Gold Mass: “Transitions” (2019) – di Ignazio Gulotta

Verrebbe quasi da citare Totò col suo “tomo tomo cacchio cacchio” pensando al modo in cui questo esordio di Gold Mass, avvenuto in sordina e senza gran battage, per usare un eufemismo, si sta piano piano e più che meritoriamente facendo largo fra le molteplici uscite grazie alla riconosciuta qualità dell’opera. Dietro il nome Gold Mass c’è una giovane musicista pisana, all’anagrafe Emanuela Ligarò, laureata in fisica, specializzata in acustica e con alle spalle studi classici di pianoforte. È lei che cura direttamente la promozione, la distribuzione e il tour di “Transitions” (2019). Le sue canzoni sono nate nel chiuso della sua camera e poi sono diventate un disco, Emanuela ha fatto tutto da sé con l’aiuto del batterista e polistrumentista Alessandro Baris e del produttore Paul Savage, ex batterista degli scozzesi Delgados, uno che ha già lavorato con Arab Straps, Mogwai, Franz Ferdinand.
È anche grazie al produttore che “Transitions” ha un suono e un respiro internazionale, tanto che l’album può stare vicino, e senza per nulla sfigurare, a quelli di altre cantautrici straniere che, come Emanuela, amano esplorare e mettere a nudo se stesse e la propria intimità attraverso la musica: pensiamo a musiciste come Jenny Hval, Cat Power, P.J. Harvey, Angel Olsen, molto diverse tra loro, ma che condividono uno sguardo e un approccio profondamente femminile e personale. Pur nell’apparente fragilità della voce calda e avvolgente, la musica di Gold Mass possiede invece una forza che le deriva dal coinvolgimento emotivo che riesce a creare, con grazia e intensità. Fare musica significa riuscire a tirare fuori quella “massa d’oro” che, oltre a darle il nome d’arte, rappresenta il nucleo emotivo racchiuso dentro l’individuo, come spiega sul suo sito: «Il mio cuore è una dimora con molte stanze in cui convivono inquietudine, fragilità, ironia, sensualità e forza. Ogni gesto o parola rivelerà una tale sovrapposizione di stati d’animo. Non sento alcun contrasto. Il nucleo interno di tutto, la massa d’oro, è l’unica cosa che conta. La nostra essenza».
Una personalità sfaccettata, non monolitica, ma che vive di contrasti, incertezze, ambiguità; ricca e tormentata com’è la vita stessa e che si riverbera nelle dieci canzoni di “Transitions”. Ecco che i toni cupi e scuri della traccia di apertura, Our Reality, ci introducono al disco, che la successiva Happiness In a Way sembra addolcire nel suo etereo trip hop… ma poi Fade Out, una delle tracce più belle e intense, mostra col suo pianismo morbido e limpido, qua e là disturbato da rumorismi e drum machine, il lato più fragile e intimo dell’autrice. May Love Make Us, è sensuale e seducentecon la voce venata di coloriture soul; in Sentimentally Performed il canto melodioso di Emanuela Ligarò rende il brano pieno di grazia e dolcezza, anche se l’arrangiamento nervoso lancia segnali di irrequietezzaMineral Love in certi momenti richiama la Bjork più nervosa e scura; Awakenings, col suo ritmo a scatti si apre a un risveglio almeno apparentemente sereno («Soft is the morning / Warm our bodies / Here’s the thought of you»); Honey and Blood come a dire, il dolce e la sofferenza di cui sono fatti la vita e l’amore, è un’altra perla del disco, immersa in un’atmosfera di appena sopita tensione… e qui apprezziamo ancor più l’ottimo apporto delle percussioni di Alessandro Baris alla riuscita del brano; chiudono le eleganti e intense She e Mayway. Un plauso a Gold Mass per questo esordio più che convincente che merita ben più che il classico successo di nicchia.

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