Gregg Allman: “Southern Blood” (2017) – di Claudio Trezzani

Difficile, difficilissimo parlare dell’ultimo lavoro di Gregg Allman sapendo che la parola “ultimo” stavolta è definitiva. Il 27 maggio 2017 il cancro al fegato che lo aveva martoriato negli ultimi anni, nonostante un trapianto riuscito nel 2010, aveva portato via per sempre uno degli artisti fondamentali della musica, facendo di questo “Southern Blood” un testamento in note e parole. Gregg ,sopravvissuto agli eccessi degli anni 60 e 70, quando nel marzo del 2016 decise di registrare un nuovo album, sapeva benissimo che sarebbe stato l’ultimo e che non avrebbe più avuto un’altra occasione per salutare il mondo. La decisione di quali pezzi e sul dove incidere il disco sono stati, probabilmente, la diretta conseguenza di questa tragica sensazione ma ci arriveremo dopo. Parlarvi della carriera di un uomo che con la sua voce, la sua tastiera e il suo talento ha creato (assieme al fratello, quel Duane Allman considerato uno dei più influenti chitarristi di sempre nonostante la scomparsa appena 25enne per un incidente) in pratica dal nulla quel genere che oggi è universalmente conosciuto come Southern Rock, ci porterebbe via pagine e pagine di ricordi, emozioni e brividi che farebbero diventare questa recensione un romanzo. Quindi vi parleremo solo di questo ultimo, struggente, capolavoro. Perché di capolavoro si tratta: forse il suo miglior disco solista dai tempi di “Laid Back” del 1973. “Southern Blood” è un disco che chiude definitivamente il cerchio della carriera e della vita degli Allman Brothers ed è così già a partire, come dicevamo prima, dalla scelta degli studi di registrazione Fame a Muscle Shoals, dove Gregg e Duane cominciarono la loro carriera, dove conobbero la musica soul e blues, dove Duane si affermò come session-man richiesto da ogni artista. Dieci pezzi perfetti registrati sotto la sapiente regia del leggendario produttore Don Was e con l’aiuto della band che da anni lo seguiva nella sua incessante attività live: Steve Potts (batteria), Ronald Johnson (basso), Scott Sharrard (chitarra), Peter Levin (tastiere), Marc Quinones (percussioni), Jay Collins (sax), Marc Franklin (tromba), Art Edmaiston (sax). Solo due brani dei dieci sono autografi di Gregg Allman (assieme al chitarrista Sharrard) e sono il pezzo di apertura (inedito) My Only True Friend, un meraviglioso pezzo blues-soul sorretto dalla sua ancora fantastica voce, che è una sentita dedica alla cosa più importante della sua vita: la musica. L’altro è un pezzo scritto per l’album solista di Scott Sharrard (quindi non inedito e già suonato live) ed è Love Like Kerosene, trascinante rock blues che sembra tratto da una session con Howlin’ Wolf: Fantastico. Il restante lotto delle canzoni è una emozionante scaletta di pezzi di artisti che hanno significato qualcosa per l’artista, si va da Bob Dylan ai Grateful Dead, da Tim Buckley a Percy Sledge. Non un pezzo fuoriposto e soprattutto tutti interpretati alla grande, meglio degli originali e con il marchio Allman bene in evidenza: la fusione senza eguali di blues soul gospel swamp e country. Signori e signore: southern rock. Per quanto ci riguarda il pezzo più emozionante (e credo forse anche per Gregg) è certamente Song For Adam, una struggente ballata scritta da Jacksone Browne (che compare anche nei cori) che il cantante di Macon in Georgia ha sempre associato alla memoria del fratello morto. Possiamo solamente immaginare quale emozione sia stata cantarla per l’ultima volta. Emozionante è anche il mini-documentario allegato alla versione deluxe dell’album, con il bellissimo ricordo di Don Was e le ultime immagini di Gregg Allman sorridente dietro ad un microfono assieme agli amici di una vita. Concludiamo con la tristezza di sapere che non vedremo mai suonate da lui queste canzoni nel suo ambiente naturale e cioè i concerti, possiamo solo ringraziarlo per averci lasciato un testamento stupendo quanto malinconico ed emozionante. Ciao Gregg, salutaci Duane. Buon ascolto.

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