Guy De Maupassant: “Una Vita” – di Nicola Chinellato

Quando, dopo cinque anni di studi, Giovanna esce dal collegio religioso del Sacro Cuore, è una diciassettenne piena di vita. La prima notte di “libertà” la passa affacciata alla finestra della propria camera guardando il cielo, respirando le fragranze della natura, udendo il lontano borbottio dell’amato mare. E’ felice e irrequieta, non vuole perdere tempo, vuole inseguire i propri sogni, la pienezza della vita e quell’amore di cui, fino ad allora, ha solo vagheggiato. I giovani, si sa, vivono di speranze e sospiri, si accendono di passione per un nonnulla, vengono travolti da entusiasmi incoscienti e non conoscono la morte, vivono da immortali, distanti dalla caducità del mondo. Sono puri, ma di una purezza onnivora e perciò fragile: terreno di caccia del dolore e della delusione, bersaglio preferito di chi non sa (o non può) rinunciare al proprio egoismo. Giovanna asseconda l’istinto, s’abbandona ai propri vaneggiamenti amorosi e, seguendo quell’ardore giovanile che non conosce ostacoli, sposa il Visconte di Lamare.
Non serve molto alla giovane aristocratica per capire quale grave errore abbia commesso. Quel giovane aitante, di bell’aspetto, ben agghindato e dall’eloquio brillante è in realtà un uomo gretto, meschino, sordido, schiavo dei suoi appetiti sessuali e della bottiglia, spilorcio negli affetti così come col denaro.
La vita di Giovanna, allora, muta radicalmente dopo il matrimonio: il sogno viene divorato dalla consapevolezza, i chiaroscuri della realtà si sostituiscono ai colori cangianti della natura che la circonda, la speranza di un futuro felice viene sostituita, giorno dopo giorno, da “un’esistenza tetra, senza più attesa”.
La vita che Guy De Maupassant racconta nel suo romanzo d’esordio è, dunque, la vita di Giovanna, una ragazza che cresce nella Francia di inizio Ottocento, unica figlia di una famiglia nobile ma progressista che preferisce la quiete del mare alla rutilante routine della città. La grande abilità del narratore francese che pur agli inizi di carriera sembra già un consumato romanziere, è in primo luogo quella di riuscire a descrivere una sensibilità femminile a tutto tondo, accompagnando la sua protagonista dal giorno dell’innamoramento fino alla vecchiaia e raccontandone minuziosamente i turbamenti emotivi: dalla febbrile esaltazione dell’adolescenza fino alla rassegnata disperazione della senilità. Un scrittura densa, minuziosa, ricca nel vocabolario e nei risvolti psicologici, fanno di “Una Vita” (Une Vie) che a un primo piano di lettura può essere percepito come un feuilleton (comparve per la prima volta a puntate sul quotidiano Gil Blas) uno straordinario romanzo sociale che ha come fulcro la condizione della donna nella società francese dell’Ottocento. Lo sguardo critico di Maupassant, però, è amplissimo, perché intorno a Giovanna, vittima sacrificale sull’altare delle convenzioni sociali, si muove un’umanità dal bagaglio etico inconsistente. 
I genitori, buoni ma inetti, espressione di un’aristocrazia ancora troppo legata alla prerogative del lusso per essere realmente progressista; zia Lisetta, più soprammobile che personaggio, muta spettatrice di una tragedia di cui vive solo opachi riflessi; la serva Rosalia, prima carnefice (in)volontario della felicità di Giovanna, poi burattinaia calcolatrice e deus ex machina delle sorti della propria padrona; il figlio Paolo, vera e propria sanguisuga emotiva che prosciuga la madre di denaro e di affetti. Su questa umanità raccogliticcia ma mirabilmente raccontata da Maupassant, spicca per crudeltà, la figura del Visconte di Lamare, un uomo che dietro le mentite spoglie dell’eleganza e della prestanza fisica cela un animo abbietto e privo di qualsiasi afflato di compassione. Un personaggio decisivo nella prosa del grande romanziere francese, dal momento che rappresenta, in tutta evidenza, la bozza preparatoria per Georges Duroy, il malvagio assoluto che Maupassant tratteggerà straordinariamente nel suo capolavoro “Bel Ami”, uscito due anni dopo, nel 1885 e considerato da Lev Tolstoj la maggiore espressione narrativa francese dopo “I Miserabili” di Victor Hugo.
“Una Vita” rapisce fin dalla prima pagina, spingendo il lettore ad avventurarsi nei meandri della psiche umana, a masticare il pane duro della delusione più cocente, a immergersi in una cruda realtà in cui nemmeno la Chiesa (e quindi la fede) sono in grado di garantire un minimo di consolazione. Sarà solo il caso, improvviso e insperato, a illuminare la fine del romanzo con un tenue barlume di speranza. Perché, in fin dei conti, “(…) la vita, vedete, non è mai tutta buona o tutta cattiva come si dice….

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