Groundhogs: “Split” (1971) – di Piero Ranalli

Iniziarono come John Lee’s Groundhogs per sostenere il grande bluesman John Lee Hooker durante alcuni dei suoi viaggi nel Regno Unito e registrarono la loro prima session con lui nel 1964. Nel 1968 durante il grande boom del blues nel Regno Unito continuarono come Groundhogs a fare concerti blues e registrarono “Scratching The Surface” presso lo studio del Marquee Club. Con la fine del boom del blues, nel 1969, pubblicarono il loro secondo disco “Blues Obituary“, la cui copertina mostra la band che compie una cerimonia funebre nei confronti del blues, per far capire che da quel momento in poi la loro musica avrebbe cambiato direzione, così arrivarono all’uscita del loro terzo album Thank Christ for the Bomb, un titolo provocatorio che, nel 1970, considerando la guerra fredda con la Russia ancora molto accesa nel sentimento pubblico, sarebbe servito come antidoto e a scongiurare l’avvento di un conflitto nucleare. Da qui iniziò un approccio al rock molto personale che portò inevitabilmente a uno stile originale guidato dal chitarrista leader Tony McPhee, il quale trovò l’ispirazione per il suo album successivo da un esaurimento nervoso che si verificò alcune settimane dopo aver vissuto un attacco di panico devastante indotto, secondo quanto riferito, da un utilizzo eccessivo di erba.
Split” (Libety 1971) è stato concepito da queste esperienze e ha descritto, attraverso un paesaggio sonoro, quello che succede quando si perde la testa, voce colpita dal panico, convulsioni, urla, sudori, paranoia, confusione, allucinazioni, per arrivare alla depressione finale. Tutto questo viene descritto abilmente nel brano Split suddiviso in quattro parti. Un’opera che fa da anello di congiunzione tra psichedelia e proto-prog, davvero una metamorfosi musicale notevole rispetto agli esordi, superba anche la produzione del suono affidata a Martin Birch (tecnico del suono dei Deep Purple, Black Sabbath, Blue Öyster Cult e non solo, purtroppo venuto a mancare recentemente il 9 agosto 2020). Quindi una sezione autobiografica, con Split Part I – IV, in cui Tony traspone in musica le emozioni vissute durante quella esperienza, senza preoccuparsi di uno stile, di un genere – solo uno spirito libero con la chitarra – accompagnato da due degni compagni di viaggio Pete Cruikshank (al basso) e Ken Pustelnik (alla batteria).
Quattro parti correlate solo da un punto di vista concettuale, essendo ciascuna una canzone separata. La chitarra solista di McPhee è ovviamente superba come sempre, lui ne estrae quanti più suoni, timbri e tecniche esecutive possibili, così da contaminare il blues ed espanderlo in territori psichedelici, effettistici, rumoristici, mediante l’uso intensivo della leva del tremolo e in particolare del pedale wah wah che aggiungono nuove dimensioni al suo stile e al suo suono. Poi c’è anche una seconda sezione dedicata ad altri brani ugualmente degni di nota. Cherry Red che diventerà un cavallo di battaglia nei loro concerti: cinque minuti di pura energia e vitalità, il ritmo trascinante e il grande assolo di chitarra lo rendono irresistibile. A Year In The Life offre all’ascoltatore un momento di sollievo dai ritmi martellanti e dalla follia generale, una voce echeggiata e una melodia malinconica creano un gradito contrasto con il resto dell’album, un’oasi di melodia e dolcezza. Junkman si presenta come una canzone vagamente folk, prima che alcuni intermezzi di chitarra decisamente strani disturbino la relativa normalità. L’ultima parte del brano è semplicemente improvvisazione e feedback pazzeschi.
L’album si chiude con l’omonimo Groundhog, una cover di una canzone di John Lee Hooker che ci riporta al loro stile di esordio basato sul blues. Molto bella la copertina, una foto di Tony con il suo amato strumento suddivisa in tante sezioni e distorta da una rotazione come se fosse vittima di una spirale emotiva: se vogliamo un riflesso di quella dissociazione vissuta durante lo sballo, come se avesse voluto fotografare quella vicenda angosciante e nel contempo esorcizzarla attraverso la musica. Che dire, un album di blues rock profondamente plasmato da significative influenze psichedeliche in cui viene colmato il terreno tra psichedelia e proto-prog da un lato e accenni di hard rock influenzato dal blues dall’altro, davvero originale e intenso.

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