesi ottennero grandi successi suonando i Blues tradizionali del Delta, rivitalizzati con spruzzate di Rock. Quando si presentò l’occasione di accompagnare il Maestro Howlin’ Wolf nella registrazione organizzata dalla Chess negli Olympic Sound Studios a Londra, c’era la fila dei giovani e affermati rockers inglesi che volevano suonare con una autentica icona del Blues. Furono scelti per le sessioni la chitarra di Eric Clapton (Yardbirds e Cream), il pianoforte e l’organo di Steve Winwood (Traffic), il basso di Bill Wyman e la batteria di Charlie Watts (Rolling Stones) oltre al fido Hubert Sumlin alla chitarra ritmica e Jeffrey M. Carp all’armonica, una super Band spettacolare. La leggenda narra che anche Ringo Starr, batterista dei Beatles, ci tenesse ad essere della partita e forse in un brano ci sarebbe lui sul seggiolino dietro a rullante e grancassa (forse nel brano I Ain’t Superstitious?), ma ciò non è chiarito nei credits, ovviamente.
The London Howlin’ Wolf Sessions” non furono esenti da incidenti di percorso, dovuti al forte ego dei giovani rockers e alla cocciutaggine dell’anziano Maestro. La ricostruzione delle tensioni in sala di registrazione è fedelmente riprodotta nelle tracce del disco, quando, con elegante deferenza Eric Clapton chiese a Wolf di mostrare alla band come si dovesse suonare The Red Rooster, mettendo così fine alle incomprensioni. I dodici brani di “The London Howlin’ Wolf Sessions” rappresentano una delle massime espressioni del Blues venato di Rock, al pari del gemello “The London Muddy Waters Sessions”, registrato nell’anno successivo, di cui la rivista si è già occupata. L’iniziale Rockin’ Daddy (Chester Burnett) è spumeggiante e briosa, i musicisti accompagnano il Maestro dimostrando di aver assimilato la lezione del Blues; I Ain’t Superstitious (Willie Dixon) scorre con la fluidità dei fiati che dialogano con la chitarra di Clapton; Sittin’ On Top Of The World (Chester Burnett) suona con la voce rasposa di Wolf che incolla pezzo per pezzo le stanze del Blues; Worried About My Baby (Chester Burnett) risulta fresca come la birra appena spillata; What A Woman! (James Oden) rappresenta un classico del Blues di Chicago con il groove sprigionato attorno ad un singolo accordo ripetuto ma arricchito dall’interpretazione intensa di Wolf; Poor Boy (Chester Burnett) nella quale Wolf mette a buon frutto le lezioni all’armonica di Sonny Boy Williamson II; Built For Comfort (Willie Dixon) è un bel Boogie impreziosito dalla sezione fiati e da un fulminante assolo di Clapton; in Who’s Been Talking? (Chester Burnett) si apprezza la dolcezza dell’organo Hammond di Steve Winwood;
di The Red Rooster (Willie Dixon) abbiamo già parlato a proposito dell’incidente tra Wolf e i giovani accompagnatori, risoltosi magistralmente nella successiva traccia contenente il pezzo in versione riveduta e corretta, sprigionando una incantevole magia. Tutti danno il meglio, a cominciare dalla chitarra di Clapton al pianoforte di Winwood, al drumming spazzolato di Watts fino al basso di Wyman, che traccia una linea continua amalgamando gli strumenti dei colleghi. Uno dei brani più coinvolgenti del disco. Do The Do (Willie Dixon) altro brano scritto da Dixon ma suonato alla maniera di John Lee Hooker è cantato dal “Lupo” con particolare e incisiva timbrica vocale; Highway 49 (Big Joe Wiliams) è un classico Blues nel quale il tono di voce di Wolf si fa quasi confidenziale. Clapton svisa alla grande e la sezione ritmica detta i tempi con particolare precisione armonizzando l’esecuzione. Altro capolavoro! In conclusione troviamo Wang Dang Doodle (Willie Dixon), il celebrato brano riproposto in migliaia di interpretazioni dai migliori musicisti del Blues. La cadenza fortemente sincopata della voce profonda di Howlin’ Wolf lo rende unico e irripetibile. Ed eccolo l’ululato finale che ne rafforza l’unicità. Il mio nipotino rizza le orecchie al richiamo del vecchio capobranco e ricambia il saluto ululando a sua volta, quasi a voler rassicurare Howlin’ Wolf che il Blues non muore se i cuccioli sono aiutati ad elevarsi dal caos dei suoni sfarzosamente arrangiati nei quali sono costretti a crescere … il nonno si assopì all’ombra dell’ultima nota blu.

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