Haken: “Visions” (2011) – di Warden

Gli inglesi Haken, ormai affermati tra le grandi progressive metal band moderne, hanno raggiunto vette di qualità impressionanti con il terzo disco The Mountain (2013) di cui abbiamo parlato in un altro articolo. Ma non va dimenticato il secondo disco, “Visions”, pubblicato solo due anni prima per la Sensory Records. Se “The Mountain” è il passo definitivo verso la consacrazione che segna il passaggio alla rinomata etichetta tedesca Inside Out Music, con la quale la collaborazione prosegue florida tutt’ora, “Visions” altro non è che l’antefatto, ciò che gli Haken erano prima di fare il grande passo e guadagnare seguito e fama. Un concept-album ideato, stando a quanto riporta un’intervista al cantante Ross Jennings sul sito metalunderground.com, dal vocalist stesso dopo aver vissuto una premonizione della propria morte in un sogno. È infatti la stessa cosa che accade al protagonista del disco, la storia si dipana poi in ben 71 minuti. Tante perle nascoste malgrado l’apparente difficoltà di approccio dovuta alla durata importante, specie la spettacolare title-track conclusiva, Visions, suite di ben ventidue minuti, capolavoro del disco – nemmeno a dirlo – nonché primo pezzo in assoluto a essere concepito. Visions funge da perno intorno al quale si costruiscono tutti gli altri brani e conclude il disco riportandoci al punto di partenza, chiudendo il cerchio, come spesso vuole la tradizione dei concept-album.
Fra temi e reprise, interludi e derive strumentali da capogiro, il disco ricorda spesso sonorità come quelle dei Dream Theater, band progressive metal americana con una carriera trentennale e spesso termine di paragone assoluto per gruppi di questo tipo. Gli Haken però evitano le “tamarrate amerikane” dei Dream Theater e preferiscono composizioni tutto sommato più sobrie e meno esplosive, sfruttando appieno il vasto registro delle chitarre a otto corde di Richard Henshall e Charlie Griffiths, con la sezione ritmica Thomas McLean (basso) e Ray Hearne (batteria) a sorreggere il tutto. Da buoni prog-rockers inglesi gli Haken si rifanno ai connazionali mostri sacri del genere come i Gentle Giant, ascoltando il cantante Ross Jennings si capisce che i “giganti” sono tra le sue band preferite e che deve averli ascoltati parecchio. Gli Haken hanno poi evoluto le sonorità con i lavori successivi (“Affinity”, 2016, “Vector”, 2018 e “Virus”, in uscita il 24 luglio, tutti per la Inside Out) addentrandosi sempre più nel lato oscuro del loro sound ed ecco perché “Visions” è importante: pur essendo il secondo disco è un punto d’inizio, ancor più dell’esordio “Aquarius” (2010). “Visions” esplora il progressive rock anni 70 e lo aggiorna al presente con soluzioni compositive più estreme per tecnica e sperimentazione armonica, è un punto di passaggio importante nonché trampolino di lancio.
Trascorsa l’interessante overture strumentale Premonition si sfocia nell’articolata Nocturnal Conspiracy, aperta da un arpeggio e coronata da un ritornello folgorante. Tredici minuti ben spesi per esplorare a dovere ogni sfumatura di un pezzo capace di restare piantato in testa, nonostante le evidenti complessità. Insomnia esplora il lato più luminoso delle sonorità degli Haken pur non trattando un argomento granché allegro, il protagonista è infatti tormentato dall’insonnia per il terrore di quello che ha visto nei sogni. In The Mind’s Eye il protagonista inizia a esplorare i poteri di chiaroveggenza che sembra possedere, fra tastiere e arpeggi echeggiano ancora atmosfere “alla Dream Theater”, per quanto personalizzate al punto giusto e senza mai scadere nella becera imitazione. Bellissima la strumentale Portals, che sfodera un evidente reprise da un tema di Nocturnal Conspiracy costruendoci intorno un pezzo di cinque minuti senza un attimo di pausa, che volano in cinque secondi. Non da meno Shapeshifter, la quale sembra chiudere un’ideale trilogia di brani (The Mind’s Eye, Portals e appunto Shapeshifter) che fluiscono l’uno nell’altro quasi senza transizione, come fossero un’unica suite in tre parti nella quale si narrano i viaggi onirici del protagonista, sempre più ossessionato dal sogno e dall’idea di impedire la propria morte. In particolare in Shapeshifter brilla un ritornello insieme cupo e ampio, che sembra annunciare un’imminente tragedia.
La tragedia è destinata a consumarsi e la lenta Deathless ci porta in questa direzione, verso una fine che è anche il principio. Con questo pezzo il sound degli Haken acquista enorme personalità, distaccandosi da qualunque termine di paragone, e ci trasporta su note delicate, la tastiera di Diego Tejeida si merita il palcoscenico e, accompagnata da un’interessante linea del basso di Thomas MacLean, costruisce una tela su cui Ross Jennings disegna ciò che vuole con la voce. Non sarà l’ultima volta che sentiremo gli Haken così introspettivi e tristi ma Deathless è destinata a diventare termine di paragone i futuri brani soft della band. Un articolo a parte andrebbe fatto solo per analizzare Visions, pezzo conclusivo, a oggi il brano più lungo degli Haken, ventidue minuti in cui nulla è lasciato al caso, quasi un album nell’album. La storia si chiude così com’era iniziata e il ciclo ricomincia. Nonostante le lacune di produzione e una sonorità in certi punti secca e poco spessa, “Visions” ci lascia con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di imponente. Musicisti giovani ma già esperti a sufficienza per stupire con composizioni di grande valore, una gemma che vale la pena di recuperare, ennesimo tassello di una discografia pressoché perfetta, da rispolverare e ascoltare in loop, in attesa del 24 luglio per gustarci “Virus”.

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