Hole: “Live Through This” (1994) – di Flavia Giunta

1994. A cosa pensiamo quando rievochiamo questo anno, appartenente ormai al secolo trascorso ma allo stesso tempo non così lontano? Focalizzandoci sul panorama musicale internazionale: quella era l’epoca del grunge e della scena di Seattle; un’esplosione di ribellione contro l’establishment capitanata da giovani musicisti in camicia di flanella e jeans messi su da una settimana, che dai loro palchi sapevano coinvolgere le folle con riff semplici e parole efficaci. Primo fra tutti Kurt Cobain, figura ormai quasi mitologica, che insieme alla consorte Courtney Love frontgirl della rock band Hole – incantava e destabilizzava il popolo rimanendo avvolto nella sua bolla di tossicodipendenza, musica e amore dannato in stile Sid e Nancy. Questo era ciò che si vedeva dall’esterno, ma la realtà era, ovviamente più complessa, intricata e insostenibile. Il 1994 fu l’anno in cui Cobain si tolse la vita, oppresso dal peso di tanta fama e da mostri interiori che portava con sé da sempre e che noi non potremo mai conoscere. Avvenne il 5 aprile 1994. Il 12 aprile, pochi giorni dopo, venne pubblicato “Live Through This” delle Hole dall’etichetta Geffen Records; ma cosa c’è dietro quest’album “dannato”? Sicuramente molto meno di quello che si è detto in giro. Le voci riguardo al fatto che il disco fosse stato in realtà scritto interamente da Cobain, e che la morte per overdose della bassista Kristen Pfaff (avvenuta a giugno dello stesso anno… entrò così a pieno titolo nel Club 27) fosse stata sfruttata da Courtney Love per vendere più copie, fino ad arrivare ad un presunto coinvolgimento della donna nella morte del marito… erano numerose e lo sono tuttora. Nessuna prova concreta, solo rumore e reazioni verso un personaggio controverso come Courtney Love, alla quale non è mai fregato nulla di rendersi amabile al pubblico. Il disco mostra senz’altro un cambio repentino di direzione rispetto a “Pretty On The Inside” (1991), che si può descrivere come una baraonda di urla vomitate da una riot grrrl sullo sfondo di una sonorità lenta e sgraziata, opera di chitarre sistematicamente scordate. La nuova direzione porta piuttosto a dare più risalto al pop, alla melodia, alla chitarra che risulta adesso di pregevole esecuzione, senza comunque compromettere la rabbia generazionale espressa dalla voce di Courtney che però viene fuori in determinati passaggi, e non a ripetizione come nel disco precedente. Parlandoci chiaro, l’influsso di Kurt Cobain sull’album è tangibile… è lui stesso a suonare la chitarra nel brano Miss World, e la sonorità generale ha un che dei Nirvana dell’epoca, un tocco che non sarà mai raggiunto dai successivi lavori di Courtney Love e che porterà “Live Through This” ad essere considerato, dalle rivistone, come il miglior album del 1994. Del resto, è impossibile non farsi condizionare un minimo dalla persona con cui si condivide la vita. Il disco si apre con uno dei quattro singoli estratti, la bella Violet, che inizia in modo dolce ma si innalza fino ad arrivare ad una strillata alla Courtney nel ritornello: è la canzone che meglio rappresenta l’andamento complessivo dell’album, e anche il testo non è da meno (“…Well, they get what they want / And they never want it again / Go on, take everything, take everything, I want you to!”). Si prosegue con altri undici brani, tutti abbastanza brevi, più o meno arrabbiati – si ascoltino Plump, o Credit In The Straight World – ma prevalentemente addolciti e quasi malinconici, come Doll Parts (“I want to be the girl with the most cake / I love him so much it just turns to hate…”), Softer, softest, Asking For It. Per la chiusura dell’album c’è un discorso a parte da fare. Il brano finale, Rock Star, è contenuto solo in pochissimi dischi originali rilasciati in anteprima e nelle raccolte di rarità, poiché il testo conteneva dei riferimenti alla band di Kurt Cobain (cose come “How’d you like to be Nirvana / So much fun to be Nirvana”) e, dunque, essendo accaduto l’irreparabile pochissimi giorni prima del rilascio effettivo dell’album, si è preferito sostituire la canzone con la più innocua Olympia. Però il titolo del brano figura ancora come Rock Star su qualsiasi piattaforma. In sintesi, a prescindere da qualsiasi cosa sia stata detta o scritta, da qualsiasi fatto di cronaca nera o storia marcia da insabbiare, “Live Through This” è senza dubbio un buon lavoro. Costituisce un piacevole saggio del pop-grunge dei ’90, femminile e non, che ha spianato la strada a molti successivi artisti e che, per i cultori del genere, non stanca anche a distanza di anni.

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