Guru Guru: “UFO” (1970) – di Gianluca Chiovelli

Cosa differenzia il rock di ascendenza anglosassone (quello dei Settanta, beninteso) con tutte le sue derivazioni coloniali, da quello tedesco? Non è forse la fortuna della musica di marca inglese affidata alla presa immediata di certi refrain, al memorabile riff, o addirittura a elementi sovrastrutturali, di costume (lo scandalo glam, la teatralità live?) Invano si cercherebbero tali elementi nei corrispondenti germanici dell’epoca. Nel rock, così come nel suo presunto sottogenere. L’hard rock dei Guru Guru (nella loro line up dei primi Settanta: Mani Neumaier, Uli Trepte, Ax Genrich) è sostanzialmente strumentale. Sin dalla prima traccia, Stone in, si rivela nella sua piena essenzialità. Nessun orpello, né introibo per i Guru: la chitarra di Genrich non si fa precedere da nulla; è come se noi captassimo un assolo che va avanti da tempo infinito, come in un sogno. Noi camminiamo lungo un corridoio silente, quindi apriamo una porta (una porta qualunque) e improvvisamente un flusso sonoro ci investe, roccioso, atemporale: scorre da sempre, ma noi ne abbiamo intercettato solo questa piccola parte. Gli inglesi differenziano, definiscono, ingentiliscono; i tedeschi sfrondano sino all’essenzialità metafisica. Si confrontino, per esempio, brani celeberrimi come Paranoid dei Black Sabbath o Highway star dei Deep Purple con Der LSD March, scheggia finale di “UFO” (1970) disco d’esordio dei Guru Guru: non sentite come traspare (al di là dei gusti personali) la differenza fra le due anime europee? L’inglese, che continuamente differenzia e rende individuale, e la germanica, sempre tesa al cuore di ogni fenomeno, astratta. Anche Girl Call procede allo stesso modo: un lontano refolo interstellare, quindi l’immobile superficie è ferita; si allarga lentamente a permettere lo sgorgare elettrico di inesauste distorsioni e viluppi chitarristici; una corrente assecondata dalle percussioni free e dalle plumbee e basiche cadenze del basso“UFO”, insomma, è l’hard rock privo di qualsiasi riconoscibilità spettacolare, primigenio, tanto da non poter essere catalogato tramite etichette di comodo. Sorge direttamente da una polla sonora antidiluviana. Per alcuni non è neanche hard rock: è proto stoner, o psichedelia; per altri simula l’avanguardia. I Guru Guru non replicheranno più tale episodio con la stessa purezza. Il successivo “Hinten” (1971) franto in quattro improvvisazioni, è apprezzabile nella sua continuità col passato; “Kanguru” (1972) già cede, seppur ad alto livello, alle lusinghe della normalità.

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