High Tide: “Sea Shanties” (1969) – di Marco Fanciulli

Non è per nulla azzardato affermare che gli High Tide possiedono tutti gli elementi che saranno in futuro quelli del prog-metal; manca loro solo certa spocchia e certo ridondante tecnicismo, i talloni di achille del genere. L’uso del violino elettrico di Simon House, la voce dai toni morrisoniani di Tony Hill, le chitarre acide tonanti; sono tutti ingredienti che compongono un mosaico di hard-psycho con inflessioni già prog. Le atmosfere dark emergono qua e là anche dalla magnifica copertina di “Sea Shanties” (1969) che ritrae un vascello del Settecento assediato da una miriade di mostruose creature marine. Inutile aggiungere che ci troviamo di fronte a una grandissima band e a un album eccelso, di quelli decisamente avanti.
Futilist’s lament parte con una staffilata di chitarra al fulmicotone in pieno stile heavy-psycho per poi lasciare spazio a una voce da Jim Morrison in catarsi acida. È un acid-rock-blues grintoso di atmosfera dark. Un ottimo inizio che ci fa entrare nel suono duro e visionario della band. Death Warmed Up è senza dubbio alcuno un brano straordinario, uno strumentale che appare come un autentico torrente sonoro in piena. La chitarra è il violino suonano all’impazzata con una velocità inaudita ed entrambi paiono ingaggiare una lotta di ellenica memoria stile pancrazio, cui la posta in gioco è chi riesce a prevalere e chi invece soccombe. Il violino è una mina vagante impazzita; disegna volute psicotiche e si lancia in una cavalcata esibendosi in una impetuosa litania orientaleggiante, subito inseguito dalla chitarra. Un viaggio nei recessi di un racconto mitologico senza parole, dove dominano mostri marini e battaglie nella burrasca. Un pezzo che davvero non fa prigionieri! Pushed, But Not Forgotten porta la quiete dopo la tempesta. Una melodia straniante e lisergica, un’oscura ballad che si alterna a improvvisi guizzi di chitarra. Senso di immobilità e slanci impetuosi. Già prog nella struttura armonica.
Walkin Down Their Outlook suona quasi come un madrigale psichedelico all’inizio. La voce assume un tono meno apocalittico rispetto al primo brano e maggiormente declamatorio: come un druido che intona una sinistra invocazione. Il violino e la chitarra fanno egregiamente la loro parte, qui supportati anche dalla tastiera. Missing Out è il secondo brano lungo dell’album. Inizio blues-rock accostabile a certo british blues virato in hard che ha come mentori gruppi quali i Free e i Cream, per poi passare tangenti ai Black Sabbath in bagno acido. Il violino è l’elemento destabilizzante di un brano dalla struttura tutto sommato canonica, ed imprime un’aura misteriosa che fa da sostegno a una voce da antico sacerdote celtico officiante. Nowhere è – purtroppo – l’ultimo brano e qui Tony Hill nel cantato si rimette le vesti di Jim Morrison e lo fa in maniera egregia, intonando un poema visionario alla William Blake o alla William Wordsworth se preferite. È il degno finale di un album stupendo, senza una caduta di tono. Con “Sea Shanties” gli High Tide danno alle stampe un autentico capolavoro del rock britannico di tutti i tempi, purtroppo oscurato da altri più fortunati titoli che non hanno la stessa potenza espressiva e non ne eguagliano la bellezza.

Tony Hill: guitar, acoustic guitar, vocals.
Simon House: violin, organ.
Peter Pavli: bass.
Roger Hadden: drums.

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