Helmet: “Dead To The World” (2016) – di Danny “black” Bateman

In cinque anni, dal 1989 al 1994, gli Helmet, band newyorkese capitanata dal cantante e chitarrista Page Hamilton, hanno sfondato le porte dell’alternative rock, entrando con prepotenza in un panorama musicale votato al Seattle sound e alle sue (mediocri) propaggini. Un suono violento e monolitico (da intendersi nell’accezione migliore di una creatività artistica coerente e insensibile alle mode) ha pervaso tre dischi che hanno fatto la gioia degli amanti della musica estrema. Il primo, “Strap It On” (1990), uscito per l’indipendente Amphetamine Reptile Records, era un esordio incapace di compromessi, addirittura assordante per la forza belluina di canzoni quadrate e ringhianti, strutturate su riff stoppati e accordi di chitarra dissonanti e su una ritmica feroce e fantasiosa al contempo; gli altri due, “Meantime” (1992) e “Betty” (1994), usciti per la major Interscope, pur suonando altrettanto compatti e rabbiosi rispetto al primo album, facevano intravvedere attraverso la sigillatura siderurgica dei brani anche tenui aperture melodiche. Cinque anni sugli scudi dunque e poi un rapido declino, che nel 1997 portò la Band a un temporaneo scioglimento durato sette anni. Dopo questo lungo iato, Page Hamilton, padre padrone del marchio di fabbrica Helmet, rimise insieme la Band grazie a nuovi innesti nella line up e tornò a sfornare dischi che, con buona pace degli eccitanti esordi, appannarono, e non poco, il mito di uno dei gruppi più leggendari degli anni 90. Quella che un tempo era una corazzata capace di sfondare il muro del suono, divenne ben presto un mercantile in disarmo alla deriva verso bonacce di un monocorde metal impastato con fiacche melodie pop. Dal monocromatismo accecante del decennio precedente si passò, dunque, a un suono incolore e allineato. “Dead To The World” è così l’ennesimo disco di una band che non ha più nulla da dire e anche se lo sforzo di modernizzare il suono è presente, la strada imboccata resta quella di un hard rock di maniera che mostra i muscoli ma non è più in grado di far paura. In una scaletta fiacca e uniforme viene davvero difficile salvare qualcosa, anche perché, a parte Green Shirt, cover scelta dal repertorio di Elvis Costello, il resto suona tutto desolatamente uguale.
Consideratemi pure un inguaribile nostalgico, e probabilmente lo sono con i miti della mia giovinezza, ma la sensazione è che Page Hamilton tenga in vita una creatura col respiratore artificiale. Tanto che non si può nemmeno parlare di canto del cigno: il cigno, triste ammetterlo, ha smesso di cantare vent’anni fa circa.

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