Gomalan Brass Quintet… con giallo – di Benito Mascitti

Vasto – 14 febbraio 2010 –  Questa sera si recita a soggetto direbbe qualcuno. Non è proprio così, visto il prestigio internazionale che la band in questione detiene, ma è pur vero che questi pazzi scatenati, tra un bel pezzo d’opera ed una colonna sonora da film, calcano le tavole da teatranti consumati ed istrionici, allergici al canovaccio prestabilito. Musicisti di livello stratosferico e attori d’altrettanto valore, ma assolutamente fuori dagli schemi. L’ottavo appuntamento del cartellone del Rossetti ci riserva una chicca agognata da molti: “Il Virtuosismo degli Ottoni”Gomalan Brass Quintet: Stefano Ammannati (Tuba) Gianluca Scipioni (Trombone) Marco Braito (Tromba) Marco Pierobon (Tromba) Nilo Caracristi (Corno). Cinque curricula da brivido. Tutti “prima parte” nelle migliori orchestre del mondo, con ormai dieci anni di grandi successi raccolti in ogni dove. Un ensemble che stupisce pubblico e addetti ai lavori, spingendosi fino alla messa in scena di “Aida” in forma di musical. In cinque e in cinquantacinque minuti: cantata, suonata e recitata in costume. Siamo in tempo per gustarci le prove. Eccoli lì, a semicerchio, che si palleggiano gli accordi e discutono animatamente: stacco del terzo… facciamo solo l’inizio… adesso gli stacchetti… stacco di swing… OK. Vanno avanti, spulciando i brani scelti per il concerto, assemblano i pezzi dell’ennesimo spettacolo pescando nel loro sconfinato repertorio. Mettono allegria dentro e ci riportano alla curiosità bambina di stare nel camerone della banda per le prove. Raffaele Bellafronte sentenzia: Ancora dieci minuti e si fa sala!”Il sipario si chiude che ancora sistemano le parti svolazzanti sui leggii. Situazione intrigante stasera… gli ottoni continuano a borbottare dal retropalco mentre il pubblico può finalmente affluire. Palchi e platea si animano d’incanto mentre ci si coordina ancora per la ormai consueta diretta streaming. Il pubblico continua a spingere fino a riempire il teatro come un uovo. Sparsi ovunque giovani delle “Brass Band” locali… insomma sì, le bande. Autentiche ed instancabili  fucine di giovani talenti. Tutto è pronto: incredibilmente si fa sala all’ora giusta. Marco Pierobon parla al telefono con la moglie per provare il segnale della diretta, mentre si distribuiscono tutte le residue sedie di fortuna disponibili. Asserragliati nel retropalco gli assatanati si caricano e continuano a dar di pistoni. S’apre il sipario e i flicorni di supplemento luccicano sulle tavole sotto ai leggii. Mentre le ultime note fuori scena del quintetto ancora arrivano, partono i tre trilli e si comincia. Vengono fuori che ancora sghignazzano, con l’unica concessione formale dell’abito nero e all’improvviso attaccano. John Williams: “Olympic Fanfare and Theme”. La celeberrima fanfara che aprì i giochi olimpici di Los Angeles nel 1984 non cessa mai di suscitare emozione e le note che riecheggiano in un fraseggio strettissimo e incalzante guidato da Braito e Pierobon, rilanciano la melodia  di questo e di altri famosissimi brani per il cinema che il compositore statunitense ci ha regalato. Dalla serie di “Superman” a quella di “Harry Potter”, da “Guerre stellari” “Jurassic Park”; per non parlare degli altri temi per i giochi olimpici e le composizioni concertistiche. Ad oggi, Williams risulta secondo solo a Walt Disney nella storia degli Oscar per la colonna sonora, con quarantacinque nominations e cinque statuette all’attivo. La sala, già caldissima, dispensa applausi e s’appassiona alla prima gag. Nilo Caracristi, il corno francese, si propone per la presentazione che sembra veramente Clark KentMarco Pierobon d’improvviso lo stoppa, e si inserisce maramaldeggiando all’impronta, proseguendo in chiave comica lo scambio telefonico con la moglie avuto poco prima fuori scena. Saluti alla consorte e al pubblico che rumoreggia… e adesso viene il bello. La scenetta che segue si può riassumere più o meno così: “Come orchestrali rumoristi non siamo male… con l’opera più o meno ce la caviamo… gli elefanti dell’Aida erano di gomma… ma l’egiziano era vero…”. Insomma, tutta questa pantomima in realtà serve ad annunciare un’esecuzione a dir poco impegnativa, da affrontare con tutto il vigore d’un intera orchestra sinfonica. Igor’ Fëdorovič Stravinskij: “L’Uccello di Fuoco” (Finale). A questo punto non si scherza… lentamente, tutti insieme, in un crescendo che finalmente annuncia il lieto fine. Il trionfo del principe Ivan sul male assoluto rappresentato da Kascej il mostro, che perde l’immortalità ed il potere di dispensare dolore, con il risveglio dei giusti fatti pietra e il giubilo degli umani nel finale. Della maestosa orchestrazione del grande genio russo godiamo incredibilmente appieno, grazie a questo quintetto di fantastici “rumoristi”. Stupefacente abilità tecnica, spumeggiante virtuosismo nei cambi repentini di colore, articolazioni ritmiche smilze e geniali al contempo. Ci regalano d’incanto un’orchestra sinfonica a pieno organico, che il minuscolo teatro bomboniera dovrebbe accogliere sistemando i timpani in piccionaia. Meritatissimi applausi per loro. Arriva un momento importante per tutti noi e per questo glorioso teatro, rinato come Araba Fenice sotto la sua direzione. Raffaele Bellafronte: “Nights in Broadway” (per quintetto d’ottoni). Composto nel 2002 pensando proprio a questo ensemble. L’omaggio al compositore si trasforma anch’esso nell’ennesima gag, che più o meno fa così: Tra tanti valenti musicisti il Maestro ha scelto proprio noi…sarà folle come tutti i grandi compositori!. Dalla farsa alla migliore tradizione della commedia musicale americana il passo è breve. Attacco e fraseggio di corno e trombone… poi trombe e tuba squarciano il velo che copre le innumerevoli scenografie passate sui palcoscenici della celebre strada di Manhattan, universalmente conosciuta come la culla del teatro americano. Sembra davvero di calcare quelle scene variopinte con l’incedere caro a Raffaele… il magico e benefico ritmo della danza. Dalla visione gioiosa d’insieme della prima parte, delicatissima nel finale, si passa alla seconda; più intima, ritagliata nella notte scesa tra i vicoli appena illuminati della Grande Mela, inaspettatamente felliniana. Un gatto che sbuca dai bidoni e miagola alle forme sinuose d’una figura femminile celata nel buio… e, all’improvviso, Marco Braito salta le note… sbanda, va giù come piombo all’indietro e rovina a terra di schianto. Per un attimo la sala pensa all’ennesimo sketch comico ma la speranza dura solo un istante. Purtroppo è tutto vero. Scende il gelo in sala. Sul palco gli altri soccorrono il compagno e dalla platea salgono in sequenza Raffaele e i quattro medici presenti in sala. Caracristi chiede di chiudere il sipario e la sala ammutolisce presa dal panico. La direzione richiama alla calma è stabilisce un quarto d’ora di sospensione. Posizionati in regia, l’annuncio lo inquadriamo sullo schermo digitale e pensiamo ai cari, agli amici di Marco, che stanno vivendo da lontano un vero e proprio dramma. Dopo poco, finalmente, l’atmosfera si stempera. Corre la voce rassicurante che annuncia la ripresa del concerto. E’ stato un forte calo di pressione, e la caduta non ha portato conseguenze. Tiriamo tutti un gran sospiro di sollievo che rimbomba in sala e riusciamo anche a canzonare affettuosamente Marco. Già sembra un grissino integrale vestito di nero e che ti combina? Scende giù da Torino in giornata, con in corpo solo qualche cappuccino. Vita tumultuosa d’artista. Chilometri e chilometri senza posa, di concerto in concerto, senza il lusso d’una pausa degna di questo nome… è la storia di tutti quelli che come lui girano il mondo mossi dalla passione per la musica e che noi spesso immaginiamo nel comodo ruolo delle star, non considerando il sacrificio che questa scelta di vita comporta. Il quarto d’ora s’è dilatato a quaranta minuti buoni e finalmente Bellafronte, rasserenato in volto, spazza via ogni residua angustia: Vogliono continuare. Ancora un po’ di tempo per riattivare la ventilazione e si riprende. Dopo circa un’ora il concerto riparte davvero. Dal palco chiuso arriva ancora la voce degli ottoni e all’improvviso s’apre il sipario tra gli applausi del pubblico. “Ok… ricominciamo… tanto non si è visto che s’è sentito male…  però quel sangue a terra facciamolo pulire!”. Ripartono con un giovane talento italiano. Mauro Ottolini: “Noche de Rumba”. Marco Pierobon presenta lo straordinario trombonista e compositore veronese come uno che, in fondo, “Fa musica solo per rimorchiarenon è un gran  figone… e neanche tu lo sei. Il corno chiamato in causa si difende: “Tu parla per te”. Poi Pierobon continua a descrivere le donne cieche e orride che di solito i trombonisti rimorchiano” e dedica una travolgente Rumba all’altra metà del cielo. Il pubblico si riabbandona all’entusiasmo e si va avanti ad oltranza. “Adesso un balletto vero… composizione postuma, andata in prima mondiale a Pietroburgo con i ballerini in pelliccia… non ci credete? Andate a vedere su Wikipedia…”. Pëtr Il’ič Čajkovskij: “Nutcracker Suite. Tirano fuori tutto il meglio che possono in questa esecuzione… tutti insieme ancora. Il bellissimo corno, la tuba e il trombone – Ammannati&Scipioni – pastosi e intriganti, le trombe fraseggianti senza posa. Come una perfetta scatola musicale che modella e sprigiona partiture inverosimili. Arriva l’ovazione per un altro supplemento di sudore e saliva nonostante l’incidente. Non sarebbe il caso d’andare oltre, ma loro non sarebbero più loro… e riprendono il filo di “Nights in Broadway” con  la concertazione sapiente e spumeggiante del bellissimo finale. Bellafronte sale sul palco e si gode con gli strumentisti il caldo abbraccio del pubblico. Si va avanti ad oltranza e la congrega ci scodella un’altra pratica lasciata indietro causa svenimento. John Williams:“1941 – Allarme a Hollywood”. Una commedia rimasta nella storia del cinema e ormai perduta negli archivi. Una brillantissima farsa sulla psicosi americana del “pericolo giallo”, con l’indimenticabile John Belushi. Fuochi d’artificio dagli ottoni tutti, che raccontano la trama dissacrante e grottesca dando il segno della loro formidabile tecnica musicale e interpretativa. Arriva l’ovazione. Il concerto sarebbe finito, fatalmente rimaneggiato dalle altre tre partiture in programma, ma il pubblico continua ad acclamarli e allora ti tirano fuori dalle tre carte il gran finale con il mitico… Quincy Jones: “Soul Bossa Nova”. Saltano tutti gli schemi residui e la band si aggira in ordine sparso sul palco, inscenando uno sfilare di circensi in parata… elefanti e cammelli annessi. Ci salutano con una mano, ancora pigiando sui pistoni con l’altra, e se ne vanno davvero. Ormai siamo al delirio. Noi, ingrati immortali, vorremmo ascoltarli ancora, magari anche solo – si fa per dire – nel particolarissimo e struggente omaggio che dedicano a Fred Buscaglione con Guarda che Luna in “Swingin’ Pool” (Summit Record 2005); ma loro rientrano in scena a mani vuote per il saluto finale ed il concerto si conclude qui. Prima del passaggio di prammatica al foyer però, sparano decine di pose fotografiche coi giovani fans ancora increduli di tanta grazia. Straordinari davvero questi ragazzi italiani rigorosissimi e scanzonati, vera ricchezza della nostra musica. Possiamo dirci veramente soddisfatti ma un’ultima curiosità ci rimane. Ci avviciniamo al mefistofelico Pierobon che raccoglie ancora da terra spartiti e sordine e gli porgiamo la fatidica domanda: “Gomalan Brass… qual’è l’origine di questo nome… cos’è un Gomalan?”. “Ma noo!!! ” risponde lui,Go mal an brass… ho male a un braccio… in dialetto parmense”.

da “Emozione dal loggione e altri racconti”  di Benito Mascitti
Il Torcoliere Editore 2014 
Foto: Piero Cipollone©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

2 pensieri riguardo “Gomalan Brass Quintet… con giallo – di Benito Mascitti

  • dicembre 31, 2017 in 7:55 pm
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    Il gruppo doveva essere fantastico, per quello che si ascolta dal video. Il racconto ti fa rivivere con partecipazione quei momenti , si snoda come il movimento di una ideale video camera tra il backstage e il palco …Grande.

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