“Granicus” (1973): pura energia seventies – di Magar

I dischi sono memoria. È una cosa ovvia, anche se spesso non la consideriamo. Ascoltare un determinato disco, riporta alla mente fatti, luoghi, persone, che in qualche modo hanno attraversato la nostra vita. Un po’ come quel particolare profumo che ci riporta alla mente una persona ormai sbiadita dal trascorrere degli anni, oppure un sapore: ci sono piatti che hanno il potere di riportarci indietro nel tempo, e farci rivivere sensazioni che portano in dono gioia e malinconia. Si, i piatti sono memoria, come lo sono i dischiA volte mi soffermo a guardare un determinato ripiano di uno dei mobili che hanno l’oneroso compito di raccogliere i miei dischi: la lunga fila di righe multicolori formata dalle coste delle copertine ha un effetto rilassante, magico. Sono a casa, qui non può accadere nulla di brutto; adesso accendo l’amplificatore, scelgo un album, e mi lascio cullare dalle mille cose che la musica riesce sempre a riportare in superficie. Quando scelgo un disco in realtà è come se prendessi un treno: la destinazione è scontata, ma il percorso che ogni volta mi ci porta non lo è affatto.
Arrivare al 1973 non è cosa da poco, sono 46 gli anni che ci dividono da quei momenti eppure, ripercorrendoli a ritroso, sembra impossibile che siano trascorsi tanto velocemente. Come mezzo per affrontare questo viaggio, ho scelto un disco che probabilmente pochi conoscono: “Granicus”, unico grande album dell’omonima band, datato appunto 1973. I Granicus sono di Cleveland, industriosa città dell’Ohio adagiata sulle sponde del lago Erie, nella Contea di Cuyahoga. Si formano nel 1969, l’anno nel quale i Led Zeppelin scuotono prepotentemente il mondo del rock e, proprio a Page e compagni, devono gran parte della loro scorza musicale. Suonano dove capita, proponendo il loro ruvido Rock Blues dai toni decisamente Hard, attirando l’attenzione della RCA che li mette sotto contratto e li porta in sala d’incisione. Il risultato è il granitico album di esordio del quale stiamo parlando. A ben vedere si tratta di un’opera di buon livello, ma assolutamente in linea con la musica che si faceva in quel periodo. Prendiamo i 4 minuti dell’iniziale You’re in America: un riff assassino, una voce che ricorda in tutto, persino nelle pause e nella postura, quella di Robert Plant, e una parte centrale che sembra tolta di peso da “Led Zeppelin II”. Un presentazione notevole e un sound che, ascoltato oggi, fa impallidire un sacco di cloni… Greta Van Fleet compresi. In realtà la cosa è assolutamente comprensibile: c’è un pubblico enorme che aspetta questo genere di musica, quindi perché non dargliela? È sicuramente più remunerativo presentare una band nuova di zecca, magari giovanissima, piuttosto che andare a rovistare tra vecchi vinili che ormai nessuno ricorda più. Ecco quindi le nuove, scarse leve arrivare ai vertici della popolarità, lasciando che la polvere continui a ricoprire un album come quello dei Granicus, che all’epoca andavano in concerto con gli Spirit, i Cactus e con un certo Bob Seger, che già faceva tremare le gambe e battere i cuori ai futuri fans di uno Springsteen ancora di là da venire. Wayne Anderson (Lead Guitar), Dale Bedford (Bass), Joe Battaglia (Drums), Al Pinelli (Rhythm Guitar), e Woody Leffel (Vocals) erano davvero tosti: il loro era un suono che raccoglieva le messi della grande stagione europea del rock, quella che aveva prodotto i Cream, i Deep Purple, i Led Zeppelin… ma anche la psichedelia dei Blue Cheer e la poetica follia di Hendrix. Il substrato sul quale germogliare era eccezionale, e il raccolto non poteva essere da meno.
Bad Talk, il secondo brano del disco conferma tutto il bene che ci attendiamo, con una chitarra limpidamente hard che si spegne in note di tarda psichedelia, per poi far posto al delicato arpeggio con il quale si apre Twilight, etereo esercizio di stile sorretto da un tappeto di archi che lascia presto il posto all’esuberanza di Prayer. Negli undici minuti che la compongono, passiamo dal rock inglese alla psichedelia americana. Lenta e trascinata, ma capace di accelerazioni improvvise, Prayer paga il giusto tributo a Plant e Gillan, ma sa muoversi su gambe solide e proprie: più che una canzone è un manifesto generazionale di rauca e sudata bellezza. I Granicus anticipano anche in qualche modo un certo tipo di heavy metal che sarebbe fiorito anni dopo: possiamo trovarne tracce in Cleveland, Ohio, brano di apertura della seconda facciata che ammanta con spire psichedeliche un suono che sarebbe poi esploso nella seconda meta degli anni settanta. I seguenti otto minuti appartengono a Nightmare, altro brano sorretto da un gran riff, al quale si appendono strali evocativi e seducenti dall’incedere tipicamente prog: è un brano di difficile collocazione che si interseca a pennello entro un disco che pare un insieme di cornici concentriche. I solchi dell’album conducono a continue sorprese e, il percorso, come precedentemente detto, appare del tutto variabile. When You’re Movin’ potrebbe essere il 45 giri perfetto, se solo la RCA avesse creduto un po’ di più in una band dotata di un gran potenziale: meno di quattro minuti e un altro gran riff. 
Si chiude con Paradise, altri sette minuti di pura energia seventies, che regala emozioni e occhi lucidi… quanto mi mancano band come i Granicus, splendidi nella loro sconosciuta completezza. La memoria è una gran cosa, e questi dischi, questi percorsi cosi limpidi, continuano a tenermi compagnia… Come on folks

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