Grateful Dead: “Live/Dead” (1969) – di Flavia Giunta

Come si fa a sapere in anticipo ciò che passerà alla storia? Quello che passerà e basta, lasciandosi dietro soltanto una labile scia, e quello che invece resterà a memoria imperitura di un momento, anche per quelli che non c’erano ancora. Molte delle cose avvenute nel periodo di cui stiamo parlando hanno lasciato un segno e, tutt’ora, noi le nominiamo, ne parliamo, ce le rigiriamo tra le mani cercando di renderle ancora vive e attuali, sebbene ormai siano fantasmi di un tempo perduto. Mi riferisco agli anni della ribellione al potere costituito, gli anni dei cosiddetti “figli dei fiori”, ragazzi che sognavano un mondo pieno di amore e senza guerre chiusi dentro a un altro mondo, sintetico, fatto di sostanze capaci di liberare la parte più nascosta dell’essere. Mentre il mondo vero, là fuori, imperversava di conflitti militari reali o solo potenziali (Vietnam, U.S.A. vs. U.R.S.S. per citarne solo alcuni), queste persone si riversavano nelle piazze di ogni città a far valere le loro parole. Summer of Love, Power of Love”. Cosa rimane adesso di quel periodo, così fervente di energia, così lontano dal torpore indifferente dei giorni nostri? Un pensiero. Una filosofia di vita. L’arte. L’arte ha il pregio di conservare in sé lo spirito di un momento storico anche lontanissimo, pur rimanendo godibile nel presente per chi abbia occhi per vedere. E orecchie per ascoltare, in questo caso. Tantissimi musicisti si affermarono alla fine degli anni 60, fomentando con le loro parole e le loro canzoni i suddetti movimenti rivoluzionari o, semplicemente, fornendo una via di fuga lisergica a chiunque ne avesse bisogno. Erano gli anni della corrente psichedelica, che influenzò “irrimediabilmente” la maggior parte dei generi musicali già diffusi, in particolare il Rock. È sicuramente questa, la musica, una delle eredità più importanti di quel periodo; una testimonianza sempre viva di ciò che esso ha significato per il mondo e per le coscienze, una finestra temporale dalla quale affacciarsi ogni volta che ne abbiamo voglia. Basta mettere su qualche disco e lasciare che le note parlino da sé. E il primo disco da far partire è senza dubbio “Live/Dead” (Warner Bros. 1969). L’America, la potente e conservatrice America che domina il pianeta con le armi ha sempre mantenuto dentro di sé una parte più liberale, spensierata, pacifista, una piccola oasi di bene, uno “yang” dentro lo “yin”. Era questo il terreno fertile da cui germinarono i movimenti hippie, i quali trassero linfa vitale dai gruppi musicali che si affermarono nel periodo. Tra questi, i pionieri del rock acido e psichedelico, i Grateful Dead, nati nel 1965 nella San Francisco Bay Area. Non a caso, San Francisco venne considerata a posteriori la capitale di quel genere di controcultura, essendo stata il terreno di coltura di altri grandi, tra i quali i Jefferson Airplane e Santana. I Grateful Dead, però, erano destinati a diventare qualcosa di ancora più importante per chi li ascoltava allora: un simbolo, un ideale da perseguire. Infatti, qualche anno più tardi si sarebbe venuta a formare una sorta di comune composta da fan irriducibili: i Deadhead, che seguivano i loro idoli da un concerto all’altro anche per diversi anni, vivendo come nomadi in loro nome, ma Jerry Garcia (chitarra solista), Bob Weir (chitarra ritmica), Phil Lesh (basso), Ron McKernan (tastiera), Bill Kreutzmann (batteria), Mickey Hart (batteria), Tom Constanten (sintetizzatori) e Robert Hunter (scrittore, poeta e paroliere del gruppo), tutto questo non potevano ancora saperlo. Loro erano lì solo per suonare e dare il meglio di sé. Un’accozzaglia di talenti, tra l’altro ognuno con una formazione musicale differente: chi proveniente da un background Folk, chi di formazione Classica, chi appassionato di Blues, chi di Jazz. L’esplosivo risultato, coadiuvato da una straordinaria preparazione tecnica di ciascuno dei componenti, portò a una serie di concerti molto apprezzati. I Dead nascono infatti come gruppo live (da apprezzare il gioco di parole) e diventano famosi nell’ambiente ben prima che il loro primo album in studio venga pubblicato. E, forse proprio per questo, i loro primi lavori in studio (“The Grateful Dead”, 1967, “Anthem of the Sun”, 1968, e “Aoxomoxoa”, 1969) non vennero apprezzati fino in fondo dal pubblico: sarà che la magia di cui i sette artisti erano capaci imbracciando i loro strumenti era un qualcosa che veniva in parte perso se registrato su un supporto, se non vissuto “qui e ora”, nel momento dell’esecuzione. Più o meno come la differenza tra l’assumere una droga e il farsi raccontare com’è. Il paragone risulta calzante se pensiamo che, il più delle volte, i musicisti sul palco erano effettivamente sotto l’effetto di sostanze e, com’è probabile, anche il loro pubblico… ma “Live/Dead” è una storia diversa. Diversa perché è un album che contiene tracce rigorosamente live, come lascia intendere il titolo: forse non è come assistere a un concerto vero e proprio, ma di certo qualcosa di quell’energia primordiale, nell’ora e 13 minuti di durata del disco, si percepisce e si apprezza. Sei brani, di cui i primi due tratti dai lavori precedenti, mentre i rimanenti sono stati partoriti direttamente nel corso delle due jam session invernali, avvenute nel 1969 nei teatri di San Francisco, che origineranno l’opera. 
Disco 1, lato A: Dark Star. I 3 minuti del brano originale (un singolo pubblicato l’anno precedente) si trasformano in 24 minuti di improvvisazione psichedelica che occupa l’intero lato del disco. La chitarra di Garcia piange, canta, tintinna, corre, si ferma, sospira, sussurra. Non necessariamente in quest’ordine. Scorre nelle vene del brano e gli dà vita, mentre il basso di Lesh ne costituisce l’ossatura, e l’organo di Constanten è la pelle che lo riveste e lo colora. Le parole hanno poco spazio in questa versione del pezzo, poca ragion d’essere; è la cascata di suoni a sorreggerlo e condurlo verso la fine. 
Disco 1, lato B: Saint Stephen, The Eleven. I sensi sono ancora travolti dall’esperienza acida appena trascorsa; nulla di meglio che un tranquillo country-blues per tornare un attimo con i piedi per terra prima di spiccare di nuovo il volo. Saint Stephen viene qui ripresa in maniera quasi analoga alla versione registrata (proveniente da “Aoxomoxoa”), aggiungendo giusto un paio di strofe alla fine. Al contrario del brano precedente qui è evidente un refrain e, inoltre, la parte cantata – da Garcia, Lesh e Weir – ha un ruolo preponderante, ed è ben accompagnata dall’organo e dalle chitarre. The Eleven è invece una jam del tutto nuova, scoppiettante e movimentata, completamente strumentale nei primi tre quarti del pezzo; sopraggiungeranno poi le tre voci a dare un tocco quasi latino all’ensemble. La base del brano è data dalla chitarra ritmica e dall’organo che ripetono le stesse armonie, sulle quali la chitarra solista e il basso si intrecciano e si sbizzarriscono come due ballerini. 
Disco 2, lato A: Turn On Your Lovelight. Il pezzo originale è un “classicone” R&B di Scott e Malone, divenuto una cover ricorrente nei concerti dei Dead che lo rimaneggiano come solo loro sanno fare, come un bambino che gioca con la plastilina. Anche qui si nota la struttura costante di ritornello più parte cantata, ma il tutto viene allungato fino a 15 minuti e diluito con abili improvvisazioni, fra le quali spicca la parte solistica riservata ai due percussionisti, Hart e Kreutzmann
Disco 2, lato B: Death Don’t Have No Mercy, Feedback, And We Bid You Goodnight. Le eccentriche colorazioni fluo del brano appena trascorso lasciano spazio a tinte più fosche e ad atmosfere lente con il blues di Death Don’t Have No Mercy. L’originale, scritto negli anni 50 dal reverendo Gary Davis, viene qui degnamente rivisitato soprattutto grazie alla voce e all’organo di Ron “Pigpen” McKernan, uno dei membri fondatori. Ritornano le bizzarrie chitarristiche, gli intrecci di organo, gli ingredienti visti finora ma con un grado di pathos e di solennità in più. Un’intensità che forse viene conferita al brano proprio da Pigpen, tristemente noto per aver ingrossato le fila del club 27 pochi anni dopo. Il mirabile affresco viene concluso, scelta avanguardistica per quei tempi, con 7 minuti e 49 secondi di distorsioni di chitarra (Feedback, appunto); un ascolto onirico che potrebbe ricordare determinati aspetti dei Pink Floyd (“Ummagumma” è notoriamente un altro disco da “viaggio lisergico”). Dopodiché, i “magnifici sette” ci cantano la buonanotte, chiudendo il sipario sulle mille immagini che ci hanno lasciato impresse sulla retina e nei timpani, un po’ allucinazioni da droga un po’ estasi dei sensi. Tutto questo è “Live/Dead”. Provare per credere.

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