Henryk Mikołaj Górecki: “Sinfonia No. 3 Op. 36” (1976) – di Girolamo Tarwater

Uno dei testi più citati, più facilmente citabili, di Walter Benjamin negli ultimi anni è un breve, intenso inciso della “Tesi di filosofia della storia” – pubblicato anche per Einaudi (“Angelus Novus – Saggi e frammenti“) – su di un dipinto: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradio, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta“.
Più che una tesi una visione, o meglio ancora una tesi visionaria. Una “theoriaapocalittica che vede nella storia catastrofe, rovine e tempesta. Il quadro di Paul Klee, tuttavia, non è come Benjamin lo descrive. In esso non ci sono rovine su rovine e, a ben vedere, forse nemmeno ali: non sembrano piuttosto braccia e mani alzate a mo’ di un antico orante, o di un prigioniero minacciato? Nondimeno la visione di Benjamin è potente e decisiva. Non si può dargli torto. L’angelo della storia vorrebbe essere pietoso con le vittime, vorrebbe sottrarsi o mutare le rovine che senza sosta gli si accumulano davanti, ma uno spirito, come una tempesta, lo sospinge inarrestabilmente verso un futuro che non può vedere. Vede solo, orripilato, il montare senza sosta di “questa tempesta“. C’è un altro quadro di Klee, un altro angelo, l’angelo smemorato o pure obliante, oblioso.
Se in “Angelus Novus” occhi, bocca e mani (ali) sono aperti, spalancati, ne “L’Angelo dell’oblio” occhi bocca e mani sono chiusi. Tanto uno è esposto, tanto l’altro è raccolto. Alla teoresi, visione tempestosa del primo, corrisponde la meditazione silente del secondo. Forse anche questo secondo Angelo guarda la storia, ma in modo diverso, come rammemorazione orante nel modo dell’oblio. Il tratto semplice che definisce questo angelo è una linea che unifica e semplifica, lasciando perdere tutto ciò che è secondario e accidentale. Il tratto che definisce l’Angelo è anche quello che suggerisce la sua aurea, la sfera di accoglienza e riverbero che è diventato. Crea uno spazio aperto pur essendo concluso. Ciò che è fuori è diventato dentro. Queste due posture sono come poli dialettici, apertura e chiusura, sistole e diastole. La storia abbisogna di più di un solo angelo, non solo di uno sguardo impotente di orrore una anche una pietà che accoglie, che raccoglie.
Oblio non è, in questo caso, dimenticanza o distrazione, ma visione quando gli occhi si sono chiusi. L’angelo obliante vede cose che l’angelo nuovo non può vedere. L’angelo della storia di Benjamin ha solo occhi aperti. La sua non è una missione ma una condanna. Ma il futuro non è solo le macerie accumulate dal progresso. Esso anche incombe, avviene. L’angelo messianico non è l’angelus nonus ma l’angelo obliante. Vede qualcosa che non si può vedere, qualcosa che è alle spalle, davanti. Per ora, l’uno ha bisogno dell’altro. Il canto obliante e rammemorante della Sinfonia No. 3 Op. 36 di Henryk Mikołaj Górecki, con la sua classicità volta in attualità, con la sua erudizione volta a compassione, una lenta, progressiva, inesorabile marcia, una ninna nanna che si fa lamento, una danza funebre che si fa inno alla vita.

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