Godzilla e altri mostri del Sol Levante – di Maurizio Fierro

Si chiamano kaidan, racconti orali (dan) dal carattere misterioso (kai). Sono le storie del brivido giapponesi, tradizione remota ma sempre attuale nel “Paese degli ottomila Kami” (le divinità che circondano ogni cosa e aspetto della vita quotidiana), dove raccontare storie paurose è sempre stato uno dei passatempi preferiti delle famiglie nipponiche, soprattutto durante le lunghe e afose serate estive. Presenze partecipi che, al pari degli esseri umani e degli animali, popolano la terra con la loro potenza ed energia spirituale, i Kami sono i protagonisti di innumerevoli leggende nelle quali appaiono sia in veste benefica che come entità malefiche, distinguibili, in quest’ultimo caso, in quattro generi di riferimento, a cui seguono infiniti sottogeneri. Innanzitutto, gli Yokai (come i Kappa e i Tengu), mostri dalle svariatissime specie con i quali si è costretti a convivere, spesso solo semplici burloni, ma a volte anche scomodi e dispettosi vicini. Ispiratori di innumerevoli fumetti e giocattoli, gli Yokai sono i padri putativi dei pokemon, gli iconici mostriciattoli dall’aspetto bizzarro. I Bakemono (come i Kitsune e i Tanuke), sono invece esseri che hanno mutato il loro stato di natura, diventando i soggetti privilegiati di numerose trasposizioni cinematografiche (Gojira, è il Bakemono più famoso). Gli Oni, forse i più popolari nel pantheon nipponico e i più simili al concetto occidentale di demone, sono invece esseri alti circa tre metri, fortissimi, e spesso raffigurati con un solo occhio. Sono i servi di Enma, il Signore degli Inferi. Infine, gli Yūrei, presenze che, non riuscendo a proseguire il cammino nel ciclo di reincarnazione a causa di legami terreni ancora irrisolti, si aggirano per la terra cercando un contatto con i vivi. I Kami aleggiano nella vita quotidiana di un Paese permeato da un polifonico sentimento religioso, in cui la genesi animistica e l’incontro del pantheon shintoista con il buddismo nei secoli VI e VII d.C, si fondono con le antiche leggende autoctone, di carattere magico-sciamanico, raccontate nei testi più antichi, come il “Kojiki”. In questo immaginario iconologico e iconografico avvolto da un senso di profonda suggestione, si innesta la moderna epopea cinematografica dei “Kaiju Eiga”, letteralmente strane bestie. Nato nel dopoguerra all’indomani dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki, questo genere raffigura su grande schermo le angosce conseguenti allo shock atomico, proiettando la sindrome d’assedio degli abitanti dell’Arcipelago su oscure potenze distruttrici dall’aspetto mostruoso. Un allievo del famoso regista Akira Kurosawa (artefice della trasposizione cinematografica di Rashomon – la celebre opera di Akutagawa Ryunosuke, scrittore e poeta dall’animo tormentato morto suicida a 35 anni – oltre che di capolavori come “Schichinin no Samurai”, ovvero “I sette samurai” e, insieme a Yasujiro Ozu, uno dei massimi esponenti della cinematografia nipponica), Ishirō Honda, è il principale autore dei film nipponici dell’orrore. Honda libera le ossessioni degli “hibakusha” – i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki – presentando al pubblico “Gojira” (capostipite del genere Kaiju Eiga, e che in occidente impariamo a conoscere col nome di Godzilla), ideato dal genio visionario di un suo collaboratore, Eiji Tsuburaya, impareggiabile creatore di effetti speciali. Il 3 novembre 1954, in occasione della prima uscita del film (costato la sbalorditiva cifra di sessanta milioni di Yen), è grande lo stupore suscitato dal furore distruttivo e dalla potenza del raggio atomico soffiato da quell’enorme tirannosauro di oltre 50 metri di altezza (con la tecnica suitmation, un attore indossa una pesante tuta di gomma imbottita rinforzata da una tela metallica e, con la testa mossa da un meccanismo telecomandato, abbatte modellini di palazzi in scala 1/25). Risvegliato dalle radiazioni atomiche, l’indispettito Goijra emerge dagli abissi marini e decide di fare quattro passi per le vie di Tokio. È un po’ maldestro, d’accordo, combina qualche guaio, certo, ma non biasimatelo: con quel corpaccione, vorrei vedere voi al suo posto. Cannoni, carri armati, aerei da combattimento… nulla pare in grado di arrestare la sua avanzata, anzi, tutti quei fastidiosi inconvenienti non fanno altro che aumentare la sua irritazione. Per farla breve, alla fine, solo un dispositivo disintegratore (la potente bomba Oxygen Destroyer), riuscirà a fermarlo. Non per sempre, come dimostreranno i successivi episodi della saga. Dirigendo una delle più riuscite pellicole di denuncia antinucleare dei suoi tempi, Honda inaugura il genere horror-fantasy, uno dei filoni maggiormente sfruttati dalla cinematografia nipponica. Nel 1957, con “The Mysterians”, sempre diretto da Ishirō Honda, facciamo la conoscenza di Moguera, un kaiju simile a una talpa inviato da un popolo alieno con l’intento di colonizzare il nostro pianeta, e che in seguito diventerà uno dei più agguerriti avversari di Godzilla (“Godzilla vs Spacegojira” del 1994) e, da quel momento, non si contano le pellicole Kaiju. Da Angurius a Rodan, da Gorath a Dogora, è un proliferare di creature distruttrici, spesso in lotta fra di loro, oppure coalizzate, come in “Gli Eredi di King Kong”, girato ancora da Honda nel 1968, film nel quale, dopo essere stati catturati e confinati su un’isola, i nostri simpatici mostri fuggono decidendo di visitare alcune delle più rinomate capitali del pianeta, così, giusto per seminare un po’ il panico… e allora chi si reca a New York, chi a Pechino, chi a Londra, chi a Parigi, insomma… che ci pensassero bene prima di esiliarli un’altra volta. Di contaminazione radioattiva tratta anche un’altra pellicola di Honda, “Matango”, film del 1963 liberamente tratto dal racconto “La voce della notte”, del maestro del brivido William Hope Hodgson (scrittore inglese che ispirò, fra gli altri, H.P. Lovecraft, e che fu l’ideatore del personaggio di Carnacki, un laconico indagatore dell’occulto che, affiancando la polizia, si aggira per case infestate riuscendo sempre a risolvere casi intricati). È trascorso ormai un decennio dalla comparsa di “Gojira”, e il contesto sociale del Giappone è sensibilmente cambiato. Siamo in pieno boom economico, e il capitalismo di matrice occidentale è protagonista sulla scena economico-politica del paese del Sol Levante e, anche Ishirō Honda ne prende atto. A differenza del fanta-tirannosauro proveniente dagli abissi della cattiva coscienza occidentale, in “Matango” l’orrore è già metabolizzato, presentandosi sotto forma di metastasi del sistema. I funghi ingeriti dai sette componenti dell’equipaggio di una barca naufragata in una misteriosa isola che, nell’ultimo scorcio del film, trasformano gli stessi protagonisti in mostri, simboleggiano una società già mutata essa stessa in mostro. E lo sguardo di Honda, pervaso da un irredimibile pessimismo, non lascia spazio ad alcun finale consolatorio. In quegli stessi anni, un bambino cresce affascinato dalle storie di Yokai e Bakemono che gli vengono raccontate in famiglia e, appena può, corre al cinema per ammirare, rapito, i film di Ishirō Honda. A quel bambino piace disegnare e, prova e riprova: disegno dopo disegno migliora e affina il suo stile. Poi, seguendo le orme del suo idolo, Osamu Tezuka, (a quei tempi il più famoso disegnatore insieme a Akira Toriyama, il creatore di Majin Bu) l’ormai ex bambino riesce a diventare un mangaka, e non uno qualunque, ma il migliore autore nipponico di manga, legittimo erede dei due pionieri dell’animazione nipponica, i vignettisti Oten Shimokawa e Jun’ichi Kouchi che, all’inizio del Novecento, crearono le prime rudimentali tecniche d’animazione. Il suo nome è Go Nagai. Nel 1972, diciotto anni dopo Gojira, un altro mostro esce dall’acqua. È un Majin, un grande robot pilotato da un essere umano. Si chiama Mazinger Z, e a disegnarlo è stato proprio Go Nagai. Mazinger inaugura un’ulteriore epopea: quella dei Mecha, i super robot alti venti metri, armati di raggi fotonici, pugni rotanti e ali affilate, epigoni di Gakutensoku, una sorta di gigantesco robot in metallo ideato e costruito nel 1928 dallo scienziato Makoto Nishimura, plastica rappresentazione dell’ossessione nipponica di liberare l’essere umano dalla fatica. Dopo Mazinger è la volta di Gurendaiza, ovvero Goldrake; poi arrivano Jeeg Robot, Daitarn 3 e, insieme a loro, tanti altri robottoni, protagonisti degli animēshon, i film e le serie di animazione che accompagnano generazioni di bambini. Godzilla, statene certi, nascosto da qualche parte, ha accolto festante l’arrivo dei suoi epigoni tecnologici… a suo modo, ovviamente: soffiando uno dei suoi mitici raggi atomici.

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