Heysel: “Massacro per una coppa” – di Luigi Minerva

Per raccontare quello che accadde all’Heysel Stadium di Bruxelles la sera del 29 maggio forse è meglio partire a ritroso. Dal 24 aprile 1985, data che forse, anzi verosimilmente, a molti non dice nulla. Persino ai tifosi juventini, eppure riguarda loro. Semplicemente la sera di mercoledì 24 aprile intorno alle 22:30 circa la Juventus Football Club, con una sofferta ma ininfluente sconfitta contro i francesi del Bordeaux, strappava il biglietto, l’ambito pass per la finale della Coppa dei Campioni, edizione 19841985. Erano le semifinali e la Juve era uscita vittoriosa nel doppio confronto con i transalpini, dopo un netto 30 a Torino e una sconfitta indolore 02 in Francia. L’altra sfida di semifinale vedeva invece fronteggiarsi Liverpool e Panathinaikos, con gli inglesi che fecero un sol boccone dei greci del Panacon il punteggio complessivo di 50. Quindi finale Juve-Liverpool, lo stadio designato per l’attesissimo match sarebbe stato l’Heysel di Bruxelles.
Uno stadio vissuto quello della capitale belga, che ha già ospitato l’ultimo atto della Coppa dei Campioni ben tre volte in passato: nel 1958, nel 1966 e nel 1974. Uno stadio vecchio? Forse sì, ma evidentemente abituato a questo tipo di eventi. E quando qualcuno si era chiesto se ci si doveva preoccupare per l’ordine pubblico i belgi e l’UEFA avevano risposto di no, promettendo la massima attenzione. Ma in quegli anni eravamo nel pieno dell’esplosione del tifo organizzato. In Inghilterra si chiamavano hooligans e, purtroppo, sia in patria che in Europa si lasciavano alle spalle spesso episodi di violenza. Anche in Italia c’erano gli ultras e, se da piccoli eravamo cresciuti con modelli come il Presidente Pertini, che nella finale mondiale Spagna 1982 al 20 per noi, per dare compostezza alla sua esultanza si abbottonò la giacca, di colpo nel calcio nostrano ci si doveva abituare a uno slang del tifo un po’ più esposto… per essere gentili.
Quindi Juve-Liverpool era considerata una partita a rischio. Come detto lo stadio Heysel era vecchio ma abbastanza facile da dividere in settori. Le due grandi tribune una di fronte all’altra e le due curve, con i settori M, N, O da una parte e X, Y, Z dall’altra. Tutti e tre i settori M, N, O furono assegnati al tifo organizzato italiano, mentre agli hooligans inglesi andarono i settori X e Y. Il settore Z invece fu destinato ai tifosi neutrali di casa. Ma quanti immigrati italiani vivevano in Belgio in quegli anni? Tanti. E accade che molti, moltissimi biglietti di quel famigerato settore Z furono rivenduti agli italiani fuori dal circuito del tifo organizzato, a quelli che vanno allo stadio, per intenderci, con la famiglia e il panino con la frittata. Agli Juve club insomma. E così fu. Intanto passavano i giorni e la tanto attesa data della partita si avvicinava. Il 29 maggio 1985 infine era arrivato. La capitale belga si colorò sin dal mattino dei tifosi delle due squadre; dall’alba alle ore prima del match: dalla Grand Place alle vie che portavano allo stadio tutto era trascorso in maniera tranquilla malgrado il chiasso, con le due tifoserie che in sporadici e spontanei episodi si erano anche scambiate gadgets, sciarpe a magliette.
Forse a sprazzi qualche avvisaglia degli scalmanati inglesi c’era stata, qualche piccolo disordine con un ricoverato in ospedale al mattino, ma poca roba, niente più, tutto sembrava essere sotto controllo. L’ingresso allo stadio iniziò intorno alle 16:00, con le porte d’entrata che colpirono molti per quanto erano piccole. “E se succede qualcosa da dove si esce? Siamo tanti…”. Domanda buttata lì e poi rimossa. Doveva essere un giorno di festa. Alle 19 il tramonto stava occupando il cielo di Bruxelles, gli inglesi avevano continuato a buttar giù fiumi e fiumi di birra, erano ubriachi e, una volta dentro lo stadio, quando si ritrovarono gli italiani nel settore affianco, quello dei biglietti rivenduti, il settore Z, iniziarono a lanciare bottiglie, pietre, lattine. La tensione stava iniziando a montare. La famosa rete da pollaio – tutta la stampa i giorni successivi la definì cosi – che divideva le due tifoserie fu facilmente divelta dagli hooligans che iniziarono a caricare i tifosi italiani inermi. Erano le 19:25 quando la carica degli inglesi venne ripresa dalle telecamere con in sottofondo il cartellone luminoso dello stadio che augura “a tutti i presenti una buona e piacevole permanenza nello stadio Heysel”.
Il paradosso… Intanto il “take and bend”, letteralmente prendi la curva degli inglesi continuava e, come un’onda del mare che si ritrae e ritorna più forte, si abbatteva contro i tifosi italiani. E mentre quei pochi gendarmi presenti scappavano i tifosi italiani venivano compressi lungo il muro di cinta dello stadio e la recinzione che divide dal campo di gioco.
Era la fine. Moltissimi di loro rimasero schiacciati, un pezzo di muro crollò dando spazio nel caos più totale a una parte di tifosi che riuscirono a uscire dalla asfissiante calca e, quando i poliziotti decisero di aprire i cancelli che portavano al campo da gioco, era già troppo tardi. Molti corpi rimasero a terra, trentanove per l’esattezza, più oltre seicento feriti. La banalità del male si era compiuta. Per la cronaca la partita alla fine si giocò lo stesso, per motivi di ordine pubblico (almeno questa fu l’algida spiegazione degli organizzatori) e con un’ora abbondante di ritardo. Come tutti sappiamo la Juventus vinse 10 grazie a un rigore concesso molto generosamente dall’arbitro svizzero Daina per un fallo su Boniek decisamente fuori area.
Anni dopo, quando all’arbitro chiesero lumi su quell’errore rispose: “Arbitrare una partita così, con poliziotti a bordo campo come in uno stato di guerra, non è stato semplice”. Ben venga chi vuol leggere tra le righe ma ai posteri, quando qualcuno disse che quella Coppa era insanguinata e che la Juventus la doveva restituire, venne spontaneo rispondere che in fondo la Juve a quella finale era arrivata giocando e che, probabilmente, dopo le vittime e le loro famiglie era anch’essa parte lesa. E allora? Come chiudere un articolo così e rispondere agli interrogativi posti? Forse con la riflessione di lasciare questa coppa a chi ce l’ha, che la possa dedicare a chi non c’è più e tenerla come simbolo, a granitico monito, affinché tutto ciò in futuro non accada più. Anche perché trovare le giuste parole per chi ha vissuto quella tragedia, chi ha perso amici, fratelli, padri o figli, sinceramente non crediamo sia possibile. Nessuna parola può lenire quel dolore… si può solo promettere con voce sommessa e rispettosa che tutto ciò in futuro non dovrà più accadere. Alle vittime più giovani di quel triste giorno. Dedicato ad Andrea Casula e Giuseppina Conti.

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