Guido e Maurizio De Angelis: “Sergio Martino’s B-movies 1973” – di Alessandro Gasparini

Il cinema italiano di genere ha vissuto il suo massimo splendore a cavallo tra la metà degli anni 60 e i primi anni 80. Nell’arco di circa vent’anni buona parte del mondo ha conosciuto e apprezzato opere che spaziavano dal peplum al thriller, dal western al poliziesco, dalla commedia sexy all’horror più estremo e violento. Connubio imprescindibile con questo cinema è stato quello con tanti (allora) giovani compositori come Ennio Morricone, Riz Ortolani, Fabio Frizzi, Franco Micalizzi, Luis Enriquez Bacalov e Stelvio Cipriani, i quali ne hanno curato le colonne sonore. I registi di tali opere hanno reso celebre la figura del nobile artigiano italico della macchina da presa. Soprattutto all’estero, il ricordo di cineasti come Mario Bava, Lucio Fulci, Umberto Lenzi, Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari e Sergio Martino è tuttora vivo nelle riviste di settore, nei blog e nelle stesse pellicole che a loro rendono omaggio. Senza voler scomodare ulteriormente nomi altisonanti come Sergio Leone e Dario Argento, o rimarcare gli incessanti tributi di Quentin Tarantino, basta quanto detto poc’anzi per capire l’influenza e il fascino che i nostrani film diSerie B” hanno avuto e mantengono anche oggi.
Partendo da questo contesto, è mio intento catapultare chi legge nell’anno
1973. Siamo nell’anno di uscita di The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, dell’Oscar al “Padrino” di Francis Ford Coppola e del golpe in Cile che mette la pietra tombale sul governo di Salvador Allende. Nella penisola il clima è quello caldo degli anni di piombo, dove il grande schermo è crocevia delle diverse anime che attraversano la società italiana. Se da una parte c’è il cinema impegnato e di “Serie A” di registi come Elio Petri, Francesco Rosi e Pier Paolo Pasolini, o la commedia brillante di Mario Monicelli, Dino Risi e Luigi Comencini, dall’altra vi erano lungometraggi che miravano al sensazionalismo o all’intrattenimento disimpegnato. Questo lato del nostro cinema spesso e volentieri definito di “grana grossa” attirava, nonostante la nomea, interpreti italiani e stranieri di fama internazionale quali Enrico Maria Salerno, Telly Savalas, Barbara Bach, Ursula Andress, Franco Nero, Barbara Bouchet e Tomas Milian.
Sergio Martino (Roma 1938) è un regista trentacinquenne, fratello del produttore Luciano Martino, che ha già all’attivo un discreto numero di film come il western “Arizona si scatenò… e li fece fuori tutti(1970) e i thriller “Lo strano vizio della Signora Wardh” (1971) e “Tutti i colori del buio” (1972), entrambi interpretati da Edwige Fenech allora compagna del fratello Luciano. Il 1973 è per lui un anno importante dal momento che dirigerà tre film molto differenti tra di loro, decidendo di affidarne le rispettive musiche a due giovani fratelli musicisti e compositori: Guido (voce, flauto e percussioni) e Maurizio (voce, chitarra e tastiere) De Angelis. La loro carriera musicale aveva avuto inizio dieci anni prima con il singolo dalle sonorità beat Un Vecchio Macinino/La Goccia D’Acqua (1967), a firma Guido e Maurizio. Inoltre l’attività in RCA li aveva visti in veste di arrangiatori per altri artisti, tra i quali un esordiente Lucio Dalla, mentre il loro esordio sul grande schermo è stato lo score del film diretto e interpretato nel 1971 da Nino Manfredi Per grazie ricevuta“. I De Angelis avevano accompagnato anche il successo della coppia micidiale Bud Spencer / Terence Hill in “…continuavano a chiamarlo Trinità” (1971) e “…più forte ragazzi!(1972).
Comporre per Martino nel 1973 doveva essere stata una bella sfida per loro, sia per l’eterogeneità dei tre film che per la mole di lavoro che continuavano ad avere per i film di altri registi (sono dello stesso anno anche “
La Polizia incrimina, la legge assolve di Castellari e “Piedone lo sbirro” di Steno). Il loro approccio alle colonne sonore era alquanto singolare, se paragonato agli altri autori loro coevi. Capaci di includere brani effervescenti e dinamici ma mai scontati e forti di quei coretti che ne faranno il marchio di fabbrica. In particolare, nel modus operandi chitarristico di Maurizio erano ravvisabili tutti gli elementi della musica pop contemporanea come country, rock e blues. Da parte sua, Guido proponeva ritmiche e parti di flauto che non lasciavano indifferenti quando le atmosfere delle soundtrack viravano verso lidi funk e jazz.
I corpi presentano tracce di violenza carnale esce nelle sale cinematografiche il 4 gennaio. In Italia il genere giallo/thriller aveva già vissuto la trilogia animalesca di Argento che, tra sadici serial killer e sanguinolenti colpi di arma bianca, diede il via a diversi tentativi di emulazione stilistica. Vale la pena menzionare anche peculiari alternative al thriller argentiano, come quella di Fulci (“Una lucertola con la pelle di donna” del 1971 e “Non si sevizia un paperino” del 1972) e Aldo Lado (“La corta notte delle bambole di vetro” del 1971). Il film di Martino spiazza del tutto lo spettatore abituato ai gialli degli anni immediatamente precedenti, tanto per l’estetica minimale e asciutta quanto per il senso di angoscia dato dai colori e dalle inusuali soluzioni paesaggistiche (Umbria e Abruzzo). I protagonisti Luc Merenda e John Richardson, con le stupende Suzy Kendall, Tina Aumont e Patrizia Adiutori, testimoniano un incubo senza via d’uscita che nell’horror statunitense ispirerà negli anni a seguire il sottogenere slasher (“Venerdì 13, Halloween: La notte delle streghe). La colonna sonora ha un ruolo fondamentale nell’economia del film, dando efficacia alla suspense e alla drammaticità dei momenti più ansiogeni. Lo score alterna momenti di calma, come I Corpi Delle Vittime dove c’è un accattivante riff blues che ricorda I’d Had You Anytime di George Harrison, ad attimi di tensione come Il Primo Omicidio e Corpi Smembrati. Gli episodi più memorabili sono probabilmente le tracce Ricordi Di Una Tragedia Lontana e Raccapriccio, dove i Nostri fanno tesoro delle lezioni avanguardistiche di Morricone in virtù di un uso ossessivo del pianoforte e di rumori stridenti. Da ricordare anche la ballad Università, spensierata e nostalgica, con flauto e chitarra in evidenza che torneranno in modo simile in un altro film del quale parlerò più avanti.
Neanche il tempo di riposare e Sergio sforna un altro titolo il
12 aprile, di genere completamente diverso. Pippo Franco, Edwige Fenech e Gigi Ballista sono i protagonisti di “Giovannona Coscialunga disonorata con onore, film rimasto impresso nell’immaginario collettivo come la commedia sexy citata ne “Il secondo tragico Fantozzi(Luciano Salce del 1976) durante l’epica scena della rivolta al cineforum. In realtà, la pellicola meriterebbe attenzione maggiore poiché piena di satira incentrata sul clientelismo e su certi loschi legami tra imprenditoria e politica. Lo sviluppo porta successivamente a una più stereotipata commedia degli equivoci ma bisogna dar merito al regista di aver bilanciato tutti gli ingredienti senza calcare la mano sull’erotismo fine a se stesso. Come Edwige Fenech è stata un desiderio generazionale in quel periodo, anche la musica dei Nostri resta un oggetto del desiderio irraggiungibile. La colonna sonora non è stata mai pubblicata, dunque è necessario rivedere i momenti salienti del film per poterla apprezzare. I titoli di testa, che ci portano nel contesto rurale della Sicilia interna, sono accompagnati da una tarantella siciliana con il caratteristico scacciapensieri.
Il tema principale, riproposto in diverse varianti, ha l’immancabile stile De Angelis che li renderà celebri. Si tratta infatti di uno scanzonato brano pop strumentale che ha quel caratteristico appeal da hit, formula che ritroveremo in “
Anche gli angeli mangiano fagioli” (1973) e “…altrimenti ci arrabbiamo” (1974). Mentre la chiusura è affidata ad un irresistibile e beffardo rock’n roll, con l’organo hammond e il flauto che commentano impeccabilmente l’incontro tra lo spavaldo Mario Albertini (Franco) e l’imponente Franceschino (Giovanni Nello Pazzafini, attore e stuntman dalla filmografia sterminata). Passata la primavera, che ha visto l’esplosione dello scandalo Watergate negli USA e in Italia il successo in classifica di Lucio Battisti con Il Mio Canto Libero e Patty Pravo con Pazza Idea, ha inizio la calda estate che verrà ricordata per i provvedimenti di austerity e i focolai di colera. Sul finire di questa stagione, precisamente il 22 agosto 1973, esce nelle sale il poliziesco “Milano trema: la Polizia vuole giustizia“.
Si tratta della prima incursione di Martino nel genere che verrà definito “
poliziottesco”, per la quale sceglie come protagonista Luc Merenda nei panni del Commissario Giorgio Caneparo. Il film si inserisce nel filone allora in voga che vede poliziotti intrepidi e inclini alle vie di fatto fronteggiare tanto la criminalità comune quanto oscure trame eversive che vorrebbero instaurare compagini governative autoritarie. Il capostipite in Italia di questa corrente è considerato “La Polizia Ringrazia” (Steno 1972), mentre a livello internazionale va senz’altro menzionato “Una 44 Magnum per l’Ispettore Callaghan” (Ted Post 1973) con Clint Eastwood nei panni di Dirty Harry. Tra inseguimenti, cazzotti e luridi bar della periferia meneghina si snodano le vicende che vedono il Commissario Caneparo coinvolto in un’inarrestabile spirale di violenza, nella quale nessuno può essere considerato amico fino a prova contraria. Oltre alla pregevole fattura tecnica della regia e al ritmo incalzante, la pellicola va ricordata per le convincenti interpretazioni di Richard Conte, Martine Brochard, Chris Avram e Silvano Tranquilli.
Guido e Maurizio firmano quella che è di sicuro una delle loro prove migliori, sia in termini di coerenza del commento musicale che di varietà e qualità. Il tema principale, onnipresente dall’inizio alla fine ed eseguito in più versioni è chiamato
Blue Song. Per chi ama il genere poliziottesco, tale brano è un ascolto imprescindibile poiché legato indissolubilmente alla memoria del film. La versione strumentale, in tutte le sue varianti, è un misto tra una nenia infantile e una ballata malinconica, forte della presenza costante della tastiera e degli archi che accompagno il protagonista lungo i suoi viaggi nella desolazione e nel degrado urbani. La versione vocale, non presente nel film, vede la performance del duo Susi & Guy (Susan Duncan-Smith e Cesare De Natale), il cui cantato conferisce al tutto un’atmosfera da chanson. L’altro episodio simbiotico con la pellicola è And Life Goes On, che troviamo per la prima volta durante uno dei momenti più drammatici della storia nella sua versione in italiano La Vita Va. In contrasto con la rassegnazione che trasuda dalle parole, la musica è quanto di più rilassante ci si possa aspettare dalla premiata ditta De Angelis. Volendo fare un parallelo, si potrebbe definire questa traccia una versione più matura e consapevole di Università, presente in “I corpi presentano tracce di violenza carnale“.
Ad introdurre ci sono sempre il flauto e la chitarra, mentre la voce e alcune pennate di chitarra elettrica completano l’
ensamble che regala all’ascoltatore una gemma tra le soundtrack del periodo. Necessario a riguardo sottolineare il lavoro di Maurizio alla chitarra acustica, sia nel giro principale che nei piccoli solo che sanno molto di country-rock in stile Bob Dylan, Creedence Clearwater Revival (Lookin’ Out My Backdoor) e Eagles. Altri momenti significativi sono quelli chiamati Milano Trema #3, quasi progressive, e #1 e #5, dove il contesto free-jazz creato da basso, chitarra e flauto sembra quasi anticipare Death Dies dei Goblin nella colonna sonora di Profondo Rosso. Terminato il 1973 le strade di Martino e dei De Angelis si sarebbero separate fino al 1976, anno di uscita della commedia a episodi “40 gradi all’ombra del lenzuolocon Tomas Milian, Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Sidney Rome e Enrico Montesano. Ma il rapporto sarebbe continuato con altri titoli di successo e di culto come il western “Mannaja” (1977) con Maurizio Merli, il post-atomico “2019: Dopo la caduta di New York” (1983) e il comico “L’allenatore nel pallone” (1984) con Lino Banfi.
Sergio Martino è ad oggi riconosciuto come uno dei più importanti mestieranti del cinema italiano. Grazie al suo sapersi reinventare e mettere alla prova è riuscito a lasciare il segno in ciascun genere e, nonostante le tante critiche in patria, la sua produzione ha avuto gli endorsment di registi del calibro di Quentin Tarantino ed Eli Roth. Guido e Maurizio De Angelis avrebbero legato il loro nome anche al mondo delle serie TV acclamate e popolari, con le musiche di Sandokan e Spazio 1999, così come all’universo dei cartoni animati quali Galaxy Express 999, Il gatto Doraemon e D’artacan. Il loro stile fresco, orecchiabile e versatile è stato fondamentale per la riuscita dei progetti ai quali hanno collaborato, mentre la loro discografia è stata talmente imponente da rendere necessario l’utilizzo di vari pseudonimi nel corso degli anni. Di certo, il soprannome più famoso e al quale in molti sono rimasti affezionati è Oliver Onions, in onore dello scrittore britannico George Oliver Onions. I loro nomi sono marchiati a fuoco, insieme agli altri sopracitati, negli annali di quella stagione memorabile del cinema italiano di genere troppo spesso vituperato. Fortunatamente c’è chi negli ultimi 15 anni si è impegnato e si impegna, ciascuno con i propri mezzi, a mantenere viva questa memoria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: