“Helter Skelter sta arrivando” (Diventerò una rock star! 2°parte) – di Maurizio Fierro

Nell’agosto del 1969, la Family, una setta composta in prevalenza da ragazze sbandate sotto l’effetto della droga, compirà una serie di efferati omicidi a Bel Air, una sofisticata zona sulle colline di Los Angeles. Sulle pareti delle ville teatro degli eccidi verranno trovate diverse scritte fatte col sangue delle vittime e due parole: Helter Skelter, tratte dal titolo di una canzone dei Beatles. A guidare quella piccola comunità di anime perse è un pericoloso psicopatico, che cova il sogno di diventare una rock star. 
In quel momento il caratteristico trambusto dello scuola bus nero utilizzato dalla Family attirò l’attenzione di Charlie“Oh, senti senti”, disse con un sorriso ironico, “ecco la mia nave dell’amore su ruote, finalmente! Ne sentivo nostalgia, cazzo, non ne potevo più di andare in giro su quelle fottute dune buggies”Charlie aveva trovato lo scuola bus in una strada di San Francisco, lo aveva requisito e lo aveva dipinto di nero, poi gli aveva tolto quasi tutti i sedili e li aveva sostituiti con tappeti e cuscini di colori vivaci, facendone il mezzo di trasporto della Family. Ben aveva fatto il resto, dipingendo gli interni da par suo. Prima di stabilirsi al Barker’s Ranch, avevano girovagato per un anno e mezzo, e quel tetro carrozzone annunciava il loro arrivo in Messico, Nevada, Arizona, Nuovo Messico. Poi Los Angeles, Topanga Canyon e Malibu, e infine la Death Valley. Lontano da curiosi e ficcanaso. Soprattutto, lontano dagli occhi della polizia. Quel giorno lo scuola bus aveva trasportato Tex, Paul, Steve e alcune ragazze di ritorno dalla villa di Dennis Wilson“Ehi, Charlie”, disse Steve appena varcato l’uscio del ranch, “guarda cosa abbiamo qui; un bel po’ di roba, cazzo. Dovevi vedere quello stronzo, non voleva mollare i suoi fottuti dischi d’oro. Avresti proprio dovuto vederlo, il divo”. Sì, perché quando alla villa di Wilson il gioco “Scopri il debuttante” stava cominciando a diventare troppo pericoloso, il musicista, pur di togliersi di torno quelle presenze ingombranti, aveva sganciato un po’ di bigliettoni ma Charlie aveva fatto l’offeso, minacciando di rimanere lì chissà fino a quando. Allora era saltata fuori l’idea di portarsi via i dischi d’oro; Dennis aveva accettato, e Charlie, dopo aver curiosato nel guardaroba del musicista, aveva rilanciato chiedendo anche alcuni capi di alta sartoria. In cambio, la Family avrebbe liberato la villa entro pochi giorni… e così fu. Poi, Tex e le ragazze sarebbero tornati con tutta calma a recuperare il malloppo pattuito. “Beeneee, ragazzi”, disse Charlie, “avete fatto tutto quello che vi ha detto Tex, vero?
“Certo, capo”
, risposero Paul e Steve“E perché ci avete messo tutto questo tempo? “Ehi, vi conosco”, proseguì Charlie, “chi cazzo credete di far fesso, eh? Scommetto che ve la siete spassata un po’, giusto?”Steve Clem Grogan, un intraprendente cowboy sedicenne, si rivolse a Manson sfoggiando un sorriso che fece risaltare diversi denti d’oro. “Eh eh, dai, capo”, disse, “solo un po’ di creepy, dai. Non sei stato proprio tu, a insegnarcelo?”. Con quel gioco di parole, creepy crowling, Steve intendeva l’abitudine di introdursi furtivamente, nottetempo, vestiti di nero, nelle case abitate, con i proprietari sprofondati nel sonno, per spostare oggetti e suppellettili e compiere piccoli furti. Era stato Charlie a inventarsi quel divertimento, che poi era diventato uno dei loro passatempo preferiti; giusto per divertirsi un po’ e recuperare piccole somme di denaro per procurarsi droga. Una notte accadde una cosa buffa. Dopo essersi dati appuntamento per la mattina seguente, ed essersi divisi in due gruppi, sei dune buggies si allontanarono dal ranch. C’era il gruppo di Charlie, e c’era quello di Tex, e il giorno successivo lo avrebbero passato a sbellicarsi dalle risate raccontandosi le rispettive avventure… ma il caso volle che l’obiettivo individuato per quella notte fosse il medesimo: la villa di un noto paparazzo di Hollywood. Il gruppo guidato da Tex arrivò per primo, mise a soqquadro la villa, rubò quello che c’era da rubare, e si dileguò lasciando il proprietario legato e imbavagliato su una sedia, ai bordi della piscina. Quando arrivò Charlie, capì l’antifona e si incazzò di brutto. Gettò il paparazzo in piscina con tutta la sedia, poi diede ordine di distruggere la villa e le ragazze si divertirono a menar fendenti a divani e a rompere vasi e vetrate. Il giorno dopo, strafatti di Lsd, Charlie e Tex passarono la giornata a ridere e a scherzare sull’episodio, ma da quella volta decisero di non dividersi mai più. Il creepy crowling andava fatto tutti insieme. “Beeene.., siiii”, bofonchiò Charlie avvolto nel suo caffetano nero, “ragazzo, tu non finirai mai di stupirmi”Steve Grogan aveva lavorato in un ranch vicino ed era stato uno degli ultimi a unirsi alla Family, diventando presto un fedelissimo del capo, anche per la comune passione per la musica. “Ora però fammi vedere quei fottuti dischi d’oro”, disse secco Charlie, seduto su una delle tante poltrone colorate che arredavano il ranch. Steve eseguì. “Non meritava di tenerli, quello stronzo”, continuò Charlie, “lui, e quegli altri due porci arricchiti, come si chiamavano? Ah, sì, Melcher e Jakobson, certo”. Intervenne Tex: “Non prendertela, capo, piuttosto, guarda qui!”, e riversò sul pavimento una decina di completi di alta sartoria prelevati dal guardaroba del musicista. Charles Tex Watson era un ex giornalista sportivo che aveva anche gestito un negozio di parrucche a Santa Barbara. Aveva conosciuto Charlie a un festino, poi i due avevano fraternizzato immediatamente spassandosela per alcuni giorni in giro per Los Angeles a bordo del pick-up Dodge rosso di Tex. La loro era un’intesa che non necessitava di troppe parole. Bastavano gli sguardi. Il bagliore lugubre che proveniva dai loro occhi nei quali, come riflessi in uno specchio, ognuno dei due poteva riconoscere i propri demoni. Tex era l’unico che riusciva a intuire in anticipo i pensieri del capo, e Charlie si fidava ciecamente di lui. Diventò il suo luogotenente, l’uomo a cui Manson dava le istruzioni da far eseguire al resto della famiglia. Alla vista di tutti quei vestiti, Charlie si strinse nelle spalle e scosse la testa. Non era certo un mucchio di capi alla moda a interessarlo, in quel momento. “Dico, due mesi”, disse, senza degnare gli abiti di uno sguardo, “due mesi in quella fottuta villa, e per che cosa, poi? Promesse, elogi, solo un mucchio di cazzate!”.
“Capo, consolati, guarda qui, roba di classe, eh!” disse Tex con in mano un elegante completo di lino blu. Charlie guardò il suo luogotenente con il tipo di espressione che rivolgi a qualcuno per fargli capire che, se non ci fosse lui, chissà come faresti. Eh eh, Tex, che Dio ti benedica, mi chiedo come farei senza di te? Avanti, cosa aspetti? Indossa quel cazzo di vestito, voglio vedere l’effetto che fa, su di te”In un lampo Tex si tolse quanto aveva indosso e si mise il completo. “Ehi, amico, credimi, fai un figurone, messo così”, disse Charlie, facendo cenno a Tex di avvicinarsi. Quando fu a pochi passi da lui, Charlie si alzò di scatto e afferrò Tex per i capelli, lo trascinò per terra, sollevò il caffettano e fece una lunga pisciata attento a mirare per benino al vestito. Ciò fatto lasciò la presa, si schiarì la gola e tornò a sedersi. Mortificato come un bambino sgridato dalla maestra, Tex si alzò, si tolse il completo, si rimise i suoi vestiti e si acquattò mogio accanto alle ragazze. Appallottolato in un angolo della stanza, il vestito sembrava uno straccio per i pavimenti. Il giorno dopo qualcuno pensò di gettarlo in giardino. Lì se lo contesero i cani che gironzolavano abitualmente intorno al ranch. Ebbe la meglio il più grosso fra loro, quello che le ragazze chiamavano Big George, un cane lupo spelacchiato già avanti con gli anni che però sapeva ancora il fatto suo. 
“La musica è nel mio destino, cazzo! Nel mio karma, mi ascoltate?”Charlie contrasse il viso e lo sguardo infuocato che ora proveniva dai suoi occhi annunciava il montare di una rabbia sorda, implacabile, che stava venendo a galla bucando la fragile superficie di un’apparente tranquillità. “Non possono liquidarmi in questo modo”, sentenziò, “qui si sta parlando del mio talento, cazzo. Con chi pensavano di avere a che fare? Con uno di quei musicisti da strada che si incontrano agli angoli del Sunset Boulevard, forse? Io diventerò una rock star, sì, mi avete sentito bene, una fottutissima rock star!”Charlie aveva sempre coltivato il sogno di diventare famoso. Durante una delle sue frequenti permanenze in carcere, era stato introdotto alla musica da un occasionale compagno di cella, Alvin “Creepy” Carpurs, un membro della banda di Ma Barker. Il gangster gli aveva insegnato i rudimenti della tecnica strumentale della chitarra acustica e, da quel momento, Charlie non aveva più smesso di esercitarsi allo strumento, scrivendo decine di canzoni. La musica è la mia espressione”, diceva, “la mia anima, la mia religione”Intanto Sandy, Gipsy, Linda e Melba avevano raggiunto le altre ragazze, accovacciandosi ai piedi del capo… e il quadretto ricordava un harem. L’harem personale di CharlieA un suo cenno Saudie si alzò andando a recuperare una scatola di pasticche di Lsd, e Charlie consegnò a ciascuna ragazza una dose personalizzata. Serviva per accogliere la notte. Che arrivò, lasciando la Family in balia di sogni rivelatori.

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“Helter Skelter sta arrivando” (Maledetti Beach Boys! 1°parte)
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