Gus Van Sant: “Drugstore cowboy” (1989) – di Dario Lopez

“Drugstore cowboy” esce nel 1989, non è un film d’esordio ma l’impressione che si ha riguardandolo ancora oggi è quella di un film importante, una sorta di scommessa su quelle che erano due promesse da mantenere: la prima era quella sul regista Gus Van Sant, qui alla sua seconda prova ma al lavoro sul primo di quei film appartenenti alla sua filmografia che ancora oggi sono ricordati con deferenza e rispetto. Poi c’è un giovane Matt Dillon, che se già aveva all’attivo piccoli cult, film in qualche maniera importanti e collaborazioni con grandi registi, era atteso per una definitiva prova di maturità. Tutti quanti, ognuno con le proprie opinioni personali, sappiamo come è andata a finire. Gus Van Sant ha siglato più o meno un film ogni due anni, si è rivelato un regista sicuramente interessante, eclettico per stili e contenuti, capace di soffermarsi e farti soffermare su svariati temi, uno di quei registi che val la pena seguire a prescindere. Promessa mantenuta. La prova di Matt Dillon è ottima, centra a nostro avviso in pieno il personaggio di Bob, mostra potenzialità da grande attore che si sono un poco disperse nel corso degli anni. Magari questo è un pregiudizio veicolato dal gusto personale di chi scrive, dalle cose che abbiamo avuto modo di vedere e magari incompleto a causa di quelle che invece non abbiamo ancora avuto modo di incontrare, eppure è così, l’impressione che rimane è che il potenziale di questo allora giovane attore non si sia mai davvero espresso fino in fondo. Ad ogni modo “Drugstore cowboy” è un gran bel film, il volto più onesto e meno cool di “Trainspotting”, una vicenda ambientata nel mondo della tossicodipendenza vista da un occhio posto alla giusta distanza, da un fuoco che dà l’impressione di non essere alterato da filtri di sorta. Credibile se vogliamo, racconto di vite fuori dall’ordinario che punta al cento per cento sulla loro ordinarietà. Bob (Matt Dillon) è il capobanda di un gruppetto di delinquenti affetti da varie dipendenze che per tirare avanti e alimentare i loro vizi, rapina drugstore nei dintorni di Portland. Bill è sposato con Dianne (Kelly Lynch), il suo braccio destro si chiama Rick (James LeGros) che a sua volta si accompagna con la bella e giovane Nadine (Heather Graham). Il gruppo è interessato alle droghe (pillole più che altro), non è un gruppo violento, i pochi scontri che hanno sono quelli con Gentry (James Remar), assillante agente della narcotici. La visione di Gus Van Sant è lucida, lascia moltissimo spazio agli attori e alla costruzione dei loro personaggi, il film è lontano dall’essere un film d’azione, il fulcro non sono le rapine ma un modo di vivere, un malessere verso una società nella quale si fa fatica ad integrarsi (ed è quella di fine anni 70). Qui forse si può spendere un parallelo con il celebre “Trainspotting”, simile a “Drugstore cowboy” nella consapevolezza dei protagonisti che quella della droga è la via più facile da seguire nella vita, almeno in parte  e per alcuni aspetti, per loro migliore.
Mark Renton (Trainspotting): “Quando ti buchi hai una solo preoccupazione: farti. E quando non ti buchi, di colpo, devi preoccuparti di tutto un sacco di cazzate: non hai i soldi, non puoi sbronzarti. Hai i soldi, bevi troppo. Non hai una passera, non scopi mai. Hai una passera, rompe le palle. Devi pensare alle bollette, al mangiare, e a qualche squadra di calcio di merda che non vince mai, ai rapporti umani, e tutte quelle cose che invece non contano quando hai una sincera e onesta tossicodipendenza”.
Bob (Drugstore cowboy): “È colpa di questa vita fottuta, non sai mai cosa ti succederà dopo. Per questo che Nadine ha scelto la via più facile per uscirne, è per questo che Dianne vuole continuare. La maggior parte della gente non ha idea della sensazione che proverà tra cinque minuti, per un tossicomane invece è diverso: lui lo sa, gli basta leggere un’etichetta”.
Nessuna spettacolarizzazione, nessun eccesso di violenza, attori giusti, ottima fotografia, un Matt Dillon in gran forma e la genialata di chiamare William Burroughs a interpretare un prete tossicodipendente. Non fu proprio un esordio ma comunque, tanto di cappello per un regista che regalerà ancora parecchie soddisfazioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *