GV3 Giuseppe Vitale Trio: “Juttin’ Out” (2018) – di Maurizio Garatti

GV3, ossia Giuseppe Vitale Trio: questo il nome di uno degli astri nascenti del Jazz italiano che, a soli diciotto anni, riesce a coniugare grazie al suo innegabile talento la tradizione e l’innovazione, ridisegnando e in qualche modo ricomponendo le linee del Jazz. Il trio è la formazione che più si addice a questo giovane talento lombardo e, se ci soffermiamo sul fatto che Stefano Zambon (contrabbasso) ha 19 anni, e Edoardo Battaglia (batteria) ne ha 18, possiamo intuire l’incredibile potenziale che questo combo ha in mano. Una ventata di freschezza che abbraccia l’intero mondo Jazz, riconducendoci alle linee della tradizione grazie ad un percorso molto spontaneo, tipico dei giovani che non hanno alcun timore a prendersi oneri e onori, sfalsando le suddette linee per poi ricomporle in un assieme che conserva i tratti tipici della Grande Tradizione Jazz, ricostruendole però attraverso un percorso sonoro che ci consegna il futuro. Perfettamente coadiuvati dai fratelli Cutello (Matteo alla tromba e Giovanni al sax) i GV3 danno alle stampe “Juttin’ Out” per Emme Record Label, un lavoro stilisticamente perfetto che, al contrario di molte altre cose, cattura da subito l’attenzione, senza mai risultare freddo. Possiamo dire che la perfezione stilistica e tecnica in questo caso non è mai fine a se stessa ma anzi, si mette al servizio della innegabile inventiva che sembra contraddistinguere da subito i cinque musicisti protagonisti dell’incisione. Siamo sicuramente in presenza della più alta concentrazione di talento presente in Italia, ma ciò non basta a dare un senso alla cascata di note che esce dai diffusori acustici appena si preme il tasto play del lettore di CD. Il lirismo di Vitale emerge immediatamente, mentre la solidità ritmica e la perfezione di Zambon e Battaglia costituiscono un tappeto sonoro perfetto che riesce a brillare di luce propria. Il resto lo fa l’esperienza, la bravura e la duttilità dei fratelli Cutello, abilissimi a cucirsi addosso ogni singola nota, ogni millimetro dello spazio lasciato loro: tromba e sax si inseguono, si amano, si sfuggono e si ritrovano, costruendo amplessi sonori che adornano le tematiche espresse splendidamente dal trio. E’ pura magia che scorre fluida e vitale attraverso le sette tracce che compongono il disco. Già l’iniziale Juttin Out presenta le caratteristiche tipiche del disco: sezione ritmica serrata e pertinente e pianoforte che vola  su pendii ripidi non a tutti accessibili. Le difficoltà della partitura sono rese con una semplicità disarmante, dimostrando che cuore e tecnica formano sempre un binomio vincente. Ci sono echi di anni settanta sicuramente, ma sono sottili linee che accentuano la freschezza compositiva di un musicista che sembra già possedere le chiavi di lettura di una nuova via dell’Italian Jazz. La successiva 25 Mins Means è caratterizzata dai discorsi, a volte classici e a volte free, che intercorrono tra Sax e Tromba: tra esposizione del tema, divagazioni improvvisate e spiazzanti cambi di ritmo, abbiamo un compendio elegante di Jazz Moderno. Arriviamo alla terza traccia dell’Album, che inizia pacatamente per poi prendere ritmo e colorarsi in modo tipicamente sudamericano: Argentina, questo il titolo del brano, pur senza la presenza dei fiati ci ha ricordato alcune cose di Gato Barbieri, e questo lo si deve sicuramente al contrabbasso di Zambon, efficace e preciso come non mai. Nel disco trovano anche spazio le divagazioni free di Silver C.U.C.U. e una classica ballad come VI Leaf, dove i fiati viaggiano all’unisono mentre il pianoforte si fa romantico e tipicamente old fashion. Quasi sincopata appare invece la successiva Troppo di Recente, dove ancora una volta possiamo apprezzare la qualità e la versatilità del contrabbasso di Zanbon; a chiudere ecco invece l’efficace rivisitazione di Black Inside, brano di Antonio Faraò. Il pianista romano è sicuramente tra le fonti di ispirazione della band, e la versione del suo brano è fresca e spumeggiante come da tempo non ci capitava di sentire. In definitiva un lavoro di ottimo livello, capace sicuramente di trascinare il Jazz Italiano tra le vette europee, dando il giusto rilievo a una scuola che non ha nulla da invidiare a nessuno.

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