H.P. Lovecraft: Il lato oscuro della “Summer of Love” – di Magar

Gli H.P. Lovecraft sono una Band decisamente poco nota ma che ebbe la capacità di caratterizzare in modo significativo la scena musicale americana della fine degli anni 60Spesso classificata come folk rock band, questo gruppo originario di Chicago è sicuramente uno dei primi esempi di rock psichedelico colto e avventuroso (in contrasto con il garage più convenzionale che andava per la maggiore in quegli anni) e dimostra come anche la fine degli anni 60 ci fosse un terreno fertile per il Rock Psichedelico in tutte le sue espressioni. George Edwards, chitarrista cantante di chiara matrice folk che aveva già registrato alcuni brani molto noti all’epoca, iniziò in quel periodo a suonare con il jazzista Will Mercier, incontrando proprio in quel frangente Dave Michaels, con il quale scoprì di avere particolari affinità musicali, tanto da dare origine al nucleo storico della Band. Quando i due musicisti si resero conto di essere entrambi appassionati lettori delle opere di Howard Phillips Lovecraft, celebre scrittore americano, decisero di utilizzare quel nome per la Band che avevano in mente, considerandolo particolarmente indicato a rappresentare lo spirito e il sound al quale volevano giungere. Dopo aver chiesto e ottenuto il permesso di utilizzare il nome di H. P. Lovecraft, entrarono in studio e registrarono l’album omonimo “H.P. Lovecraft” (Philips Records 1967)Assieme a loro, a completare la line up del gruppo, c’erano Tony Cavallari alla chitarra, Michael Tegza alla batteria e Tom Skidmore al basso. L’album venne salutato come una delle più brillanti e innovative pubblicazioni di quel periodo. Il loro sound era molto particolare e decisamente personaleLa scena musicale di San Francisco adottò immediatamente la Band, che andò in tour aprendo i concerti di una serie di gruppi che stava letteralmente scrivendo la Storia del RockProcol Harum, Traffic, Pink Floyd… sono i nomi delle band con le quali gli H.P. Lovecraft si trovarono a dividere il palco, segnalandosi come il gruppo più inusuale e innovativo di quella irripetibile stagionee il loro spettacolo passò alla storia come uno dei più belli e progressivi di quegli anni. Nel frattempo, Jerry McGeorge aveva preso il posto di Tom Skidmore
Jerry era allora il chitarrista degli Shadow of Knight, ma accettò di buon grado l’opportunità di unirsi a un gruppo con il quale si sentiva in perfetta sintonia, adattandosi a suonare il bassoIl disco è come permeato da un’aurea di mistero, perfettamente in linea con gli scritti del geniale Lovecraft, ossessivo e conturbante allo stesso tempo e contiene alcune linee musicali decisamente all’avanguardiaCome spesso accadeva all’epoca, la Band utilizzò brani già noti, facendoli propri, estrapolandoli dal loro contesto e modellandoli a suo piacimento. Un esempio calzante di ciò è sicuramente la bellissima Get Together di Dino Valente, vero e proprio inno Hippie e simbolo generazionaleMa il brano che caratterizza maggiormente l’album è sicuramente The White Ship. Vero e proprio manifesto musicale del gruppo, che si ispira al celebre racconto omonimo dello scrittore, evocandolo con armonie molto dark, inframezzate da inserti classicheggianti sinistri e tormentatiFu principalmente questo a far si che il gruppo venne scelto come vera e propria icona dalle comunità hippie di San Francisco e Los Angeles, costantemente alla ricerca di una diversa “Way of Life” da contrapporre ai vetusti stereotipi della mid class americanaLa loro stella si accese immediatamente, e il secondo album, H.P. Lovecraft II”, uscito nel 1968 sempre per la Philips Records, li portò a competere in popolarità con i migliori Live Sets del periodo. Grateful Dead, Jefferson Airplane, Moby Grape, Pink Floyd, Traffic e Who divennero così i loro compagni di viaggio, fino ai grandi concerti al Fillmore e al Winterland Ballroom, che consacrarono la grandezza della Band, decretandone al contempo la fineMolto emotivi e intensamente coesi, gli H.P. Lovecraft bruciarono nel breve volgere di una stagione tutta la loro energia e la loro creatività, lasciandoci in eredità due dischi di rara bellezza, che celebrano da par loro la più bella stagione della Storia del Rock.

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