Haken: “Vector/Virus” (2018/2020) – di Nicholas Patrono

La ciliegina sulla torta. Non c’è altro modo di definire la coppia di album “Vector” e “Virus”, rispettivamente quinto e sesto album in studio della band progressive metal britannica Haken, usciti per la Inside Out Music nel 2018 e 2020. L’apice di una carriera in continua ascesa dall’esordio “Aquarius” (Sensory 2010), il seguito Visions (Sensory 2011), il capolavoro The Mountain (Inside Out 2013), l’EP notevolissimo “Restoration” (Inside Out 2014) che vede il succedersi del bassista Conner Green al precedente Thomas MacLean, e lo sperimentale Affinity (Inside Out 2016). Rosso e giallo, raffigurati sui social degli Haken come due flaconi di ketchup e maionese, “Vector” e “Virus” non sono altro che fratelli gemelli nati in qualche modo a due anni di distanza, una sorta di concept-album collegato a doppio filo con la hit della band Cockroach King (da “The Mountain”) e diviso in due capitoli, prequel e sequel, per un totale di più di 90 minuti di materiale da ascoltare tutto d’un fiato.
Vector” all’uscita nel 2018 aveva in parte deluso alcuni fan, soprattutto per la breve durata (solo 45 minuti, appena 12 in più dell’EP “Restoration”, cosa strana per una band che mai fino al 2016 ha pubblicato un album da meno di 60 minuti) ma anche per l’importante cambio di sound, che percorre a tutta forza i momenti dalle tonalità più dark e pesanti di “Affinity”. Allo stesso tempo la registrazione e l’impeccabile mixing di Adam Nolly Getgood, bassista della band djent Periphery, hanno aperto nuove possibilità per gli Haken sia riguardo alle tonalità sonore da esplorare sia riguardo l’apertura a un nuovo e più “giovanepubblico di metallari. Forse è stata proprio la scelta di lavorare con “Nolly” a incoraggiare la svolta più heavy del sound o forse gli Haken hanno scelto “Nolly” proprio perché sapevano quale risultato finale volevano, sta di fatto che fin dal primo pezzo di “Vector”, la breve introduzione strumentale Clear – in apparenza inutile e inspiegabile, ma sapeste quanto vi sbagliate se lo pensate – si percepiscono tonalità oscure e cinematiche quasi da film horror.
Clear si apre nel primo brano vero e proprio, la breve ed energica The Good Doctor, non a caso scelta come primo singolo, che armata di un groove irregolare ci porta a un ritornello cantabilissimo per poi impazzire nella sezione centrale. Si passa per la splendida Puzzle Box, capace di sfoderare uno dei migliori ritornelli del lotto e di frastornarci con complicati tempi dispari, per poi sorprenderci con un’evoluzione ai limiti dell’ambient. Veil è colossale, dodici minuti dove tutto funziona alla perfezione, dai riff macigni alle linee vocali anche qui memorabili al bellissimo ed etereo stacco centrale, un capolavoro che lascia il posto alla strumentale Nil By Mouth, quasi sette minuti di poliritmie e follia pura dove i chitarristi Richard Henshall e Charlie Griffiths si divertono a pestare come non mai l’ottava corda delle chitarre (influenza di “Nolly”? Chissà. Qui c’è un po’ più di classe rispetto ai Periphery però). Dopo la fucilata di Nil By Mouth arriva una boccata d’ossigeno con Host, bellissimo brano lento che utilizza un tema di Clear per costruire uno splendido refrain (“Where I end you begin, when I fall you will stand”). Tocca poi alla breve A Cell Divides chiudere “Vector”, un primo capitolo che ascoltato da solo poi non fa tutta questa figura rispetto ai precedenti dischi. Anche perché diciamocelo, A Cell Divides è un brano godibilissimo (terzo singolo fra l’altro, ottima scelta) ma non certo la degna conclusione di un album che, se fosse autoconclusivo, si chiuderebbe troppo in fretta. Si percepisce in qualche modo che non può essere finita così, non può essere tutto qui. E infatti siamo soltanto a metà.
Adesso ci aspettano i 52 minuti di “Virus”, aperti da un treno lanciato a tutta velocità sui denti, Prosthetic, una specie di omaggio al trash metal anni 80 che fa delle ritmiche pestate la sua arma principale. Da segnalare qui l’enorme lavoro al suono del basso di Conner Green e la svolta più aggressiva del batterista Ray Hearne, di solito meno pestone e più raffinato. Prosthetic è il pezzo giusto per picchiare a più non posso e dopo una strofa a voce filtrata arriva l’ennesimo ritornello indovinato. La canzone poi evolve mostrando qui e là influenze da Devin Townsend, folle musicista prog-metal con innumerevoli progetti con cui gli Haken sono stati in tour nel 2019. Invasion alza ancora l’asticella, la band combina un pezzo equilibrato e costruito con maestria sempre imperniato su un bellissimo tema portante. Carousel, brano lungo e sfaccettato, subisce inevitabilmente il confronto con Veil per posizione in tracklist e durata. Decretare un vincitore è impossibile e nemmeno ci interessa, basti sapere che in dieci minuti Carousel riesce a concentrare una quantità di idee assieme enorme ed essenziale, senza mai strafare e confermando la sensazione che si prova ascoltando gli Haken: sanno sempre dove vogliono arrivare nei brani, evitano deviazioni sconclusionate e fini a sé stesse, una prova di abilità di scrittura di pezzi da band più che matura.
Anche The Strain, benché paia più un “riempitivo”, sa quello che vuole e nei suoi cinque minuti e mezzo non mancano spunti interessanti e un ritornello che più facile non si può. Il pezzo sfuma senza transizioni in Canary Yellow, unico brano lento di “Virus” e in qualche modo sorella di Host. Il pezzo ricalca in parte le sonorità di Red Giant, ballad di “Affinity”, e ancor più le atmosfere dell’album solista di Richard HenshallThe Cocoon” (Hen Music 2019). Canary Yellow è il respiro prima del salto finale, la suite divisa in cinque sezioni Messiah Complex, climax musicale definitivo in cui la narrazione arriva al punto focale. Da buona suite conclusiva Messiah Complex chiude tutti i cerchi rimasti aperti e incompiuti, gli Haken si divertono a inserire vuoi richiami e reprise, vuoi intere parti di altri pezzi, a partire dal motivetto di Clear (ritornello di Host nella prima parte), Ivory Tower, alle pazzie di Nil By Mouth e il ritornello di Puzzle Box nella seconda parte, A Glutton For Punishment, e di qui in poi principalmente a Cockroach King (in Marigold, The Sect ed Ectobius Rex, le tre parti conclusive), per chiudere presentando in Ectobius Rex il ritornello di Ivory Tower, poi un riff e un tema presi da Prosthetic, fino all’esplosione definitiva.
Brano da ascoltare godendosi le transizioni tra una parte della suite e l’altra, i cambi di ritmo e di sonorità, c’è la prima parte di Marigold o la strofa di The Sect per tirare il fiato e più o meno tutto il resto per far tremare i muri. Si noti che nel primo pezzo di “Vector”, The Good Doctor, il testo presentava un certo Dr. Rex (Rex significa Re in latino) e che la quinta parte di Messiah Complex si intitola Ectobius Rex, ossia Re Scarafaggio (Cockroach King). Il disco arriva a conclusione con la breve Only Stars e qui il cantante Ross Jennings ha un momento tutto per sé. Prestando attenzione si nota che Only Stars altro non è che Clear, eseguita dalla voce anziché dagli strumenti. Il cerchio si chiude come si era aperto con un solo piccolo rimpianto: in “Virus” le tastiere di Diego Tejeida raramente sono davvero protagoniste. Un peccato ma, diciamocelo, la qualità del risultato finale ce ne fa dimenticare. Gli Haken hanno realizzato un’opera i cui capitoli ascoltati singolarmente possono essere esposti a critiche ma, ve lo possiamo garantire, ascoltare i fratelliniVector” e “Virus” uno dopo l’altro è un’esperienza da provare, tenendo presente che coesione del sound non equivale a scarsa creatività, tutt’altro, qui di spunti ce ne sono a bizzeffe. Messiah Complex è fanservice che sfrutta una hit del passato (Cockroach King)? Può darsi. Ma ce ne fosse, di fanservice fatto così bene. Hail to the King.

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