Henri Verneuil: “Il Clan dei Siciliani” (1969) – di Dario Lopez

Quello de “Il clan dei siciliani” (Le clan des siciliens) era probabilmente un successo annunciato per il regista Henri Verneuil. Non è affare da tutti i giorni avere a disposizione per un proprio film quella che potrebbe essere definita la santissima trinità del polar: il decano Jean Gabin, la sicurezza granitica di Lino Ventura e l’astro luminoso che va sotto il nome di Alain Delon; probabilmente sarebbe riuscito a tirarne fuori un buon film anche il tanto vituperato Ed Wood, il peggior regista della storia del Cinema. Non tralasciamo poi il contributo importante di Leopoldo Trieste ma, soprattutto, quello fondamentale di un Amedeo Nazzari assolutamente all’altezza di siffatta compagnia. Il regista francese di origini armene riesce inoltre a infondere alla pellicola, al suo ritmo e alla costruzione della trama, un respiro internazionale che oltre a connotare sicuramente “Il clan dei siciliani” come prodotto d’oltralpe, lo rende molto appetibile e vicino a qualsiasi pubblico e qualsiasi mercato. In questo è aiutato dagli splendidi esterni che mostrano i protagonisti sulla scena dei migliori scorci parigini, romani e finanche newyorkesi. Il film mostra alcune sequenze per l’epoca certamente ben riuscite e spettacolari con una sensibilità tanto cara al Cinema americano, ma non dimentica di connotare i personaggi, porre attenzione alla trama e alla giusta scansione degli eventi, evitando di bruciare le tappe, come invece piace al Cinema europeo e a quello francese in particolare. Un perfetto compromesso tra scuole diverse che si rivela un decisivo valore aggiunto alla pellicola. GabinDelonVentura. Il Cinema francese di quegli anni aveva al suo arco certamente altri nomi celebri, Jean-Paul Belmondo per citarne uno, ma crediamo che per un film di genere davvero non si potesse chiedere di più. Gabin è Vittorio Malanese, patriarca impassibile e deciso del clan dei siciliani, attende di chiudere ancora qualche buon colpo per comprare altre terre nella natia Sicilia. Al culmine di una carriera malavitosa in Francia che gli ha garantito benessere e sicurezza, nascosta dietro una facciata rispettabile, è ancora mosso da sentimenti di rivalsa verso il suo paese d’origine, dal quale scappò in gioventù tra la miseria più nera. Delon è Roger Sartet, appena evaso grazie alla famiglia dei Malanese, giovane dal grilletto facile e personalità imp(r)udente, è l’uomo con l’occasione giusta, alla ricerca di un’organizzazione capace di sostenerlo (e perché no, anche di una donna). Ventura è l’antagonista, il commissario Le Goff, quello che non molla e che della cattura di Sartet ne fa ormai una questione personale. Ottimo film proveniente da un’altra epoca, se non si può considerare un capolavoro all’altezza di pellicole come “I senza nome” (1970) per esempio, “Il clan dei siciliani” assolve in maniera egregia al compito di intrattenere al meglio lo spettatore con una storia appassionante, parecchie sequenze davvero ben riuscite e sfruttando il talento di attori perfetti, volti senza un’espressione fuori posto, una battuta scialba o un gesto di troppo. Alle musiche il Maestro Ennio Morricone che una volta di più contribuisce con la sua arte alla buona riuscita di un progetto. Il soggetto è di Auguste Le Breton, scrittore che con il suo libro d’esordio (“Rififi” del 1953) diede vita al romanzo malavitoso francese, libro che per altro ci sentiamo di consigliare vivamente a tutti. Insomma, se non era un successo annunciato questo…

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