Guido Toffoletti’s Blues Society with Paul Jones: “Live at the City Hall Café” (1986) – di Pietro Previti

Esattamente trentacinque anni fa. L’invito parlava chiaro. Lunedì 27 maggio 1985 al City Hall Café. Il cartoncino raccomandava la puntualità, neanche fossimo in Svizzera. No, quella sera l’evento era a Napoli per pochi fortunati. Orario di inizio le 19.00. Un amico che lavorava nelle cucine mi aveva passato l’invito, il lunedì il locale restava chiuso al pubblico. Quando arrivo Paul Jones e Guido Toffoletti sono seduti in cortile al fresco di un’enorme bouganville, scherzano, prendono le ultime decisioni per la scaletta. Il patron del City Hall, Dino Luglio, è teso, indaffarato, ha deciso di fare anche da produttore al trentatré giri che uscirà per la milanese Appaloosa Records. Finalmente è tutto pronto.
Oggi è riservato alle prove tecniche, si allestisce la saletta anche per le riprese, ma si inizierà anche a registrare, non si sa mai. L’indomani, allo stesso orario, si ripeterà il set, sarà quello destinato a comparire sul disco. Il locale si presta con i suoi ambienti ampi e ben curati, i luminosi e ampi finestroni e la carta da parati abbinata ai lampadari che rimandano alla Belle Époque. Non solo. In quegli anni è il locale notturno di tendenza in città; ci passano tanti presenzialisti e tiratardi ma anche la migliore intellighenzia di musicisti e creativi in circolazione. Grazie al gallerista Lucio Amelio arrivano Andy Warhol e Joseph Beuys. Dopo l’inaugurazione con il quintetto di Chet Baker nel gennaio del 1980 da quelle mura transiteranno i protagonisti del Neapolitan Power e della Vesuwave, Gil Evans e Dizzy Gillespie, Renzo Arbore e Isabella Rossellini. Paolo Conte ci tiene il suo primo concerto napoletano, accompagnandosi da solo al pianoforte. 
Il veneziano Guido Toffoletti è già un veterano della scena blues. Classe 1951, a partire dai primi anni Settanta si trasferisce a Londra con pochi soldi ma tanto entusiasmo, riuscendo ad entrare nel circuito del British Blues. È simpatico, ha voglia di imparare dai maestri inglesi e ci mette poco tempo a diventare amico di Alexis Corner e dell’intero giro dei suoi musicisti, arrivando a conoscere Mick Taylor e Keith Richards. Rientrato in Italia trasferisce la grinta e la passione per questo genere musicale dando vita ad un proprio gruppo, i Blues Society. Paul Jones è di circa una decina d’anni più grande. È stato il cantante dei Manfred Mann, storico gruppo della prima ondata di musica beat inglese degli anni Sessanta. Attore, conduttore televisivo, è ritornato alla musica da qualche anno alla testa della Blues Band, gruppo che già dal nome rinverdisce i fasti della Musica del Diavolo. Per Paul e Guido non è la prima volta, hanno già suonato insieme al Pistoia Blues Festival.
Ecco. Dino fa segno che si inizia, fa una breve presentazione. Entriamo tutti dentro, prendo posto, ho con me una vecchia Kodak Instamatic. Speriamo che non la vedano, che non mi dicano niente. Già sono ospite… Poi c’è Luciano Viti, il fotografo del “Mucchio Selvaggio che chiede ai musicisti di posare, deve fare le foto per il disco che verrà. Mi tengo stretto, nascosta, la mia fotocamera: è un giocattolo che fa immagini quadrate. È la prima volta che fotografo a un concerto, sono emozionato. Le registrazioni cominciano, non siamo in tantissimi. Ci dicono di stare in silenzio durante i brani ma si tratta comunque di un live in presa diretta, al momento opportuno occorre che si senta la presenza del pubblico in sala. Il repertorio è quello tradizionale elettrico, stile Chicago Blues. Blues elettrico ben suonato e frizzante. Nessun assolo torrenziale o caduta di gusto. Guido suona in maniera misurata e canta anche qualche pezzo. Paul è un istrione, gigioneggia sul palco. Ha una voce ancora fresca, suona l’armonica a bocca. Inizia a fare caldo, via la giacca, resta con la maglietta che ritrae Sister Rosetta Tharpe. Ad accompagnarli sul palco ci sono Massimo “Super” Iannantuono alla batteria, Mario “Attila” Grenga alla chitarra ritmica e Massimo Fantinelli al basso Fender. Nel corso della serata si aggrega anche Daniele Sepe, giovane fiatista campano che farà molta strada.
Il suono cola via bollente. Il Vesuvio e il Mississippi si incontrano, si fondono. La successione dei pezzi è trascinante. Si va dalle cover del repertorio classico di Willie Dixon (Wang Dang Doodle e Talk To Me Baby) e Sonny Boy Williamson (Help Me) ai brani della carriera da solista di Paul Jones (Judgement, la strepitosa Not Me). Trova spazio anche un blues scritto per l’occasione che omaggia in maniera divertita il locale e il suo titolare (The City Hall Boogie), brani di Guido (Not Very Funny e Livin for the Day, quest’ultima co-firmata con Paul) e una memorabile chicca dei Manfred Mann (I’m Your Kingpin). Dopo una trascinante e stravolta versione di When The Saints Go Marchin’ In la chiusura è affidata alla jam: Hold He Again. L’album, “Live at the City Hall Café“, uscirà l’anno successivo ed è la fedele riproduzione delle emozioni che ho vissuto quella sera. Da Discogs apprendo che non è stato ancora ripubblicato su compact disc. Sarebbe l’ora di provvedere. Da parte mia, quello stesso anno, avrei acquistato la mia prima macchina fotografica, una reflex della Yashica

Foto e articolo Pietro Previti©tutti i diritti riservati 
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