Harry Kümel: “La Vestale di Satana” (1971) – di Maurizio Fierro

La prima donna vampiro ad apparire su pagina è stata Carmilla, protagonista dell’omonimo racconto di Joseph Sheridan Le Fanu, apparso nell’antologia “In a Glass Darkly”, pubblicata nel 1872. Le Fanu è irlandese. Di Dublino. Come Bram Stocker, di cui è più giovane di 33 anni, entrambi influenzati dai miti dell’Irlanda rurale. “Carmilla” precede “Dracula” di 25 anni e segue di 53 “Il Vampiro”, del londinese John Polidori, il primo “non morto” a ricevere dignità letteraria nel 1819, dopo una perigliosa gestazione durata tre anni e iniziata in quel di Ginevra, a villa Deodati, durante la celebre “estate stregata” del 1816 (gran parte dell’Europa sopportò un autentico disastro climatico, conseguenza della catastrofica eruzione del vulcano Tambora avvenuta l’anno precedente e, fra gelo, nevicate e piogge continue, quell’estate fu la più fredda a memoria d’uomo), quando, insieme al poeta Percy Bysshe Shelley, alla compagna di lui Mary Wollstonecraft Godwin e a George Gordon Byron, Polidori (medico personale di Lord Byron) si cimentò in una bizzarra gara letteraria da cui scaturirono due manoscritti destinati a far nascere un paio di archetipi letterari niente male: “Frankenstein” e, appunto, “Il Vampiro”… ma torniamo a Carmilla, il cui mito non poteva lasciare indifferente la “settima arte”. Nel 1960 Roger Vadim dirige “Il Sangue e la Rosa”, liberamente tratto dal romanzo di Le Fanu. A distanza di dieci anni la figura del vampiro al femminile torna a occupare l’immaginario grazie alla Hammer, la casa di produzione inglese che, nel giro di pochi mesi, porta su grande schermo ber tre riduzioni di Carmilla: “Vampiri e Amanti”, del 1970, “Mircalla, l’amante immortale” e “Le figlie di Dracula”, entrambe del 1971. Si tratta di pellicole commerciali che attingono a piene mani da certo immaginario popolare successivo alla “rivoluzione sessuale” del ‘68, popolato da violenza ed erotismo con malcelate allusioni sadomasochiste (tendenza presente già da tempo nella “nona arte”, grazie a fumetti come “Jacula”, “Zora” e “Sukya”). Bene, nello stesso periodo, un oscuro documentarista e sceneggiatore televisivo di Anversa, Harry Kümel, decide di interpretare a suo modo il mito del vampiro donna girandoLes Lèvres rouges , tradotto da noi con infelice scarto semantico in “La vestale di Satana”. Recuperando certe atmosfere oniriche, quasi metafisiche, dell’iconografia belga, da René Magritte a Paul Delvaux, Kümel accompagna a questa spinta aspirazionale una uguale e contraria verso il basso, laddove il sangue diventa in qualche modo il flusso che irrora una realtà fisica, molto fisica e, pur nella sua esigua linearità, il traliccio narrativo contiene quanto è necessario al regista per esaudire le sue intenzioni: declinare l’incubo di una vita che non si esaurisce in una variante contigua alla psicologia femminista. Per far questo, Kümel recluta un’attrice di nicchia, Delphine Seyrig, femminista ortodossa, che, dopo alcuni trascorsi teatrali, è assurta agli onori della cronaca cinematografica per l’indimenticabile interpretazione della donna chiamata A in “L’anno scorso a Marienbad”, pietra miliare del cinema diretta da Alain Resnais e sceneggiata da Alain Robbe-Grillet. Kümel le affida il ruolo della Dietrichesque Countness Elizabeth Báthory, una nobildonna lesbica destinata a diventare uno dei vampiri al femminile più conturbanti apparsi su grande schermo. Con la giovane Ilona (privata della libertà e costretta a farle da assistente), la contessa arriva in un albergo di Ostenda e qui incontra due giovani in viaggio di nozze, Stefan e Valerie, diretti a Londra ma costretti a una tappa forzata a causa di un guasto al treno. La contessa Báthory e Ilona provengono da Bruges, proprio la città in cui Pieter Bruegel realizzò alcune incisioni che ritraevano alcune donne che, non seguendo la “norma imposta”, venivano raffigurate munite di cappello a punta e scopa volante, immagine che da quel momento identificherà la strega nell’iconografia universale. Morbosamente attratta dalla sposa, la contessa entra in competizione con Stefan per accattivarsi le grazie di Valerie, mentre la giovane, spinta da un sesto senso, cerca in ogni modo di evitare la sua frequentazione. Ma la malia sprigionata dalla nobildonna è come un veleno silenzioso a rilascio costante e, alla fine, raggiunge il suo scopo, annientando Stefan e trasformando Valerie in una seducente vampira, destinata a perpetuare l’opera della contessa e a farsi trovare al crocevia di future esistenze, pronta a deviarne la direzione. Pellicola ingiustamente dimenticata, “La Vestale di Satana” è un pianeta a parte nella galassia della filmografia horror. Da Lilith a Lamia, da Empusa alla Gerardine di Coleridge, fino ad arrivare a Carmilla, le donne vampiro, raffigurazione plastica dello spirito di indipendenza e di insofferenza alle regole della società patriarcale, rappresentano una sorta di “fuori stagione” nell’eterno svolgersi del ciclo della storia. Un po’ come quello che fa da sfondo alle sequenze del film, dove un cielo cinereo sembra opprimere un’Ostenda piovosa e notturna, lontana dalla ridente immagine della tipica città marittima e, se l’interpretazione negativa del vampiro donna viene attenuata se non ribaltata, e la vampirizzazione è vista piuttosto come un atto di risveglio ed emancipazione, Kümel è abile nell’associare a tutto questo un’evidente dimensione erotica, perché poi un certo ribellismo anticonvenzionale è anche indipendenza dai giochi di potere maschili e maschilisti, oltre che liberazione dall’orientamento eterosessuale, come d’altra parte ben sa la contessa Báthory/Delphine Seyrig che, negli anni a venire, privilegerà lavorare con registe di sesso femminile e che si incaricherà di presentare “Johanna D’Arc of Mongolia” al New York Gay and Lesbian Film Festival del 1989.

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