Greta Van Fleet: “Anthem of The Peaceful Army” (2018) – di Claudio Trezzani

Se amate il rock e ne bazzicate radio e siti web, avrete di certo sentito parlare di questi quattro ragazzini che da sconosciuta band del Michigan, sin da subito sono assurti agli onori della cronaca come futuro del rock and roll” oppure nuovi Led Zeppelin”. Li avevamo lasciati lo scorso anno con l’uscita di un EP inusuale, molto lungo (“From The Fires”), e li ritroviamo quest’anno con ancora più curiosità… una curiosità che poche band negli ultimi anni hanno saputo costruire. provenendo da un genere ormai poco di moda come il rock and roll di stampo seventiesIl disco ha una produzione impeccabile e il suono è davvero fantastico, potente ma chiaro e, l’accento sulla voce incredibile di Josh Kiszka è quello che ci si aspetta… d’altronde, le spaventose somiglianze con l’ugola del “Dio Dorato” Robert Plant sono quelle che, unite alla loro innegabile bravura, li ha portati ad emergere fin da subito nel panorama rock americano. Il disco non è lunghissimo ed  è un bene, 11 pezzi e 50 minuti di rock diretto senza fronzoli e senza sprechi tanto per scrivere. Ogni canzone ha il suo perché e il suo carattere preciso, il rock ormai ha esplorato ogni centimetro del pentagramma, ha padri ispiratori ben noti che però sono anche loro stati ispirati in passato da altri padri ispiratori… e quindi bisogna distinguere fra “copie carta carbone” e ispirazioni talentuose e comunque originali come sono oggi quelle dei Greta Van Fleet. La band è maturata nel sound e oggi, oltre la voce e i riff graffianti e molto groove, la differenza la fanno la ritmica e gli arrangiamenti perfetti: il talento è puro e non è ingabbiato ma guidato verso i lidi di un rock, venato di quel folk un po’ magico tanto caro proprio ai Zeppelin, da cui prendono lezione… basta ascoltare le prime due canzoni per capirlo. Age Of Man, con l’incedere prima sognante che cresce poi con un bel riff centrale e la voce così potente ma mai esagerata, incastonata alla perfezione. Over The Hills And Far Away (Led Zeppelin, 1973) non è così lontana ma poi, come nei dischi dei Santi, i Fleet dai boschi arrivano in città e scatenano un groove elettrizzante in The Cold Wind… un riff assassino che ti prende subito: visto che ci siamo, avranno pensato i quattro del Michigan, perché non prendere anche lo scettro degli AC DC. Fatto. Il pezzo ha inserti quasi funk al centro, il lavoro del bassista Sam Kiszka è eccellente e non lascia i fratelli soli, bellissimo brano. I testi sono un versione moderna delle idee della Summer Of Love” se vogliamo, forse più del sound e della voce, è questa la vera eredità presa al volo dai quattro ragazzini. Pace amore ed ecologia… un messaggio di speranza, certo, senza citazioni letterarie o impegnate come usavano fare i padri ma per quello ci sarà tempo. Un disco che non ha flessioni anzi, in pezzi come Brave New Worldtraspare come il talento cristallino della band è un marchio ben definito: un pezzo potente con un riff quasi oscuro, un brano coraggioso e complesso rispetto agli altri ma non per questo meno riuscito, anzi. L’assolo finale che chiude il pezzo è perfetto. C’è spazio anche per riffs acidi e psichedelici in Lover, Leaver ma anche per ballad convincenti come Anthemcon il suo giro acustico dove i boschi sterminati della splendida copertina del disco, li immaginiamo molto vicini a Monterey e al suo messaggio di amore e spensieratezza. Una band con talento, coraggio – tanto tantissimo coraggio –  e un carattere che alle band (anche più esperte) che oggi si fregiano dell’appellativo di essere il Rock attuale, manca totalmente. Se manterranno la schiena dritta e il coraggio mostrato finora, avvisate quelli che avevano già celebrato il funerale del rock – quello vero, quello evocativo, quello che diverte ma fa pensare – di annullare la cerimonia, l’estinzione pare ancora lontana grazie ad una band di ragazzini del Michigan. Buon ascolto.

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