How Beats Why: “Blunk” (2016) – di Massimiliano Speri

Avviando la riproduzione di “Blunk” (termine slang che, non a caso, può voler dire sia “sbronzo” sia “strafatto” sia “tutte e due le cose insieme”) si ha l’impressione di essere scaraventati dentro un caleidoscopio rotante a velocità variabile le cui pareti vengono fatte saltare in aria con delle mine giocattolo facendo piovere coriandoli glitter su uno strato di colla vinilica aromatizzata alla frutta avariata: e la cosa pazzesca è che questo frenetico zibaldone di visioni accavallate riesce anche ad essere molto, molto sexy. Ambizioso nella scrittura, fantasioso negli arrangiamenti, rigoroso nelle esecuzioni, pregevole nella produzione, l’atteso sophomore della band romana è una dichiarazione di guerra alla banalità che non rinuncia mai alla piacevolezza dell’ascolto, in un’esaltante miscela di complessità e fruibilità. Dall’attacco del primo brano allo sfumare dell’ultimo, questo disco targato New Sonic Records è irrorato da un’eccellenza rara su tutti i fronti: vasta cultura musicale, impeccabile competenza degli strumentisti, ammirevole consapevolezza nell’uso dello studio di registrazione, misurato gusto anche quando si esagera con gli effetti e si preme sull’acceleratore della stravaganza ritmico-armonica. La miriade di riferimenti che lo abitano denotano un’onnivora tentazione enciclopedica quanto una profonda appartenenza alla contemporaneità, e la quantità/qualità della carne al fuoco è tale da dare le vertigini (il titolo ci aveva avvisati, d’altronde…). Una possibile chiave di lettura della loro musica si può rintracciare proprio nel fascino perversamente allitterante del loro nome (prima fuso in un mostruoso agglomerato consonantico, adesso distribuito in tre più gestibili moncherini): il “come che batte il perché” è in fin dei conti il principio che regola la scienza moderna (dedita ad indagare i meccanismi più che le cause), ma è anche una splendida dichiarazione di anarchia estetica, che trasuda l’insopprimibile bisogno di non porsi argini che anima chi mette in atto i propri obiettivi senza fornire troppe giustificazioni. Non limitandosi a modificare la targa della macchina, l’estroso leader Posho (ex-Dispo) ha deciso di fare tabula rasa anche dei passeggeri: i sintetizzatori imbizzarriti di Nicoletta Nardi al posto della seconda chitarra, i saporiti sassofoni Morphine-iani di Sabrina Coda a solidificare le frequenze basse, il morbido drumming di Francesco “Pit” Pitarra ad amalgamare i frammenti del mosaico, e uno scatenato dispiego di doppie o addirittura triple voci che donano godibili venature rétro al già stratificato pastiche. Il non discorso avviato col notevole predecessore “Pink Pigeon” viene così instradato su nuovi binari, arrotondando certe nodosità math (ancora avvertibili, specie nelle aspre corde dell’istrionico timoniere) ed enfatizzando invece quell’approccio surreale e patafisico al pop che è il vero asso nella manica di questo effervescente progetto. Il risultato è un’opera che guadagna in maturità (e concisione: poco più di 40 minuti, contro gli oltre 50 del precedente) ciò che perde in effetto sorpresa. Le strategie messe in atto per perseguire lo scopo sono innumerevoli e splendidamente contraddittorie nella loro coerenza di fondo: un mastodontico crossover in cui si rincorrono a perdifiato vagiti avant-prog (il jazz-rock di Canterbury e i King Crimson più sanguigni come riferimenti immediati, ma la lista sarebbe lunga), echi dal post-rock più sofisticato (Tortoise e Stereolab in prima linea) quanto da quello all’arma bianca marchiato Touch and Go (dai June Of 44 ai Don Caballero), sontuosità acid jazz (magari più quello “orginal” dei maestri americani, Stevie Wonder e Roy Ayers su tutti, che le innumerevoli derive dei discepoli inglesi), un pizzico di fusion (tra Herbie Hancock e gli Steely Dan), tantissima black music (della specie più imparentata col rock bianco: andiamo quindi dagli irrinunciabili Sly Stone e George Clinton fino all’ultimo D’Angelo, passando per forza di cose attraverso il compianto Prince), la new wave più nobile (obbligatorio citare almeno Talking Heads e XTC), la parola Psichedelia nella sua accezione più vasta… e poi Jim O’Rourke, Beck, Flaming Lips, Battles, Dirty Projectors, Animal Collective, Hot Chip, Deerhoof, Cibo Matto, High Llamas, Fiery Furnaces, Acoustic Ladyland e chissà quanta altra roba frullata senza timore in una gommosa cornice pseudo-fantascientifica, da laboratorio clandestino, un fumetto stralunato a base di colori così saturi da abbagliare, ma ispirato più dall’alcool che dall’acido, in cui a dominare è una divertita passione piuttosto che un freddo intellettualismo. Se il termine zappiano non fosse così fastidiosamente abusato nelle circostanze più inopportune forse l’avrei sfoderato prima: di certo rimane il più efficace riassunto possibile per quella “libertà assoluta” di cui i quattro (che oltre a suonare vivono anche insieme in una sorta di casa-comune simpaticamente ribattezzata “HouseBeatsWhy”) sono quantomai voraci. E’ proprio la title track ad aprire le danze, dinoccolata e sbilenca, un R’n’B cubista con i nervi a pezzi che detona in una polifonia anfetaminica proprio quando scommetteresti in un infarto secco, mentre l’acidula voce di Posho si inerpica ad altezze siderali. Poi arriva Inspiration Radio: un accordo sgranato in odor di Calexico mette in scena un isterico bozzetto caramellato in una glassa ancora calda, prima di sciogliere l’ossessione delle strofe dentro ad un vocoder irresistibilmente sardonico (alcune settimane fa infilai di soppiatto questo pezzo a metà di uno dei dj set più contestati di sempre, e i pochissimi che stavano ballando abbandonarono perplessi la pista: difficilmente una canzone potrebbe ricevere un’investitura migliore…). Wait, Wait, W vomita romanticismo al vetriolo sospinto da un sax baritono che pompa sangue come una pressa industriale (la lezione dei concittadini/amici Zu è stata recepita a dovere), spezzandosi di tanto in tanto in siparietti per voce, cori & sottili percussioni: nell’arte degli HBW i vuoti contano quanto se non più dei pieni, li completano e illuminano di un senso nuovo, quasi mistico. Segue Vacuum Queen, che prende per la collottola una progressione à la Karate annegandola in un elegante profluvio di fiati e sintetizzatori, dipingendo un’atmosfera via via più onirica a sottolineare le desolate allucinazioni del testo, per poi atterrare nella sincopata tensione di Standing Wave, che nel suo costante impennarsi verso il nulla smarrisce lucidità come una macchina impazzita prossima al collasso. Lo spigoloso chitarrismo del leader, tra carezze e cazzotti, si immedesima con ironia in tutte le grandi corde “affilate” del rock, da Tom Verlaine a Greg Sage passando per Andy Gill e (ovviamente) Steve Albini, senza la benché minima smania di protagonismo. On Jealousy si apre con un lamento gotico preso a martellate per infilarlo dentro un sarcofago deforme, con un sax furibondo a duellare con la chitarra in una spirale contrappuntistica in cui diventa gradualmente impossibile distinguere se stessi dall’immagine riflessa in uno specchio in frantumi, e la batteria Wilco-flavoured sullo sfondo come unica scialuppa di salvataggio dall’apocalisse atonale conclusiva. In un altro contesto, non sarebbe musica troppo distante da quella che fu dei Pop Group o della No Wave newyorchese. La struggente Mangroves dipinge l’inevitabile limbo in cui si riordinano gli eccessi del baccanale, giocando con la galleria di chiaroscuri creati da due voci galleggianti a pelo d’acqua su un brodino di chitarra e sintetizzatore, come se Arto Lindsay per dispetto avesse nascosto la drum machine a qualche band nu-soul per farle fare i conti con se stessa. Se il dada-pop di I Want A New Dance azzarda un compromesso tra il delirio della febbre e il languore del sogno ad occhi aperti in una scarica di singhiozzi quasi beefheartiani, This Song Is Not Mine si srotola vischiosa in un soliloquio schizofrenico, un doo-wop con una croccante pralinatura ipercalorica, per poi sganciare un’esplosione corale di impressionante tridimensionalità, un’armonia West Coast ricreata in CGI, con una coda in bilico tra il baccano bandistico e il vaudeville sottovoce. E’ forse in assoluto la mia preferita della raccolta, imprescindibile sottofondo di memorabili jogging-sessions negli scalcinati parchi di Roma Est, solo come un cane ma tutto sommato felice. Chi storcerà il naso di fronte a certe soluzioni produttive smaccatamente pop (soprattutto a livello di compressione del suono) sta solo fraintendendo la missione dei quattro, dichiaratamente più prossimi ai Beatles e ai Beach Boys che ai Minutemen o ai Mission Of Burma. C’è una trasognata dolcezza, già a partire dal titolo, nelle trame in penombra di Sugar Lumps, con il suo cristallino arpeggio di chitarra rinfrescato da un rugiadoso gocciare di synth e i fiati a mantecare l’intruglio come cremosissima besciamella. La ghost track Sleep pare, infine, un impossibile atto quarto della bowiena/eniana Trilogia Berlinese, un oceano di magmatico silenzio a tessere trame ambient di sinistra spiritualità dove meno te le saresti aspettate (inteso che fosse ancora plausibile aspettarsi qualcosa in un disco che muta pelle con la rapidità di un’eiaculazione precoce). Lo sperpero di paragoni a cui si è fatto ricorso non può che testimoniare un’unica cosa: Posho&co. assomigliano solo a se stessi, e alla luce di questo disco non è poi così sacrilego parlare di uno stile “alla How Beats Why”. Come tutti i lavori davvero radicali, questo album (realizzato grazie ad un fundraising a cui ho avuto il piacere di partecipare) ha felicemente disintegrato la mia autostima di musicista senza tuttavia annichilirmi, costringendomi anzi a confrontarmi con i miei limiti e stimolandomi a rimettermi in gioco nella maniera più salutare possibile: sono brividi che capitano di rado, e di cui bisogna essere grati. La settimana scorsa ero in prima fila al loro release party e, tanto per cambiare, non hanno fatto una grinza, tutto ineccepibile come da disco ma ulteriormente potenziato dalla dimensione-palco, e con uno show collaterale da far invidia a una compagnia di cabarettisti: anche qua, grossa rosicata, ma me la gestisco volentieri. In una fase storica in cui parole come “contaminazione”, “esperimento”, “rischio” vengono troppo spesso riposte nel cassetto e si preferisce distendersi sulle praterie della retromania più rimasticata, innocua e provinciale, la “impossible music” dei nostri eroi suona come un fulmine a ciel sereno, lo squillo di tromba di una riscossa che verosimilmente non avverrà mai ma la cui carica elettrizzante è un pungolo quasi erotico per chiunque abbia a cuore la qualità dell’aria che respira. Sono dischi come questo a restituirmi un pizzico di fiducia in una scena (?) che si ostina a sprecare le sue indubbie potenzialità, e a ricordarmi che la Roma musicale che conta è sempre stata e sempre sarà quella dei più isolati bassifondi dell’Impero, inconciliabili con qualsiasi mondanità. La speranza che quest’Opera possa rimbombare da ogni stereo anche solo del mio condominio ha subito ceduto il passo alla consapevolezza che potremmo non essere in tanti a godercela, ma mi sta bene così: una tavolata di militanti coscienti varrà sempre più di uno stadio stracolmo di passanti anonimi. “Pss, wake up!”, sussurra Posho con piglio da sciamano poco prima che l’ultimo schiocco della puntina ci faccia ridestare dall’ipnosi. Sinceramente avrei preferito non dovermi svegliare da questo sogno frastornante e bellissimo, ma accetto senz’altro l’imbeccata: finché ci sono gli How Beats Why in circolazione nessuno può concedersi il lusso di sonnecchiare, e sarà il caso che mi rimetta alla svelta dietro al pianoforte se voglio ancora accaparrarmi qualche briciola della torta…

Tracklist1. Blunk. 2. Inspiration Radio. 3. Wait, Wait, W. 4. Vacuum Queen
5. Standing Wave. 6. On Jealousy. 7. Mangroves. 8. I Want A New Dance
9. This Song Is Not Mine. 10. Sugar Lumps. 11. Sleep (hidden track).

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