Hound Dog Taylor: come ad una festa – di Gabriele Peritore

Il brano che fa conoscere al grande pubblico Hound Dog Taylor è Give Me Back My Wig, contenuto nell’album “Hound Dog Taylor And The Houserockers”, prodotto dalla Alligator Records nel 1971. A quell’epoca, cioè nel 1971, Hound Dog, pseudonimo di Theodore Roosevelt Taylor, è un ragazzino di appena cinquantasei anni, ma il suo sound arriva dritto al cuore, ai sensi, a tutti i muscoli, come se esistesse da sempre, perché è legato alle radici musicali del Blues, ma è più veloce, più duro, adatto alle sonorità del periodo; il suo sound è quello che di più originario e vicino ci può essere al Blues rock. Più di cinquanta anni sì, ma quasi tutti vissuti suonando… e lui suonava per far ballare la sua gente, per far dimenticare i dolori, per esorcizzare gli eventuali problemi. Ad Hound Dog non preoccupava affatto aver raggiunto la notorietà ad un’età così avanzata. Cosa poteva importare ad uno che non ha mai ricevuto nessun regalo dalla vita. Fin da quando è nato ha dovuto lottare con i complessi di diversità legati ad una malformazione della mano sinistra, che contava sei dita invece che cinque. Da ragazzino non riesce ad avere un normale rapporto con il padre ed è la vita stessa a fargli da genitrice e da maestra, costringendolo a lavorare sin dalla tenera adolescenza per mantenersi ma, grazie al pianoforte prima e la chitarra poi, scopre che può sbarcare il lunario agevolmente con la musica, spostandosi da una città all’altra sulle rive del Mississippi. Da uomo ormai adulto, è perseguitato dal Ku Klux Klan per essersi invaghito di una donna bianca, quindi costretto a fuggire dalla sua terra, per trasferirsi a Chicago, dove deve ricominciare tutto daccapo. Negli anni cinquanta, pur di continuare a suonare, si adatta ad ingaggi anche in locali malfamati, dove si continua a ballare fino all’alba, per poi andare a lavorare durante il giorno. Sono gli anni in cui il consumo di alcool e sigarette si fa sempre più intenso. Sono gli anni in cui si guadagna il soprannome di Hound Dog, cioè “segugio”, per il raffinatissimo fiuto nello scovare donne e guai. Sono gli anni in cui conosce Elmore James: lo stile elettrico del virtuoso delle sei corde investe come un uragano la sua sensibilità di musicista e sarà per lui una nuova illuminazione, una rinascita. Negli anni sessanta pubblica i primi singoli con il sound maturato nell’ultimo periodo, ma le vendite non ottengono i risultati sperati. Assiste all’avanzare dei nuovi stili musicali che esplorano le espressioni artistiche della psichedelia. I sogwriters emergenti, con risultati molto più rilevanti, portano il Blues verso tematiche più impegnate, affrontando argomenti sociali con uno sguardo proiettato a tutto quello che succede nel mondo; ma lui insiste, grazie alla sua naturale irriverenza, rimanendo legato alle radici. Gli anni sessanta, fortunatamente, sono anche gli anni della riscoperta delle tradizioni culturali, comoda opportunità che gli permette di partecipare ai più importanti festival di revival Blues, fin quando non conosce Bruce Iglauer, la persona che finalmente crede in lui nella giusta maniera. Proprio Iglauer, manager della Alligator, decide di produrre il primo album, “Hound Dog Taylor And The Houserockers”, prendendo il pacchetto completo: una piccola band formata da Hound Dog, leader chitarra e voce, Brewer Phillips, seconda chitarra e Ted Harvey alla batteria. Lo stile del segugio irriverente, veloce, intenso, dallo slide che graffia le corde della chitarra con energia e grinta, che a volte non è preciso e salta qualche passaggio dell’arpeggio, rimane trascinante, travolgente… e questa volta è un successo. Per Hound Dog è questo quello che conta, non ha importanza che abbia più di cinquanta anni e che il suo fisico sia minato dall’abuso di alcool e sigarette; per lui quello che conta è suonare, ballare, dimenticare, esorcizzare. Al suo amico manager diceva sempre che alla sua morte non voleva un funerale ma una festa. Così il suo album dal vivo “Beware Of The Dog!” (1975), che avrebbe dovuto sancire il suo successo mondiale, esce postumo, qualche mese dopo la sua scomparsa, come in una festa in cui tutti, ma proprio tutti, erano e sono invitati.

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