Half Japanese: “Hear The Lions Roar” (2017) – di Giorgio Cocco

Gruppo storico dell’Art/Rock americano di inizio 80, gli Half Japanese di Jad Fair hanno ripreso la piena attività nel 2014 dopo ben 13 anni di assenza, prima aprendo i concerti dei Neutral Milk Hotel poi, aggiungendo un nuovo album (“Overjoyed”) alla loro discografia. Da allora non si sono più fermati. “Hear The Lions Roar” segna il terzo capitolo di questa reunion e bissa per modalità produttive e di contenuto “Perfect”, il bell’album dello scorso anno che li ha riproposti all’attenzione generale. La Band nasce ad Ann Arbor nel 1974, ne fanno parte i due fratelli Fair, David e Jad; l’esordio arriva solo nel 1980 con “1/2 Gentlemen / Not Beasts”, uno dei dischi più rivoluzionari ed ostici di tutta la prima ondata Post/Punk che garantirà loro un posto di rilievo nella storia del Rock. Dissacranti (rumori corporali ed ambientali) parodistici (covers disarticolate di Lou Reed, Modern Lovers, Dylan e Springsteen) inquietanti dediche a Patti Smith e Jodie Foster, schizofrenie poliritmiche, un’esplosione di creatività deviata in cui l’ultimo dei problemi è quello di saper suonare gli strumenti. Per non dire dei testi demenziali, infarciti come sono delle tematiche di cui si nutrivano i b-movie degli anni 50: mostri, alieni e amori adolescenziali. 36 frammenti (più 2 live) tra bizzarrie e colpi di genio da mettere a fuoco nel lascito artistico di “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart e contigui alle forme musicali più radicali ed anarcoidi di quegli anni, vedi i Residents del “Commercial Album” e la “No New York” di Brian Eno. In seguito, tanti i musicisti che si diranno influenzati dalla libertà compositiva degli Half Japanese: Pavement, Minutemen, i già citati Neutral Milk Hotel, i Nirvana (Cobain quando morì indossava una loro T-shirt).
Come dire, il fior fiore dell’Alt/Rock e, se aggiungiamo le collaborazioni che hanno visto coinvolto Jad Fair negli anni – da Maureen Tucker a Daniel Johnston, dagli Yo La Tengo ai Teenage Fanclub (il recente “Yes” firmato a quattro mani con Norman Blake) – si percepisce l’importanza della Band e del suo immarcescibile leader. Con la fuoriuscita, avvenuta nella prima metà degli anni 80, di David Fair gli Half Japanese assumono, tra mille avvicendamenti, la fisionomia di una tipica Rock band, fino alla line-up tutt’ora in essere: due chitarre, il fido John Sluggett e la new entry Mick Hobbs, una sezione ritmica tutta sostanza e fisicità, Jason Willett (bs) e Gilles Rieder (bt) e, naturalmente, la voce cartavetro di Jad Fair e le sue mitiche chitarrine/giocattolo mai accordate. Anche il sound, a partire dagli album degli anni 90, s’è gradualmente avvicinato ad un progetto musicale fruibile a più ampio raggio, intro-strofa-ritornello: una rivoluzione per gli Half Japanese. Tornando all’oggi e alle canzoni di questo nuovo disco, solo buone notizie per chi ha apprezzato il ritorno sulle scene della Band del Michigan, ancora positività, gioia di vivere e suonare. Composto e registrato in contemporanea a “Perfect, Hear The Lions Roar”, rappresenta una sorta di Vol. 2 e contiene alcune tracce davvero coinvolgenti tra le migliori in carriera. Le chitarre e la batteria martellante sono le protagoniste di uno spettacolo sempre in bilico tra deflagrazioni Noise/Rock e Pop/Punk scacciapensieri. Attack Of The Giant Leeches, Here We Are, Hear The Lions Roar, i pezzi più efficaci. Non mancano le divagazioni che ci ricordano i loro esordi: le storture ritmiche di It Never Stops, il Rockabilly ossessivo di Of Course It Is, l’autistica Super Power. Accessibili sì, ma sempre mettendosi un po’ di traverso, alla maniera del nostro Jad Fair e di altri sessantenni terribili come Mark E. Smith dei Fall oppure il David Thomas dei Rocket From The Tombs. Il culto per gli Half Japanese, i re degli outsiders, può continuare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *