Greta Van Fleet: “From The Fires” (2017) – di Claudio Trezzani

Di solito si approccia con poca curiosità e molto scetticismo quando ad una band si vuole affibbiare l’etichetta di “nuovi Rolling Stones” o “nuovi Beatles” o “nuovo declinate un nome leggendario a caso”. Quindi quando si mette sul piatto questo EP dei Greta Van Fleet , definiti da chi li ha ascoltati fin dai loro inizi nel 2012 dalle parti di Frankenmuth, Michigan. i “nuovi Led Zeppelin”, si parte un po’ prevenuti e timorosi che un’altra band abbia cercato una copia da mercato cinese di bassa lega di una delle band fondamentali della storia della musica… e invece ci sbagliavamo e di grosso. Diciamo subito che siamo davvero felici che anche in queste nuove generazioni, così martoriate dalla musica commerciale senz’anima né passione, senza gavetta da live in locali sporchi e fumosi, nascano ragazzi dal talento cristallino che uniscono la passione all’amore per i grandi del passato. I fratelli Josh, Jake e Sam Kiszka, assieme all’amico batterista Danny Wagner con questo amore per il rock del passato si lanciano così in quel percorso che negli anni tanti amici in tanti scantinati hanno fatto per urlare al mondo di esserci… e sembra che ce l’abbiano fatta, se il successo, che inevitabilmente li investirà, non li brucerà in fretta sull’altare del mercato discografico e dei soldi. Questo “From The Fires” suona “nuovo” , vive di vita propria, nonostante le somiglianze di cui parlavano gli addetti ai lavori quando li sentirono ai loro esordi. Somiglianze sia nel sound ispirato ai Led Zeppelin di “Led Zeppelin II” ma, soprattutto, nella voce di Josh Kiszka: se fossimo in un laboratorio e dovessimo riconoscere fra la voce di Robert Plant del 1969 e quella di Josh , dovremmo ricorrere a strumenti scientifici per decidere. Ascoltate Safari Song, il pezzo di apertura, e diteci che il cantato non pare uscito da una session del Golden God agli Olympic Studios nei gloriosi settanta. Una somiglianza che mette quasi i brividi. Il disco è divertente, i pezzi si susseguono veloci… manca, ovviamente, di una maturità che sarebbe impossibile chiedere a dei ragazzi di vent’anni ma hanno dalla loro una sfrontatezza e un coraggio invidiabili come quando, non contenti di aver già scomodato i “Santi”, decidono di eseguire una cover, riuscitissima fra l’altro, di Sam Cooke: A Change is Gonna come. Stupendi i riff di Highway Tune: niente di originale o che fa gridare al miracolo compositivo, ma il bello dei Greta Van Fleet è che ti fanno dimenticare di essere nel 2017. Una sorta di disco che sta in un limbo temporale dove sono coetanei di Jimmy Page e Jeff Beck. Un talento quello di questa band, del quale sentiremo ancora a parlare per tanto tempo, sempre che venga guidato con sapienza e non forzato. Sarebbe un peccato mortale sprecarlo e cercare di ingabbiarlo in qualcosa di più “vendibile”, come è stato fatto per tanti giovani. La speranza c’è e di certo il rock di qualità sembra aver guadagnato nuovi adepti. Menzione per la stupenda copertina del disco (otto canzoni appena, come si usava fare agli albori) che sembra un’istantanea del capolavoro di Stephen King “Stand By Me”, ricordi di un’adolescenza passata nei boschi a sognare di diventare grandi. Buon ascolto.

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