Herself e Lay Llamas: psichedelia di Sicilia – di Ignazio Gulotta

Perché recensire insieme questi due dischi? Ma perché sono molteplici le connessioni che legano Herself, moniker del palermitano Gioele Valenti, e Lay Llamas gruppo di un altro siciliano, Nicola Giunta, ma non basta, Valenti, ha collaborato con Giunta per l’album “Østro” (2014); inoltre tutti e due si dedicano alla psichedelia e hanno trovato molto ascolto all’estero, pubblicando su prestigiose etichette come la Fuzz Records e la Rocket Recordnigs, infine, su “Thuban” (2018) troviamo la partecipazione di Goatshee degli svedesi Goat e, sul’ultimo disco che Valenti ha dato alle stampe col suo altro moniker Juju, il bellissimo “Our Mother Was a Plant” (2017), troviamo Capra Informis, altro membro degli stessi Goat. Due percorsi che sembrano correre paralleli e dalla Sicilia li hanno portati a suonare sui palchi di mezzo mondo, affermandosi sempre più fra le cose migliori e più interessanti nel panorama del rock psichedelico mondiale. Ma veniamo ai dischi e iniziamo con “Rigel Playground” uscito a ottobre del 2018, a nome Herself, lo pseudonimo dietro il quale si nasconde l’anima cantautorale, più pop, più sognante di Valenti, destinando invece agli album a nome Juju quella più propriamente psych, ipnotica e tribale. L’inizio dell’album è folgorante, Another Christian ha una linea melodica killer, meravigliosamente dream pop, il tamburello dà il ritmo dando alla canzone un che di gentilmente infantile, mentre la voce ci rimanda al grande Mark Linkous. Non meno riuscito è il primo singolo dell’album, The Beast of Love, nel quale alla voce troviamo Jonathan Donahue dei Mercury Rev, ai quali Valenti ha fatto da spalla nel recente tour italiano, è un brano di folk trasognato, dalle atmosfere malinconiche e intime. Crawling si apre a scenari lirici di stampo floydiano, impreziosito da un notevole assolo di chitarra. Ma è tutto l’album, totalmente scritto e suonato dal solo Valenti, che convince in pieno per il suo respiro internazionale, per la capacità di creare avvolgenti atmosfere dal colore umbratile, autunnale, tanto che si stenta a credere che il tutto provenga dall’assolata Sicilia ma, d’altra parte, “Rigel Playground” oltre che a Palermo è stato registrato nella piovosa Seattle. Altrettanto convincente il terzo lavoro dei Lay Llamas, “Thuban”, il nome che gli Arabi davano alla stella Alpha Draconis che fino al secondo millennio Avanti Cristo svolse la funzione di stella polare. Dice Nicola Giunta: “Una stella polare è qualcosa che spinge i viaggiatori verso un luogo sicuro. Ma nell’età in cui viviamo ora sembra difficile riconoscere una stella polare. Dobbiamo aspettarlo? Quante volte? Dobbiamo guardare in un’altra direzione?”. “Thuban” è un disco che parla di viaggi, ricerca, riti antichi e incroci culturali e per realizzarlo Giunta ha chiamato intorno a sé una dozzina di musicisti, coinvolti in un rituale psichedelico che viaggia nel tempo e nello spazio, insieme antico e modernissimo, dove ipnotismo, tribalismo, space rock si fondono in un’opera da vivere intensamente per coglierne appieno le numerose e diverse sfumature. Conviene infatti immergersi totalmente nei complessi suoni orchestrati da Giunta e compagni, se ne uscirà inevitabilmente appagati, partendo dal canto ieratico contrappuntato da un drumming di geometrica precisione di Eye-Chest Peoples Dance Ritual, per poi proseguire con il funk allucinato di Holy Worms, il motorik alla Can in immersione space rock della stupenda, ipnotica Silver Sun, le inquiete e orgiastiche atmosfere floydiane orchestrate insieme ai Clinic di Cults and Rites From the Black Cliff, le irresistibili folate lisergiche dell’afrobeat di Altur con le inconfondibili ed evocative voci dei Goat a officiare il magico rito, è poi Mark Stewart, con il suo “spoken words”, a segnare Fight Fire With Fire, futuristica no wave nervosa e nevrotica, sprofondiamo poi nel mantra di Chronicles From Fourth Palnet dall’andamento epico e con una linea di chitarra che assume man mano sempre più tratti orientali. Conclude il viaggio del Lay Llamas, fra rituali lisergici e viaggi futuribili, Coffins the Tree, A Black Braid on Our Way To Home in un coinvolgente crescendo onirico. Sia “Rigel Palyground” che “Thuban” sono due affascinanti viaggi psichedelici che li collocano fra le cose migliori uscite nel 2018, un peccato lasciarseli sfuggire.

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