Grunge… i primi vagiti – di Vincenzo Corrado

L’abbrivio con cui tutto, o quasi, nel grunge, ebbe fatalmente inizio, passa per una folle quantità di dischi che il mondo della musica, pian piano, è riuscita a scaraventare con decisione nell’olimpo dell’eternità. Quando ci si appresta a parlare di grunge non ci si aspetta che fili tutto liscio, specie se  poi ci si permette il lusso di farfugliare esclusioni eccellenti; perché, contrariamente a quanto abbozzato dall’immaginario di molti, questo feto dell’America di fine anni 80 è figlio di suoni più (o meno) atavici e di dischi meno (o quasi) familiari ai timpani comuni, ma che sanciscono l’appartenenza a questo limbo del rock moderno incubato fra le strade umide e i tombini fumanti della piovosa Seattle, genitrice di questo nuovo barlume dell’underground. Uno dei primi di quei dischi, in ordine di appartenenza, fu anche l’album d’esordio di quei ragazzotti neanche trentenni dei Soundgarden, con “Ultramega OK” stampato per la SST Records nel 1988: erano i primi vagiti di Chris Cornell, Kim Thayil, Matt Cameron e Hiro Yamamoto. Qualcuno Penserà che questo disco non sia all’altezza delle successive litanie sia dell’universo grunge che di Chris e soci – e potreste pensare bene – soprattutto se si pensa che quasi metà dell’album perde, a sprazzi, parte della sua carica spigolosa e coinvolgente; ciononostante quello che realmente per l’orecchio è inevitabile è la dirompente forza evocativa che accompagna le qualità emerse e sciolte dei singoli, senza tralasciare la straordinaria capacità di racchiudere punk, metal e rumorosità scanzonata alla Stooges, in una pesante atmosfera che porta con sé strascichi di futuro e puro grunge. Brani come Flower così deciso e prorompente, Beyond the Wheel lento e opprimente, Circle of Power caparbio e assordante, degno del miglior Iggy, così come Head Injury che si affanna in un punk per poi annaspare in grunge, rendono adeguatamente l’idea di tutta la passione grezza ed istintiva di cui questo lavoro è composto in ogni suo angolo incavato; e poco importa se il disco contiene cover come One minute of silence, di John Lennon, che rispecchia fin troppo bene il suo titolo, o pezzi come 665 e 667 che trattano con impertinenza ed ironia le solite accuse di satanismo nei confronti della musica rock. Analogamente, nel 1989, sempre nell’esuberante Seattle, un giovane quartetto di amici, quali Mark Arm, Steve Turner, Matt Lukin e Dan Peters, conosciuti come i Mudhoney, pubblicano il loro primo  omonimo album: “Mudhoney”, per la Sub Pop Records, l’etichetta discografica artefice del lancio del fenomeno grunge. Questo disco sembrerebbe immortalare l’ascesa del grunge e del suo suono sporco, innalzandosi inconsapevolmente come uno dei primi dischi di quello che sarà successivamente ridefinito Seattle Sound e da cui uomini-simbolo del fenomeno grunge come Kurt Cobain prenderanno anche spunto. Il suono è di quanto più primitivo si potesse ascoltare negli eighties, a cavallo di una parabola che va dal garage rock al noise, passando dal punto di contatto con i soliti Stooges, con note sporche e irriverenti che accompagnano di tutto punto la convulsa e dionisiaca ugola di Mark Lanegan, in una melmosa successione serpeggiante e spassionata che va dalla strozzata This Gift a You Got It; da Here Comes Sickness fino alla tambureggiante Dead Love. I Mudhoney non avranno forse raggiunto la fama lussuriosa che ha contraddistinto altre band di pari livello, come i Nirvana, ma non ha importanza, perché invece di vendersi alla fama più subdola, hanno preferito rimanere sani e puri – oggi come nel 1989 – senza strozzare la loro vera natura più grezza e sporca, facendosi largo a colpi di pala in mezzo a tanta merda commerciale che continua a propinarci l’industria musicale. Chapeau. Passati a malapena un paio d’anni dall’uscita dell’album “Mudhoney”, gli anni Novanta erano esplosi di pari passo col fenomeno grunge, ormai sinonimo di moda, movimento culturale, atteggiamento, che, a Seattle, avviluppava band oltre ai Mudhoney e ai Soundgarden, quali i più celebri Nirvana, gli Alice in Chains e i Pearl Jam di Eddie Vedder. Proprio i Pearl Jam con Vedder e Jeff Ament, Stone Gossard, Mike McCready e Dave Krusen, nell’estate del 1991, incisero il loro primo album in studio, che risulterà essere una vera e propria manna dal cielo che, a distanza di quasi ventisei anni, non perde un sol colpo della sua potenza granitica e sincera. “Ten”, pubblicato dalla Epic Records, riesce a scalare in breve tempo posizione su posizione, strappando il consenso mondiale. C’era bisogno di musica pura, semplice e vera, “rock” tradizionale, trascinante e sanguigno: e questo disco, che ha investito i nineties con la sua forza espressiva, con quegli interpreti simbolo di genuinità, riportando alla memoria i seventies dei Led Zeppelin e degli Who, ne è stato l’espressione più spontanea. Ogni pezzo è una storia, triste e ruvida, delicata e impegnata, che spesso prende scene di vissuti veri: come Jeremy, la sesta ballata in scaletta, che canta delle tragiche vicende di adolescenti che fanno stragi nelle scuole per poi suicidarsi. Once, che fa da apripista, nelle sue cronache è emotivamente aggressiva; Even Flow si staglia sulla propulsione strumentale con la sua psichedelia; Alive forse la migliore, rende gloria al potere coinvolgente della voce di Eddie; Black emoziona con la sua amorevole delicatezza. Questi ed altri irresistibili e massicci spartiti sono diventati il manifesto del Seattle sound, estendendosi poi in un successo mondiale, longevo ed irripetibile. Eddie Vedder e i Pearl Jam, erano e sono una delle enormi bandiere sventolanti di una generazione di cui siamo figli – assieme ai Nirvana, gli Alice in Chains, i Soundgarden, i Cows, i Mudhoney, gli Screaming Trees, i Mad Season, i Melvins – e che reggono ancora in quest’epoca prigioniera di monoliti commerciali, con autorevolezza, passione e credibilità. 

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