Howard Phillips Lovecraft: sulla soglia dell’abisso – di Gianluca Chiovelli

In occasione dell’ennesima riproposizione dell’opera letteraria di Howard Phillips Lovecraft (in libreria potrete trovare “Tutti i romanzi e i racconti”, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco; oppure “Tutti i racconti”, a cura di Giuseppe Lippi) si può cercare di dare una risposta al suo debordante culto sotterraneo. I film e i cortometraggi a lui ispirati, infatti, sono circa duecento e in progressivo aumento; gruppi e artisti rock (e non solo) che, direttamente o meno, suggono linfa dalle creazioni del Nostro assommano a un numero che si fa ormai legione (fra i tanti: gli eponimi H. P. Lovecraft, Black Sabbath, Blue Oyster Cult, Iron Maiden, John Zorn, Vangelis, Alkaloid e gli italiani Crawling Chaos); ma di cosa si compone il fascinoso universo di Lovecraft? Fantasie oniriche, tare ereditarie, cadaveri rianimati, spartiti blasfemi, necrofilia, case dalle maligne geometrie non euclidee, razze interstellari che, destatesi da ciclopiche rovine antiche di centinaia di milioni di anni, riprendono il proprio naturale posto di dominatori universali spossessando la fragile signoria del genere umano (il celeberrimo “Ciclo di Cthulhu“). Ecco, in breve, l’empio catalogo della scarna produzione di Lovecraft
H. P. Lovecraft (HPL per gli amici) nacque a Providence, Rhode Island, nel 1890 e lasciò il mondo, questo abominevole carnaio di pulsioni e stupidità, nel 1936. In quarantasei anni terreni a lui s’interessò solo una ristretta cerchia di devoti, scrittori fantastici a loro volta: Frank Belknap Long, August Derleth, Clark Ashton Smith, il Robert Bloch di “Psycho”. I più lo ignorarono. Scrisse poco, almeno se con ciò intendiamo la sua opera visibile (qualche decina di racconti, una manciata di poesie, qualche saggio; ancora poco conosciuto il mastodontico corpus epistolare costituito da decine di migliaia di missive). Ciò che scrisse fu inoltre pubblicato disorganicamente, per lo più da riviste pulp (“Weird Tales”, “Amazing Stories”). Fu un uomo ritirato, al limite della misantropia, seppur a tratti gioviale; sempre generosissimo e prodigo di consigli. Magnanimo. Assolutamente disinteressato.
I soldi non gli piacevano e al soldo non piaceva lui. Quando morì per un cancro all’intestino in perfetta dignità, senza un lamento, come un vecchio suddito di Elisabetta I, cosciente e avido di solitudine (non comunicò a nessuno il proprio stato di salute) gli trovarono in tasca pochi centesimi. Gli editori lo pagavano male o non lo pagavano affatto. Il tempo in cui visse non faceva per lui: tonitruante, affollato, venale, sciatto. Coltivò un sentimento nostalgico per l’America delle colonie, il New England dei padri fondatori, una sorta di Inghilterra trasposta sulle rive atlantiche, puritana, lealista, monarchica e conservatrice. La nativa Providence, coi tetti a guglia, tranquilla, europea, bianca, fu la concrezione fisica di tale insopprimibile sentimento. H. P. Lovecraft amava perciò il folklore nativo, umido di leggende e gravido di misteri. Allo stessa maniera praticava sin dalla più tenera età il culto del sogno: paesaggi antidiluviani, monumenti antichissimi, architetture inspiegabili di civiltà scomparse formavano il teatro delle sue visioni alternative. Ciononostante egli non fu un mistico, tutt’altro; anzi, egli rigettava qualsiasi forma di idealismo in luogo di un materialismo spietato. Trovava pacchiana la cinematografia horror del tempo, ch’egli considerava puerile e sorpassata (si narra che alla visione del Dracula di Tod Browning, con Bela Lugosi, preferisse una passeggiata). 
Amava l’alterigia dei gatti e il loro disprezzo indolente, atavico; per converso dileggiava i cani, ritenuti piaggiatori e servi, neanche troppo intelligenti. La sua cultura vasta venne edificata in piena libertà, mattone su mattone, fuori da ogni circuito accademico o istituzionale. Come tutti gli ingegni originali, privi d’una figura di riferimento, di tale cultura egli era il primo a farsi beffe: prendersi sul serio è proprio degli ambiziosi e lui era troppo scettico e compreso della sapienza della morte per prendere sul serio qualsivoglia conoscenza o filosofia umane; o per prendere sul serio sé stesso. Era un indipendente, nessuno mai lo costrinse a fare qualcosa che odiava (a parte battere a macchina i manoscritti). Attuò la propria parabola esistenziale con l’orgoglio di chi fallisce nei successi borghesi (figli, donne, nipoti, successo, targhe commemorative, necrologi e piagnistei). Si accomiatò dalla vita, questo scialo di triti fatti, in silenzio, nell’ottemperanza perfetta dei mirabili versi di John Keats dell’”Ode a un usignolo“:
… inosservato lasciare il mondo per svanire, infine, con te, nelle foreste oscure: sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto: la stanchezza, la malattia, l’ansia”. L’educazione da autodidatta ne fece un pensatore non classificabile e incomprensibile a coloro che osservano tutto con un solo paio di lenti.
A sinistra perciò ne esaltarono l’adesione al socialismo roosveltiano, i fascisti le suggestioni razziste e revansciste, gli spiritualisti le connessioni fra il pantheon mostruoso dei racconti e alcune branche dell’esoterismo, i materialisti la lucidità di chi non riconosce verità alle religioni rivelate o a mondi transumani. I letterati (quelli seri) ebbero a deridere la sua scrittura, antiquata e ridondante (con qualche eccezione: Oreste Del Buono, Giorgio Manganelli, J. L. Borges). I lettori popolari si bearono invece proprio di tale sovrabbondanza, quasi delirante:
Il mio scranno è il fetido incavo di un’antica tomba; la mia scrivania il dorso d’una pietra sepolcrale levigata dalla devastazione dei secoli. Intorno a me, su ogni lato, statue sepolcrali vigilano su tombe dimenticate; e le lapidi cadenti e decrepite sono in parte occultate da viluppi disgustosi di vegetazione putrescente” (da “I cari estinti”). Si è detto con una sentenza di grossolano effetto, seppur vera, che la morte del Lovecraft fisico sancì la nascita del mito di Lovecraft. Giusto. Questo ci riporta alla conservazione iniziale: perché uno scrittore americano così appartato è oggi stabile sul piedistallo della venerazione? Per due ordini di motivi, forse. 
Anzitutto in lui si avverte, netto sincero e inequivocabile, il rifiuto totale dei suoi tempi che sono anche i nostri. Un rifiuto operato a ogni livello: letterario, politico, sociale e metafisico; ed è tale ripulsa a sancirne la popolarità presso tutti coloro che, a vario titolo, i nostri tempi li hanno schifati: destri, sinistri, materialisti, amanti della fantascienza, spiritualisti, sessantottini, romantici, esoteristi, oscurantisti, alternativi, pauperisti, antispecisti. E poi, più importante: Howard Phillips Lovecraft fu uno dei più radicali nichilisti mai apparsi nelle storie filosofiche e letterarie. Un negatore totale, definitivo, dell’antropocentrismo e di tutti i suoi magnifici apparati consolatori: etica, scienza, psicologia, teologia, estetica, filosofia. All’uomo di Vitruvio leonardesco, misura di tutte le cose, egli oppone una nuova deità, Azathoth, il caos cieco e idiota che gorgoglia demente fra suoni di flauti al centro di un cosmo infinito e assolutamente indifferente ai nostri deboli destini:
La nostra razza umana non è che un incidente triviale nella storia della creazione. Negli annali dell’eternità e dell’infinito non ha maggiore importanza di quanta ne abbia il pupazzo di neve d’un bambino negli annali delle tribù e delle nazioni della Terra. Di più: non potrebbe tutta l’umanità essere un errore – una crescita anormale – una malattia del sistema della Natura – un’escrescenza nel corpo dell’infinito progresso, come un porro sulla mano d’un uomo? Non potrebbe essere la distruzione dell’umanità, come quella di tutta la creazione animata, un dono positivo alla Natura nella sua interezza? Che arroganza da parte nostra, creature momentanee, la cui stessa specie non è che un esperimento del Deus naturae, il pensarci destinati ad un futuro immortale e ad una condizione preminente!
Howard Phillips Lovecraft
insomma si pone sulla soglia dell’abisso esclamando con terribile placidità: tutto è nulla, signori, e le più belle creazioni umane solo un insensato conglomerato di atomi e destini; e tuttavia egli non si fermò qui. Se l’avesse fatto sarebbe stato solo un altro profeta del nulla. Egli aggiunse:
“Credo che il cosmo sia un insieme senza scopo e senza significato di cicli interminabili, un’entità priva di inizio, di una direzione permanente e di un fine, e consistente soltanto di forze cieche che operano secondo schemi fissi ed eterni inerenti all’eternità stessa. E proprio perché non riconosco l’esistenza di qualità come il bene e il male, il bello e il brutto, che io insisto sui valori tradizionali e artificiali propri di ciascuna corrente culturale… un mezzo per sfuggire al tedio, l’inutilità e la confusione d’una lotta senza guida e senza punti di riferimento contro il caos rivelato”. Sì, tutto è nulla, dice Lovecraft, ma ciò che l’uomo ha eretto, pur falso e transeunte, rappresenta un baluardo inespugnabile di bellezza e dolce illusione contro l’invasione del Caos. Per questo egli si abbandonava alla venerazione del sogno, la droga più potente. In tale miscela cosmica di nichilismo e resistenza umanista consiste il suo lascito spirituale. Non importa come HPL scriva: egli ha lo statuto del classico.

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