Gong: “Continental Circus” (1972) – di Andrea Ianez

Diceva di non capire gli esseri umani il vecchio e del resto era un visitatore. Non riusciva a comprendere il motivo che spinge la specie umana a complicarsi l’esistenza. Non capiva tutte le maschere sociali inesistenti, forzate, le unioni affettive dovute, costruite sul sangue, sul bisogno di distinguersi dagli orfani. Veniva da un pianeta diverso pur essendo nato tanti anni prima ad appena pochi metri da casa mia, venuto al mondo solo come tutti ma libero dalla peggiore di tutte le costrizioni sentimentali: “i parenti”.  Alle otto di mattina metteva su il vinile dei Gong: “Continental Circus” (1972), colonna sonora dell’omonimo film, si accendeva una “sigaretta del 68” e attraverso il chiaroscuro dei vetri si intravedeva una sagoma smagrita dimenarsi, ballare, ignorando il terrore che trasmette il mondo, ignorando il tempo e schernendo l’avvicinarsi della dipartita. Quando ero piccolo lo consideravo uno strano, ero incuriosito dalle rughe del suo volto, dal bianco che gli incorniciava la faccia dalla fronte al mento e dalle espressioni che faceva, anche dal sorriso così reale da non poter essere vero. Io però, ero quello fortunato, dovevo esserlo per forza perché mentre lui mi salutava dall’altra parte della strada sporgendo la testa e la mano dall’uscio di quella porta mangiata dal tempo e dai tarli io potevo passare le feste comandate a casa degli zii ricchi.
Potevo ascoltare i discorsi di sinistra, le parole pompose sui danni del capitalismo, gli elogi ad Antonio Gramsci e godere della grande apertura mentale che li distingueva dalla bassa media popolare. Anche loro avevano lo stesso disco dei Gong ma non sapevano viverlo come il vecchio, restavano composti al loro posto, rilassati sull’agio, era come se anche quella musica a molti sconosciuta servisse solo ad incorniciare una posizione sociale, ad elevarsi. Poi la zia deponeva la filosofia in un cassetto e dallo stesso tirava fuori i conti, l’affitto che gli veniva sempre pagato in ritardo da quel miserabile pezzente in fondo al viale e gli stipendi da pagare ai “cafoni” che lavoravano la terra. I Gong perdevano ribellione, i Gong rendevano tutto ancora più grottesco. Io però li guardavo con una certa ammirazione, ero piccolo e lontano dal concetto di paradosso e poi loro, erano quelli che capivano tutto perché la pesante critica su chiunque li rendeva i migliori. Migliori dei loro amici, dei conoscenti, migliori dei parenti, gli unici a potersi permettere problemi cardiocircolatori con un cibo di qualità.
I discorsi, ad un certo punto della serata deviavano puntualmente sui figli e mentre mia cugina rotolava tra il vizio, le lacrime e i giocattoli calpestati dalle possibilità del benessere, i miei zii in un sottovoce simulato confidavano ai miei genitori che secondo loro io, dovevo avere qualche forma di ritardo o comunque dovevo per forza essere problematico perché… “perché nessun bambino normale è come lui”. I grandi sono fatti così, parlano dei bambini incuranti della loro presenza, convinti che questi non capiscano, che non sentano probabilmente o semplicemente sopravvalutando loro stessi, ponendosi da una prospettiva fittizia, da una balconata che in realtà è solo una ringhiera a piano terra. I grandi, quelli veri, sono rari come i sentimenti che li distinguono, sono qualcosa di così straordinario che il più delle volte vengono emarginati dall’uniformità della massa. Prima di andare via mio zio si avvicinava all’orecchio di mio padre e chiedeva cercando di non farsi sentire da sua moglie: “come sta?” mio padre annuiva, storceva appena la bocca, una pacca complice sulla spalla e via per le scale. Quando tornavo a casa facevo una corsa dall’altra parte della strada e andavo a trovare il vecchio che mi aspettava seduto sulla sua sedia scricchiolante più antica di lui e sapeva sempre dove ero stato, lo capiva dal mio odore ma gli piaceva chiederlo, metteva in pausa il vinile e: “Sei stato dai pezzenti della via degli abbracci vero? Puzzi di fumo, falsità e avidità” senza aspettare la risposta faceva ripartire il disco. “I pezzenti della via degli abbracci” così chiamava i parenti.
Li definiva predatori pronti a mangiarti la testa in un momento di distrazione, provava qualcosa di più profondo dell’odio verso i legami di sangue, un sentimento che nessuno dovrebbe mai provare. “I parenti… degli estranei con più opportunità per deludere e fare del male, con la faccia dispiaciuta e il sale pronto da buttare nelle ferite. I parenti… la più grande condanna di Dio, il cancro della tranquillità, la voce piagnucolante dei funerali, una malattia da curare”. Il nome del vecchio era: Mario, almeno così gli piaceva farsi chiamare, mi sedevo di fianco a lui e mi sentivo sereno, slegato da tutto e tutti, trovavo il coraggio di fargli ogni tipo di domanda, era un mio pari, un bambino con l’esperienza di una leggenda, una persona che pareva non avere passato perché non né parlava mai, forse perché del passato aveva fatto una cassaforte per custodire il dolore e le brutture del mondo. Tutti hanno dolori da nascondere, da proteggere dalle mani dei propagandisti di bugie, dolori che quando vengono sfiorati svegliano mostri divoratori di pietà, cacciatori della più liberatoria vendetta.
Mario aveva sempre con sé una scatoletta di legno grande come un pacchetto di sigarette con al centro una serratura dorata. La chiave, grande come tre chicchi di riso penzolava dalla sottile e larga collana che teneva appesa al collo ed era l’unica cosa dalla quale non si separava mai. Il suo unico tabù, un argomento da lasciar perdere. Alcune volte lo spiavo dalla mia finestra mentre la teneva tra le mani e ci parlava, era forse un po’ pazzo il vecchio, come lo sono tutti i vecchi e anche di più, ma era un mio amico e agli amici non si fanno domande che non hanno chiesto gli vengano fatte. Me lo aveva insegnato lui. I miei genitori non mi impedivano di andarlo a trovare ma non erano contenti che passassi tanto tempo con lui. Lo reputavano strano, fuori dal mondo come il suo disco dei Gong, dicevano che aveva sbagliato qualcosa in passato, sembrava aspettassero che morisse per liberarsene, così da ottenere “la roba“… e quel giorno purtroppo è arrivato. Adesso sono qui, nel rimbombo di una chiesa vuota con il cuore spaccato in mille pezzi e tra le mani il suo ultimo desiderio. La cassa con pochi fiori ad incorniciarla è economica, di un legno che marcirà in fretta. I primi ad entrare per porre omaggi alla convenzione sono i suoi vicini di casa, quelli che avrebbero voluto spezzare il disco dei Gong.
Sconosciuti e ancora sconosciuti, i miei genitori e altri sconosciuti, i miei zii, mia cugina sorridente, la funzione inizia. Ho l’ansia cazzo… il momento del discorso si avvicina e quella piccola scatoletta che tengo tra le mani diventa pesante, pesantissima. Passo in mezzo alla gente che mi osserva con curiosità, anche i miei genitori mi osservano, il vecchio è stato il mio migliore amico per più di vent’anni. Mio padre piagnucola, mia madre no, lei non ha alcuna espressione oltre una evidente noia che non si preoccupa di contenere. Metto su il disco dei Gong, il prete si avvicina, probabilmente vuole fermarmi, devo troncare ogni sua intenzione, la butto in minaccia: “padre, se ci prova le infilo il tabernacolo nel culo”. Apro la scatoletta, mi sento in pulp fiction, i Gong in quell’ambiente risultano meno folli, la loro musica gioca con i marmi, con le immagini sacre e l’altare diventa una giostra, un palco, e perde pesantezza.
Arrivo davanti al microfono, apro la scatoletta e tiro fuori un foglietto di carta, leggo le prime righe tra me e me e guardo i presenti negli occhi, uno alla volta, in silenzio, con attenzione. I parenti non riceveranno eredità alcuna, ma non lo sanno, i vicini continueranno ad ascoltare il disco dei Gong tutti i giorni, lo farò io per lui, gli amici… gli amici sono morti da un pezzo, il prete non lo ha mai conosciuto. Scoppio a ridere rumorosamente: “vi ha voluto bene” dico al microfono, la voce rimbalza sulle pareti entrando nella canzone. Piango e rido contemporaneamente, non resisto, mi mancherà il mio vecchio compagno di chiacchiere, l’uomo libero, il ribelle che ci ha sempre creduto, riprendo fiato, mi calmo: “Grazie nonno, grazie per non avermelo detto”. 

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