Graham Nash: “This Path Tonight”… due punti di vista – di Nicola Chinellato e Fabrizio Medori

A settantaquattro anni suonati, peraltro portati magnificamente, Graham Nash non ha alcuna intenzione di appendere la chitarra al chiodo, nonostante il suo cammino sia iniziato circa mezzo secolo fa.
Era l’Inghilterra degli anni ’60 e della British Invasion, e Nash, nativo di Blackpool (Lancashire), conduceva i suoi Hollies in vetta alle classifiche inglesi a colpi di singoli irresistibili.
Poi, la folgorazione per l’America e le droghe, per Laurel Canyon e Joni Mitchell, portarono “Willy (così veniva chiamato dagli amici) a lasciare la certezza di una fama ormai consolidata in patria e a fondare, con David Crosby e Stephen Stills, quel leggendario gruppo conosciuto ai più con l’acronimo CS&N.
Era lui il collante di una band fragilissima e umorale, in cui le diverse anime rappresentavano una contraddizione in termini, salvo poi confluire, come per magia, in una perfezione di suoni e di contenuti, che segnerà indelebilmente la storia del movimento West Coast.
Mentre Crosby si perdeva in droghe e visioni psichedeliche e Stills traeva dalle radici Folk e Blues la forza del proprio songwriting, Nash, semplicemente, cercava la melodia perfetta: era l’anima pop del gruppo, quello che amava le armonie semplici e pulite, attraverso le quali consegnò alla storia i manifesti hippy di Our House e Teach Your Children. Fuori dal gruppo o lontano dall’amico Crosby (con cui formò un efficace sodalizio nel corso degli anni ’70) Nash non è però mai riuscito ad esprimere al meglio la propria vena creativa, come dimostrano cinque album in studio, di cui l’unico degno di nota resta 
“Song For Beginners” (1971).
“This Path Tonight” è, dunque, il sesto capitolo di una discografia solista diluita in quarantacinque anni, ed esce a distanza addirittura di tre lustri dal precedente “Songs For Survivors” (2002). Per cogliere i contenuti di questa nuova prova, basta dare un’occhiata alla copertina dell’album, che è esplicativa più di mille parole: Nash, spalle all’obbiettivo del fotografo, si addentra, sotto la neve, nella quiete malinconica di un bosco. E’ un uomo solo, che si allontana e che continua il suo viaggio, dopo aver mollato, non più tardi di un mese fa, i CS&N, rilasciando dichiarazioni, non proprio lusinghiere, sugli amici di sempre. Una rottura definitiva, un nuovo sguardo verso il futuro, incerto come mai prima, un nuovo tentativo di riportare la propria creatività al centro della scena.
Ma c’è anche il Graham Nash immortalato sul retro della copertina, seduto su una sedia, il volto sofferente, appena riscaldato da un raggio di sole. Come un uomo stanco, che la gloria di un tempo illumina ma non consola, che è pronto a ricominciare, ma che ha bisogno di riprendere fiato, di fare il punto della situazione. Ecco quello che incontriamo, sotto traccia, nelle dieci canzoni che compongono la scaletta di “This Path Tonight”: il coraggio di chiudere un capitolo della propria vita e di avventurarsi verso l’ignoto, la nostalgia per la perdita, il lenimento di una nuova storia d’amore (l’attrice Amy Grantham), la stanchezza di un artista che ci prova, ma che forse ha perso definitivamente il tocco.
Intimista e acustico, il nuovo Nash, infatti, replica sé stesso con grande mestiere (quello non gli manca certo), con la bella voce un po’ appassita, ma ancora in grado di scaldarci il cuore, e con la produzione levigata di Shane Fontayne (Joe Cocker, Johnny Hallyday, Ian Hunter, etc.).
Le canzoni, però, non risplendono più come una volta, e vivono anzi in una sorta di monocorde anonimato.
Certo, non manca
il colpo di classe del campione: Myself At Last, dedicata alla nuova compagna, con la sua malinconica riflessione sull’esistenza (…And The Question Haunting Me, Is My Future Just My Past?), riesce a toccare le corde del cuore grazie a una scrittura di cristallina (e antica) purezza.
Ma di fronte a tale vetta, tutto il resto sembra condannato irrimediabilmente a entrare nel novero delle composizioni prescindibili, di quelle canzoni, cioè, che per quanto riguarda Nash, si ascoltano con l’affetto che si deve a un grandissimo, ma anche con la rassegnata nostalgia per una gloria che vive, ormai, solo di ricordi.
Nicola Chinellato

Graham Nash ha attraversato indenne oltre cinquant’anni di musica ad altissimo livello, ed è riuscito a sopravvivere magnificamente, mantenendo intatto il suo sguardo naïve sul mondo che lo circonda.
Ha raggiunto il successo al tempo dei Beatles, con gli Hollies, se ne è andato negli USA per affrontare un’avventura straordinaria con David Crosby, Stephen Stills e (qualche volta) con Neil Young; e dei quattro, è sempre stato il meno considerato, il più ingenuo, il più romantico, il meno geniale.
Oggi, nonostante tutto, può permettersi di pubblicare un nuovo disco e di promuoverlo con un tour mondiale, finalmente da solo, dopo decenni passati sui palchi di tutto il mondo, dopo decenni passati sugli scaffali dei negozi di tutto il pianeta. In poche occasioni, però, è stato l’unico titolare del progetto.
I suoi primi lavori solisti brillavano di luce pura e cristallina, nella loro semplicità pop, e con il passare degli anni la sue uscite soliste sono diventate sempre meno attese, sempre meno fortunate.
Lui, a partire dalla fine degli anni 70 non è stato capace di imporre la sua personalità, spesso deve aver pensato che per tornare ai livelli migliori bisognava seguire le mode del momento, così ha affogato le sue bellissime canzoni nel mare di melassa dell’easy listening patinato o nel dinamismo posticcio della tecnologia elettronica, snaturando un prodotto che aveva il suo punto di forza nella semplicità e nella spontaneità. “This Path Tonight” esce a quattordici anni di distanza dal precedente “Songs For Survivors”, e segna un graditissimo ritorno allo stile che ha reso famoso Nash in tutto il mondo.
Il chitarrista Shane Fontayne, coautore e produttore del disco è riuscito a far tornare l’autore al punto di partenza, gli ha fatto dimenticare ogni possibile competizione con i suoi ex soci e gli ha confezionato un disco su misura. Non so se oggi c’è bisogno di un disco di Nash, suonato e cantato come quarant’anni fa, sono sicuro che questo disco è nettamente superiore ai suoi predecedenti, che difficilmente potranno mai suscitare nostalgia o rimpianto.
In questo lavoro i brani, perfetto mix di pop inglese degli anni 60 e folk rock della west coast americana, scorrono in maniera molto piacevole.
Sono belle canzoni, cantate con la particolare e consueta grazia tipica di Graham Nash, suonate magnificamente e prodotte in maniera elegante ma mai levigata. Trovo che Myself At Last, Fire Down Below, Target e Golden Days siano un po’ superiori al resto, ma è Back Home il vero manifesto del Graham Nash di oggi, il doloroso ritorno a casa di un uomo che ha appena visto finire due importanti relazioni, quella sentimentale, durata trentotto anni ed una famiglia che sembrava solida e felice, e poi il sodalizio artistico con David Crosby. Evidentemente Croz” stava meglio quando stava peggio, perché quando è resuscitato, per l’ennesima volta, grazie anche al paziente e costante impegno di chi, come Nash, gli è stato sempre vicino, è riuscito a scatenare le furie dello stesso Nash e di Neil Young, fino a far dichiarare ad entrambi che non lavoreranno mai più con il vecchio socio.
A settantaquattro anni, quattordici anni dopo l’ultimo disco in studio, Graham Nash sembra rinato, e ci presenta un disco pieno di ballate acustiche gradevolissime, un disco che si pone tranquillamente al livello dei suoi primi due lavori solisti.

Fabrizio Medori

© RIPRODUZIONE RISERVATA

“This Path Tonight”
“Myself at Last”
“Cracks in the City”
“Beneath the Waves”
“Fire Down Below”
“Another Broken Heart”
“Target”
“Golden Days”
“Back Home”
“Encore”
Bonus tracks
“Mississippi Burning”
“Watch Out for the Wind”
“The Last Fall”

Graham Nash: lead vocals, acoustic guitar
Shane Fontayne: guitars, backing vocals
Jennifer Condos: bass
Todd Caldwell: hammond organ
Patrick Warren: piano
Jay Bellerose: drums, percussion

nash chinellato medori

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