Haken: “Affinity” (2016) – di Warden

Il confronto con sé stessi è sempre un’arma a doppio taglio perché gli Haken, dopo tre dischi splendidi come l’esordio “Aquarius” (Sensory2010), Visions (Sensory2011) e il capolavoro The Mountain (Inside Out2013), sono chiamati a un compito sempre più difficile. Perché a questo punto non basta nemmeno più raggiungere il livello precedente, qui è necessario alzare l’asticella della qualità, non farsi spaventare e puntare sempre più in alto. È quello che la band fa, in un certo senso, con “Affinity” (Inside Out 2016), curandosi però prima di “chiudere i conti” con il passato pubblicando l’EP “Restoration” (Inside Out 2014), composto di tre brani soltanto ma molto ricchi (ben 33 minuti di durata) costruiti su vecchissimi demo della band. Una chiusura col passato quindi, che va ad aprire spiragli per il futuro. E “Affinity” (2016) è il futuro. Con quest’album – quarto disco in studio per la band inglese – si apre un percorso che porterà gli Haken a evolvere sempre più le sonorità verso il progressive metal rispetto al progressive rock di partenza. “Affinity” è uno di quei dischi che non è apertamente un concept ma che i fan si divertono a definire tale (chi ha detto Aqualung?), anche se alcuni temi sono ricorrenti tra i brani e spesso i testi delle canzoni citano titoli di altri pezzi del disco.
Gli Haken si divertono a esplorare idee come l’intelligenza artificiale e tutta una serie di
questioni morali relative all’argomento, lasciando come sempre spazio per l’interpretazione dell’ascoltatore, senza quindi mai esporre gli argomenti in maniera troppo diretta ma servendosi invece di allusioni e metafore. “Affinity” è anche il primo album in studio con il nuovo bassista Conner Green, che va a sostituire Thomas MacLean già in “Restoration”. Forse l’ingresso di Conner ha influenzato le sonorità o forse è stata una scelta deliberata, sta di fatto che già dall’intro affinity.exe e ancor più dal primo brano, Initiate, è chiaro come gli Haken abbiano stavolta introdotto massicciamente influenze metal molto più moderne nel loro sound. Ottimo pezzo d’apertura e biglietto da visita, Initiate apre le danze senza esagerazioni – pezzo breve, sui 4 minuti – regalandoci un refrain cantabilissimo nonostante le stranezze ritmiche. Memorabile la seguente 1985, pezzo che già dal titolo mostra le intenzioni di citare gli anni 80 e così fa, con sonorità e armonie che intenzionalmente richiamano il grande periodo della disco e del glam, per poi tornare non appena vi è occasione a devastare tutto malmenando l’ottava corda delle chitarre di Richard Henshall e Charlie Griffiths, qui vere e proprie mine vaganti.
Lo splendido lavoro di tastiera di Diego Tejeida ricama preziosi dettagli su un pezzo già validissimo in partenza che lui contribuisce a rendere spettacolare, complice anche il bellissimo ritornello cantato egregiamente da Ross Jennings, sempre un po’ freddo nelle interpretazioni ma tecnicamente molto preciso e diligente. La successiva Lapse impallidisce per forza di cose perché, nonostante sia un brano godibile e valido, si ritrova non solo a seguire le ottime Initiate e 1985, ma precede la mostruosa The Architect, capolavoro assoluto del disco, capace di sfidare la suite Visions per epicità, livello generale e ambizione. The Architect è insieme una commistione di stili e sezioni tutte diverse, eppure condotto e tenuto assieme da un ritornello orecchiabilissimo, ripreso e presentato “travestito” nel finale. Il brano ospita assoli di basso, chitarre e tastiera, il batterista Raymond Hearne splende di luce propria e, se ancora non basta, compare il talentuoso vocalist dei norvegesi Leprous a prestare il suo canto sporcato in un intermezzo centrale – certo che chiamare Einar Solberg e farlo cantare in scream è un crimine, vista la qualità spaventosa della sua voce – e nel finale gli Haken osano sempre più, creando un vero e proprio mastodonte di brano destinato a diventare termine di paragone per ogni successiva suite ambiziosa che scriveranno.
Decisamente più piantate a terra le successive Earthrise, brano che si serve di melodia e costruzione più lineare per conquistare subito gli ascoltatori che cercano più immediatezza, e la ballad Red Giant, molto apprezzata dai fan, che ha il pregio di far sembrare semplice una costruzione metrica invece complessa, articolata in un crescendo che si fa sempre più in bilico senza tuttavia mai esplodere del tutto… o dovremmo dire collassare, visto il titolo. The Endless Knot è invece una divertentissima accelerazione che vede perfino un intermezzo dubstep, sganciato come una bomba a metà canzone per colpire a sorpresa, cosa che riesce benissimo. Anche qui da segnalare le riuscitissime linee vocali, che fungono da bussola all’interno delle strambe deviazioni compositive. Chiude tutto la lunga ballad Bound by Gravity, ascoltandola sembra quasi di essere caduti in ibernazione a bordo di una navicella sperduta nell’universo mentre le stelle ci scorrono intorno. È così che “Affinity” ci lascia, ibernati e colpiti dalla sua bellezza. Si può discutere di preferenze personali, o se per tecnica e creatività sia o meno ai livelli dei precedenti lavori, ma serve a trovare un inutile pelo nell’uovo in una discografia che tutt’oggi non ha sbagliato un colpo (da segnalare fra l’altro
The Cocoon (2019), l’immenso disco solista di Richard Henshall). Non resta che aspettare al varco “Virus”, in uscita proprio oggi. Casse e orecchie sono pronte.

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