Greek Theatre: “Broken Circle” (2017) – di Giovanni Capponcelli

“Che danno stasera?”
“Psycho prog strumentale con aroma al curry e salsa allo yogurt”.
Apperò, mica male. Vengono dalla Svezia (mai l’avreste detto a metà di Paper Moon) e allestiscono una credibile world music che dai Balcani guarda ad est, soffice ma capace di evocare tramonti multicolori facendo di “fusion” parola d’ordine con premesse che uno Steven Wilson fumato condividerebbe, per ritrovarsi infine nella West Coast post acida che oggi cavalcano i Gospelbeach. Scavando in profondità, in una tavolozza timbrica sfavillante, si scoprono tanto certe perifrasi ambientali, quanto più esposte trame jazzistiche (la copertina sarebbe piaciuta a Dave Brubeck) ben inserite in una favola tra Barret e Donovan, che si sublima nel sogno di mezz’Estate di Still Lost Out At Sea, con arrangiamento barocco eppure leggerissimo e carico di swing. Degnissimi pure il sonetto western di 1920 e l’elevato Ph di cui fa bella mostra la titletrack, prima di mutare in un madrigale per Pink Floyd a mollo in una piscina termale New Age coi Mamas & the Papas. Controparte scandinava dei bravi Rhyton ascoltati qualche tempo fa con “Redshift”, con l’aggiunta di curiosi CSN&Y cresciuti con la Subpop nel walkman (vedi King Of Old), Elliott Smith ed il brit pop più trasognato in tasca, tutto col comune denominatore di una lunga e melliflua digressione di puro LSD.

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