Haken: “The Mountain” (2013) – di Nicholas Patrono

Un viaggio nel tempo lungo più di un’ora, contando le due bonus tracks questo “The Mountain” (Inside Out Music 2013) firmato Haken. Un viaggio che parte dal 2 settembre 2013, data di uscita del disco, e che conduce l’ascoltatore nell’Inghilterra della grande musica progressive dei bei tempi che furono, quella che diede origine a King Crimson, Genesis, Gentle Giant, Yes e tanti altri. Sestetto britannico fondato nel 2007, gli Haken non condividono con le band sopra citate solo la provenienza geografica. Nati da un’idea del polistrumentista e songwriter principale Richard Henshall, con la collaborazione del cantante Ross Jennings e del chitarrista Matthew Marshall, poi sostituito con Charlie Griffiths, gli Haken si caratterizzano per uno stile musicale che riprende, aggiornandolo al presente, un sound che molti aspetti condivide con quello che era il prog ai suoi albori. “The Mountain”, datato 2013, terzo album della band dopo l’esordio “Aquarius” (2010) e il seguente “Visions” (2011), rappresenta il raggiungimento di una maturità compositiva impressionante, soprattutto se rapportata alla giovane età dei musicisti. Un disco dalla durata importante, 69 minuti comprese le due bonus tracks. Quattro tracce superano gli 8 minuti, due di queste toccano gli 11 minuti, e tutto questo senza risultare noiosi o stucchevoli. Gli Haken di “The Mountain” hanno infatti molto da raccontare, e lo fanno mescolando i diversi ingredienti stilistici nelle giuste quantità, senza che uno sovrasti gli altri. Si alternano passaggi dalle ritmiche più aggressive, come la seziona centrale del brano In Memoriam, ed episodi dal sapore progressive classico, come Atlas Stone. Dopo la breve introduzione dal sapore quasi ambient, The Path, affidata alla voce di Jennings e ad una soffusa melodia di pianoforte, sono le tastiere di Diego Tejeida ad aprire il disco, con la già citata Atlas Stone. Brano dalla metrica non semplice, né immediata, che fa di un’atmosfera allegra e dei continui richiami al progressive old school la sua arma migliore per coinvolgere l’ascoltatore. Molto interessante soprattutto la seconda metà del brano, nella quale il bassista Thomas MacLean guadagna qualche momento di meritato risalto. Glorioso il brano successivo, la hit Cockroach King, corredata da un iconico videoclip. Una piacevole armonizzazione tra tre linee vocali diverse, e una sezione centrale imparentata per discendenza diretta con il progressive di una volta, tra cambi di tempo, canoni, e soluzioni metriche anticonvenzionali. Un fulmine a ciel sereno In Memoriam, più breve e moderna, sia nella struttura, che segue la forma-canzone canonica, sia nelle sonorità, sorrette dalle massicce chitarre dall’accordatura grave di Henshall e Griffiths. Episodio adatto per “scapocciare” ai concerti, meno raffinato, ma molto godibile. Sempre alto il livello con la seguente Because It’s There, in cui l’armonia tra le voci è la vera protagonista. Le note di Jennings e compagni si incastrano in un disegno elegante, ricercato, in uno dei momenti migliori del disco, una piccola gemma di 4 minuti. Quasi un intermezzo, un calmo preludio alla carica di Falling Back to Earth, brano più lungo del disco. Gemma tra le gemme, Falling Back to Earth è una suite composta da due parti, Rise e Fall e, nel corso dei suoi quasi 12 minuti di durata, si incontrano tutte le sfaccettature degli Haken. Più aggressivi i primi 3 minuti, seguiti da una sezione più articolata, dove emergono sonorità e influenze del “buon, vecchio, classico prog”, per poi virare e calmare le acque e, negli ultimi momenti, riprendere i temi presentati in apertura. La successiva As Death Embraces concede il necessario riposo: un breve intermezzo acustico, dove una dolce melodia di pianoforte accompagna il falsetto di Jennings. Un episodio breve, ma evocativo, piacevole all’ascolto. Pareidolia, altro brano la cui durata raggiunge la doppia cifra, si apre con un motivetto caratteristico, fiorisce con il passare dei minuti, fino al crescendo centrale, che culmina in un climax dove vi è abbondante spazio anche per la voce di Diego Tejeida. Interessante anche la prova di Raymond Hearne alle pelli, che si dimostra un batterista versatile, in grado di passare in scioltezza da episodi che sanno di un prog-rock classico, come l’intermezzo di Cockroach King, a soluzioni più aggressive e decise. La conclusiva Somebody, anch’essa dalla durata notevole, è un altro episodio sublime, sebbene pecchi di ripetitività in alcuni momenti. Supportata per la maggior parte da tastiera e chitarre acustiche, qui la voce di Jennings ha spazio sufficiente perché il cantante mostri le sue qualità interpretative e, il finale dal carattere epico, è una degna conclusione per un disco di alto valore. Efficaci anche le tracce bonus: The Path Unbeaten, versione strumentale di The Path, e Nobody, arrangiamento acustico di Somebody: un esame più approfondito di brani già conosciuti da prospettive diverse. Sebbene possa risultare ostico al primo ascolto, “The Mountain” è un disco stratificato, magistralmente scritto, ed eseguito da ottimi musicisti, tra modulazioni e metriche al limite della follia. Se immaginiamo la montagna rappresentata in copertina come una raffigurazione della carriera degli Haken, questo disco ne simboleggia la vetta. Piacevole novità nel panorama musicale moderno, asso nella manica da sfoderare ogni volta che un nostalgico dei “bei tempi andati” della Musica Progressive – l’Inghilterra anni 60, 70 e 80, per intenderci – sostiene che la Musica odierna non sia all’altezza dei fasti del passato.

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