Hole: “Nobody’s Daughter” (2010) – di Flavia Giunta

Non deve essere facile essere Courtney Love. Seriamente, a prescindere dallo status di rockstar dannata e dai soldi che di certo non le mancheranno, essere detestata da metà del mondo per il supposto coinvolgimento nella morte del marito Kurt Cobain, entrare e uscire da tribunali e cliniche, crescere una figlia e, in tutto questo, provare a mantenere una credibilità come musicista non deve essere esattamente una passeggiata. Ma la persona di cui parliamo è anche una delle più “chissenefrega” che esistano sul globo terrestre… e lo ha dimostrato quando, dopo dodici anni dal successo di “Celebrity Skin” e dopo otto dallo scioglimento dell’antica formazione degli Hole, si è rimboccata le maniche e per cominciare ha rimesso su il gruppo… con membri totalmente diversi. Sì, lo so, non ha senso; ma, del resto, chi è in grado di capire cosa passi per la testa di quella donna? Di certo non Eric Erlandson, ex chitarrista nonché co-fondatore dei primi Hole, che le ha – ovviamente – intentato una causa legale riguardo al nome della band, ancora in corso. Dove vuole arrivare Courtney? E’ forse un modo per evitare di bissare il flop del suo lavoro da solista, “America’s Sweetheart” (2004)? Quel che è certo è che il lavoro che ne è venuto fuori con Micko Larkin alla chitarra, Shawn Dailey al basso e Stuart Fisher alla batteria, non è da sottovalutare. Sarà anche merito del produttore Michael Beinhorn, che aveva già lavorato con Courtney per “Celebrity Skin” e ha inoltre sfornato discreti successi di Korn, Soundgarden, Red Hot Chili Peppers e Marilyn Manson; fatto sta che il lavoro risulta gradevole e non sconclusionato come il precedente tentativo solista. La storia che il disco ci racconta è molto autobiografica: lo possiamo già intuire dal titolo, “figlia di nessuno”, come si è spesso sentita Courtney Love nel corso della sua infanzia travagliata (figlia di due hippie tossicodipendenti; abbandonata a sé stessa quando i genitori si separarono; diventata groupie a tredici anni e poi lap dancer per guadagnarsi qualcosa, fino a trovare la sua strada nella musica) e, come possiamo immaginare, continui a sentirsi, in un certo senso. La summa di questo concetto è espressa nella title track nonché prima traccia del disco, una ballata dura, coinvolgente e dal testo ben scritto: può essere riferita a Courtney stessa, come anche alla figlia Frances Bean cresciuta senza padre, come anche a chiunque in generale abbia toccato il fondo e cerchi a tutti i costi di risalire, nonostante la consapevolezza amara della propria condizione. “Don’t try to win, it will only end in disgrace”, vi diranno, ma non ascoltateli; in questo pezzo c’è la forza da cui attingere, per chiunque ne abbia bisogno. Il discorso cambia con Skinny Little Bitch, il primo singolo estratto: un pezzo movimentato e rabbioso sostenuto da un bel giro di basso. Si vocifera che tale brano, il quale ricalca abbastanza verosimilmente lo stile “sex, drugs and rock ‘n’ roll” dei primi Hole, sia riferito a Lily Allen, con la quale Courtney avrebbe avuto stupidi alterchi agli NME Awards. Del resto, ne uccide più la lingua che la spada… a questa dichiarazione di guerra segue una dichiarazione ben diversa, d’amore, scritta insieme a Larkin: la ballata Honey è tutta dedicata a Cobain e ciò si avverte sia dalle lyrics strazianti (“Why was I not good enough to save you from destruction?”), sia dalla modulazione della voce, a tratti sussurrata e a tratti urlata: la dolcezza e il rimpianto. Qualcosa di questa dolcezza permane anche nella traccia successiva, a nostro parere la migliore dell’album: Pacific Coast Highway, un altro dei tre singoli estratti. Qui la cantante sembra tirare le somme della propria esistenza, su una melodia acustica estiva e malinconica, da spiaggia, che molti associano alla bella Malibu del disco precedente. Torna invece la rabbia con Samantha, altro singolo in cui Courtney spara il suo livore su tutto ciò che la circonda (“People like you fuck people like me / in order to avoid agony”, senza peli sulla lingua). Sembra quasi di viaggiare nella mente di un matto, con questi repentini passaggi da parole velenose ad atmosfere dolci e tristi; Someone Else’s Bed ci fa subito tornare alla seconda categoria, con la sua intensa riflessione post notte di sesso vacuo. Sia qui che in For Once In Your Life, traspare il rimpianto di Courtney: di non avere qualcuno di importante con cui condividere l’esistenza, di essere invecchiata ma sentirsi ancora troppo giovane, di aver sprecato molte occasioni. Allo stesso tempo, però, c’è la sua consapevolezza di aver resistito alla tempesta e di essere ancora in piedi: “Oh, I’ve been cheated / Covered in diamonds and covered in filth / But I’m still breathing”. Quest’ultima frase riassume l’intero tema dell’album: l’essere sopravvissuti. Le sonorità rispecchiano tali pensieri, fino a giungere al culmine dell’introspezione con Letter to God, scritta insieme all’amica Linda Perry (frontwoman delle 4 Non Blondes): un’inedita preghiera a Dio, una richiesta di aiuto e di risposta alle proprie domande esistenziali, musicalmente cupa e solenne. Dopo tanti momenti riflessivi, si torna a qualcosa di più rockeggiante con la frenetica Loser Dust, altra pungente stilettata dell’artista contro tutti quelli che la reputano una “perdente”. Un andamento simile si ritrova nella seguente How Dirty Girls Get Clean, molto grunge, nella quale Courtney sembra dire: “mentre voi mi giudicavate, io stavo mettendo la testa a posto, vedete?”. Questo trip pieno di alti e bassi nel mondo di Courtney Love termina con la bonus track, l’acustica Never Go Hungry, in cui la rabbia lascia il posto a propositi per il futuro. In definitiva, “Nobody’s Daughter” può considerarsi un ritorno sulle scene degno di un personaggio fuori dalle righe quale è Courtney Love che, nonostante tutto, riesce a mantenere una sua identità musicale e una sua pregnanza nel panorama del rock al femminile. Non sarebbe male se, dopo qualche anno da questo disco, tirasse fuori un nuovo lavoro altrettanto valido che la facesse tornare sui palchi dei concerti: staremo a vedere.

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