Howlin’ Rain: “The Alligator Bride” (2018) – di Claudio Trezzani

La musica americana da sempre è a forte connotazione geografica, nell’immaginario collettivo ci sono dei luoghi che negli anni hanno dato ai nativi, o comunque a chi ha fatto musica da quelle parti, un suono tipico, un’attitudine ben precisa. Ecco, Ethan Miller e i suoi Howlin’ Rain provengono da San Francisco e da Oakland e la loro musica è quanto di più tipico del suono che il rock ha sempre avuto da quelle parti: psichedelica blues e jam come se non ci fosse un domani. La band appena riformata è arrivata alla quinta fatica discografica (EP e live esclusi) e con questo “Alligator Bride” prosegue il discorso dei precedenti regalandoci sette lunghi pezzi, come appunto si usava qui negli anni 60, divertenti e suonati alla grande. Chitarre acide e lunghe session, un’orgia di suoni che avrebbe fatto felice Timothy Leary… che l’avrebbe potuta usare in una delle sue sedute all’LSD. Il riff iniziale della traccia di apertura, Rainbow Trout, è il classico riff blues che ha dato il via al movimento sfociato nel Monterey Pop Festival del 1967, che la splendida voce di Miller arricchisce e l’acidissimo assolo rende quasi perfetta. Non è certamente la prima band che cerca di recuperare quel sound, ma gli Howlin’ Rain lo fanno con naturalezza e sembrano proprio sapere di cosa “parlano” come se provenissero da quel periodo. Ascoltate la successiva Missouri, quel rock psichedelico, con il basso ipnotico e quel lungo assolo che avrebbe reso orgoglioso Jerry Garcia, che certamente li avrebbe voluti nel suo harem artistico. Speed è la tipica ballad folk rock, una di quelle canzoni che ci ricordano i bei tempi musicali che furono, quasi come fosse tornata la Summer of Love. La voce si incastra alla perfezione con l’avvolgente sapore ipnotico delle chitarre. Splendida. Hai appena finito di ascoltare una bellissima ballad che ne arriva un’altra ma con una connotazione differente, The Wild Boys, sempre solare e “californiana” fino al midollo ma con un appeal da jam session, otto minuti che non pesano, un suono che si fa più rude man mano che si prosegue e le chitarre che si inseguono fino alla fine. La title track è influenzata da un suono dal sapore southern, sempre acido, soprattutto l’assolo, ma con un’attitudine più rock di allmaniana memoria… e anche i cori contribuiscono a rafforzare questa sensazione. Altra ballata folk rock altro piccolo gioiello, In The Evening… inizia acustica e voce ma poi, l’arrivo del resto della band, soprattutto dell’acido riff di chitarra, fa venire alla mente suoni familiari di un’estate che in California sembrano non aver mai davvero abbandonato. Lo splendido disco si chiude con un’altra lunga jam-song psichedelica, Coming Down. L’ispirazione al lavoro dei Grateful Dead è innegabile… altalena di suoni e sensazioni, chitarre che non sentivamo da tempo e la voce di Miller che ci accompagna in questo viaggio che avremmo voluto fare con loro sul prato di Monterey. Bravi. Buon ascolto.

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