Grandaddy: “Last Place” (2017) – di Massimiliano Speri

Ad oltre dieci anni dall’ultima sortita discografica, a sorpresa tornano in pista i californiani Grandaddy. La band capitanata dall’eclettico Jason Lytle, autrice tra fine 90 e inizi 2000 di piccoli cult indie rock come “Under The Western Freeway” e “The Sophtware Slump”, aveva infatti scelto di sciogliersi nel 2006 per lasciare spazio alle carriere soliste dei singoli e, salvo una reunion live nel 2012, da allora aveva fatto perdere le tracce. Basta questo per accogliere con calore un lavoro che, pur non brillando per originalità, si lascia comunque apprezzare per la grande freschezza compositiva e l’impeccabile confezione. Come preannuncia il titolo, il discorso viene ripreso da dove era stato interrotto: un pop barocco dalle tinte electro-psichedeliche, imparentato da vicino con la sontuosità spaziale di Mercury Rev e Flaming Lips, e marchiato a fuoco dalla caratteristica voce younghiana del leader. L’iniziale Way We Won’t, forte di un accattivante riff di sintetizzatore, è l’irresistibile singolo di lancio che ha riacceso i riflettori sulla Band, capace di sfornare canzoni di invidiabille immediatezza senza rinunciare al proprio linguaggio stralunato. Altri brani, come Brush With The Wild, The Boat Is In The Barn o That’s What You Get For Gettin’ Outta Bed, evidenziano l’abilità nel rielaborare spunti deliziosamente sixties (Beatles/Kinks in testa) in una cornice di gommoso modernariato vintage. Uno sbilenco vento anni 90 soffia invece nel lo-fi di Check Injin, che sta tra i Blur del disco omonimo e i Wilco di Being There, mentre Evermore potrebbero averla scritta gli Arcade Fire e interpretata i Postal Service. I Don’t Wanna Live Here Anymore, vicina al pianeta dei Magnetic Fields, conferma Lytle come amabile snocciolatore di melodie rilassate e rilassanti. La propensione “sinfonica” dei cinque deflagra nella melodrammatica This Is The Part, che con una voce meno timida potrebbe essere scambiata per un pastiche alla Pulp o Divine Comedy.
Jed The 4th è dominata da un mellotron che non può non riportare alla memoria le ballatone dei primi King Crimson, ma si concede anche alcuni secondi di electro-rumorismo, emanazione della sotterranea vena sperimentale della Band. La lunga, epica A Lost Machine pare davvero uscita dalla penna del Wayne Coyne di “The Soft Bulletin” e funge da biglietto da visita per tutto il lavoro. Una perla inattesa è la conclusiva Songbird Son che, avvalendosi unicamente di una chitarra acustica disturbata da interferenze elettroniche, dipinge un delicato affresco di folk chiaroscurale. Le soluzioni produttive adottate, smaccatamente pop nella saturazione e compressione dei suoni, forse non piaceranno a tutti ma si rivelano funzionali a impacchettare una gradevole collezione di canzoncine tirate a lucido. Se si riesce a chiudere un occhio sulla natura derivativa di questa raccolta, “Last Place” saprà regalare una quarantina di minuti d’intrattenimento di classe e, forse, strapperà qualche lacrima agli inguaribili nostalgici che non hanno mai smesso di canticchiarsi in testa “Adrift again 2000 man…”.

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