Gore Verbinski: “A Cure for Wellness” (2016) – di Maurizio Fierro

Dopo l’esperienza semi fallimentare del disneyano “Lone Ranger” (2013), il regista californiano d’adozione Gore Verbinski (“The Ring”, “Pirati dei Caraibi”) e lo scrittore newyorkese Justin Haythe tornano a collaborare in “A Cure for Wellness” (La cura dal benessere), interamente girato in un castello medioevale non distante da Stoccarda e appartenente alla Casata prussiana degli Hohenzollern. Lockhart, giovane e ambizioso broker di una grande società newyorkese di servizi finanziari (interpretato da Dane DeHaan), è convocato dai membri del Consiglio di Amministrazione in vista di un’importante e redditizia fusione commerciale alla cui definizione manca però la firma del CEO Pembroke che, con una decisione improvvisa, ha abbandonato il lavoro per trascorre un periodo di riposo in un centro di benessere sulle Alpi svizzere da cui non intende tornare. Il Consiglieri affidano a Lockhart il compito di recarsi in Svizzera e riportare a casa Pembroke. Giunto a destinazione, la sua missione deve però fare i conti con l’atmosfera surreale che avvolge il luogo… nonostante l’apparente gaiezza dei ricchi pazienti che lo ospitano, lascia tracimare sottotraccia un disagio diffuso confermato dal comportamento sottilmente ambiguo del personale sottoposto alla direzione dell’indecifrabile dottor Volmer (un enigmatico Jason Isaacs). Quando poi un incidente lo trasforma da visitatore in paziente, la situazione si complica e Lockhart è precipitato sempre più nei macabri segreti che si nascondono fra le mura della misteriosa casa di cura sorta vicino a un castello dove, duecento anni prima, si era consumato un drammatico omicidio dagli oscuri significati sacrificali. Veniamo così a scoprire che l’acqua di cui tutti decantano gli effetti quasi taumaturgici è tutt’altro che curativa, che i pazienti in realtà non si sentono rigenerati ma stanno sempre peggio e che lo scopo della loro permanenza lì non sembra favorire il loro benessere… tutt’altro. Insomma, nulla è quanto sembra, e tantomeno lo è il mad doctor Volmer, e quando fra visioni anguillesche, improbabili fiale vitaminiche rigeneranti e ipotetici incesti, ci si appresta stoicamente a seguire l’inevitabile conclusione di un’onesta pellicola dell’orrore dalle venature gotiche che nulla aggiunge al topos del luogo chiuso e totalizzante (manicomio, carcere o sanatorio che sia) di tanto cinema contemporaneo, ecco il coup de théâtre: con una rapida inquadratura, il regista ci informa che il libro in mano a uno degli infermieri/aguzzini del centro di benessere/castello degli orrori è “La Montagna Incantata” di Thomas Mann. Fermi tutti: rivelazione! Fine della visione stretta per aprirne una più ampia. È un po’ come se Verbinsky ci invitasse a indossare degli occhiali che ci permettono un secondo livello di lettura in cui anche il frettoloso arrivo di una facoltosa ospite russa assume significato. Lei è l’evocazione di Sandra Chauchat, certo, il centro benessere è il celebre Berghof di Davos, con la torbida seduzione di un antico tempio misterico che contrasta volutamente con la trasparenza del cielo delle Alpi svizzere… e il nostro Lockhart altri non è che un novello Hans Castorp. Come Lockhart, anche il giovane ingegnere amburghese del romanzo di Mann quando arriva nel sanatorio per tubercolotici è il tipico rispettabile borghese; poi, il contatto col quel microcosmo esercita su di lui una malia particolare e, dalle preventivate tre settimane, il suo soggiorno si estende per un tempo che sembra dilatarsi… perché in montagna, si sa, il tempo può sembrare infinitamente lungo. Da visitatori, entrambi, Lockhart e Castorp, diventano pazienti, e il loro carattere subisce un’evoluzione e un incremento fino a trovare un proprio equilibrio… e allora anche certe frasi apodittiche sparse qua e là nel film acquistano un più ampio campo prospettico, una nuova messa a fuoco. “Sa qual è la cura per la condizione umana?”, chiede a un certo punto il dottor Volmer a Lockhart, “la malattia, perché solo allora c’è la speranza di una cura”. Una cura dal benessere, appunto, quello finto che si trova laggiù in pianura, sembra suggerirci Verbinski, dove brulica un’umanità ammorbata nello spirito da un male oscuro che, come un tarlo, ha scavato una tana nell’organismo della razza umana. Che è poi un po’ quello che Mann fa dire al filosofo umanista Settembrini quando, rivolto a Hans Castorp, afferma: “Per arrivare alla salute dello spirito è necessario passare attraverso la malattia”. Si cerca la purezza, quassù, e il dottor Volmer ha trovato il suo personalissimo rimedio incarnato da Hannah (una eterea Mia Goth), una paziente senza età che sembra risiedere da sempre in quel posto… e di cui Lockhart si è invaghito. Sì, perché il mondo di laggiù, della pianura, è quello che Castorp vede in anticipo nella sua futura opera di decomposizione, gettando uno sguardo sulla propria tomba. Un orrendo luogo marcescente che fa dire al dottor Volmer, dopo essersi strappato la maschera che ricopre la decomposizione della propria carne: “Questo è quanto il mondo esterno ha da offrire”. È una nuova consapevolezza, quella che permette a Castorp e Lockhart di abbandonare le vette delle Alpi. “Un uomo non può negare la Verità, non può tornare volontariamente nelle tenebre se ha ricevuto il dono della vista”, dice a un certo punto un Lockhart rigenerato ad Hannah. Quella stessa consapevolezza che gli consente di ribellarsi ai consiglieri di amministrazione arrivati fin lì per riportarlo a New York, e che nell’ultima scena del film gli chiedono: “Ha forse perso il senno?”. “A dire il vero sto molto meglio”, la sua laconica risposta. Ridiscendono entrambi in pianura, Lockhart e Castorp si perderanno oppure riusciranno a trovare il proprio perché, il proprio ubi consistam? In definitiva, riusciranno a salvarsi? È un film che lascia un senso di straniamento, “La Cura… dal Benessere”. Si vorrebbe cedere al plauso per l’arguzia ma poi si ripensa al tutto e si scrolla la testa perplessi. Se Mann gioca con il Bildungsroman sulla base della tubercolosi a mo’ di parodia, Verbinsky e Haythe hanno voluto fare altrettanto con il male oscuro della società contemporanea attraverso l’ironia e l’iperbole? Chissà. Rimane però la sensazione che i due, spaventati dell’altezza da Alpi svizzere di un film potenzialmente d’essai, abbiano riparato nelle più rassicuranti pianure accontentandosi di un pastiche horror-gothic dalla durata spropositata e lasciando lo spettatore a mezzacosta, indeciso se volgere lo sguardo in alto oppure in basso. Un vero peccato, verrebbe da dire.

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