Goblin: “Il fantastico viaggio del ‘bagarozzo’ Mark” (1978) – di Alessandro Freschi

“Ali azzurre, colorate e scure, frullano impazzite, neri occhi e antenne strane qui sopra di me. Non so dove mi trovo, se in mezzo ad una valle o in preda alla follia. Bagarozzi di tutto il mondo, corrono e ridono, scappano via”Voli lisergici, polvere bianca, ronzanti insetti provenienti da immaginarie lande. Una allucinata escursione nel caliginoso universo delle droghe. Un concept-album originale, “Il fantastico viaggio del ‘bagarozzo’ Mark” (1978), dal retro gusto progressive, arrivato sugli scaffali dei negozi di dischi decisamente fuori tempo massimo, in un 1978 che vede la fulgente aura di Orme, Banco e PFM fisiologicamente affievolita, travolta dall’irruzione punk d’oltremanica e da “La Febbre del Sabato Sera”. Più che un ‘bagarozzo’ una vera e propria mosca bianca ,se pensiamo che a raccontarci attraverso metafore – più o meno efficaci – di eroina e viaggi spettrali sono i Goblin, formazione romana legata a doppio filo al cinema di Dario Argento e famosa per soundtracks dal grande impatto suggestivo, di stampo prettamente strumentale
Reduci dai successi di “Profondo Rosso” del 1975 (ad oggi tre milioni di copie vendute), “Suspiria” (1977) ed in procinto di realizzare le musiche per gli “Zombi” di Romero, Claudio Simonetti (tastierista), Massimo Morante (chitarre), Fabio Pignatelli (basso) ed Agostino Marangolo (batteria) nell’autunno del 1977 si ritrovano nei capitolini Trafalgar Recording Studios con in testa l’idea di mettere in atto un progetto intrigante, che prenda le distanze dalle consuete implicazioni con il mondo della celluloide e, per la prima volta, imbastito su una storia da raccontare attraverso dei testi.
Ad onor del vero nel 1976 i Goblin hanno già effettuato un convincente tentativo per svincolarsi dal contesto cinematografico ma, le maliose atmosfere del disco e la totale assenza di sezioni cantate hanno finito per scaraventare “Roller” nel bel mezzo dei fotogrammi orrorifici di “Patrick” (Richard Franklin) e di “Wampyr” (George A. Romero).
Otto movimenti in tutto, divisi equamente sulle facciate di un vinile che presenta sulla copertina un artwork bizzarro, cartoonistico, raffigurante un colorato insetto a otto zampe con due enormi antenne luminose ideato da una delle graphic designer più talentuose della Cinevox Records, Fredrika Cao. È Morante ad occuparsi della stesura delle liriche de “Il Fantastico Viaggio del ‘Bagarozzo’ Mark”, rivelandosi, oltre che provetto paroliere, unico componente della band con reali velleità da vocalist (ambizioni avvalorate ad inizio anni ottanta dalla pubblicazioni di due album solistici “Abbasso” e “Corpo a Corpo”, quest’ultimo prodotto ed in parte composto da Renato Zero, all’epoca sentimentalmente impegnato con Lucy, sorella del chitarrista). Sin dalla prime battute dell’opener (Mark il Bagarozzo) si intuisce che nonostante gli irregolari ed approssimativi tratti dell’interpretazione il neofita Morante dispone di una convulsa timbrica punk che ben si interseca con le crepuscolari ed ipnotiche sonorità della novella-rock. Tolta la discutibile disgressione synth-pop di Un Ragazzo d’Argento, traccia eccentricamente scelta dalla label come singolo apri-pista che in qualche modo anticipa le imminenti derive disco-dance di Simonetti (Easy Going, Vivien Vee, per non parlare del Gioca jouer), i restanti movimenti sono caratterizzati dal tipico ed inquietante mood Goblin, contraddistinti da tastiere in grande spolvero, monumentali linee di basso ed incisivi incastri ritmici.
Così, mentre scenari di matrice space-rock avviluppano le algide rasoiate del synth ne La Danza, le sensuali incursioni del sax di Antonio Marangolo (prestigioso ospite, fratello di Agostino) si armonizzano allo zampillare insistente dei liquidi orditi de Le Cascate di Viridiana. E se dei rintocchi di pianoforte accompagnati da una mormorata recita (Simonetti) tratteggiano le atmosfere sinistre ed ambigue di Notte, teatralmente dark risuona l’incursione nella Terra di Goblin. Prossimo alla ‘forma canzone’, il rock di Opera Magnifica (B side del sopramenzionato 45 giri), grazie al suo gradevole ascolto, trova curiosamente spazio promozionale alla corte di Gianni Boncompagni in una puntata dello storico Discoring; ben altra cosa si rivela, nel suo forsennato incedere, in E Suono Rock, traccia nella quale confluiscono integralmente gli stilemi Goblin, suggellata da potenti assoli di chitarra e da una accattivante componente lirica che Simonetti rispolvererà ad hoc all’atto di comporre la title-track dell’incubo entomologico “Phenomena” (1984). Le vendite de “Il Fantastico Viaggio del ‘Bagarozzo’ Mark” purtroppo risulteranno ben al di sotto delle aspettative e, parte della critica, in modo superficiale, etichetterà come fiasco totale la ‘prova canora’ dei Goblin. Per l’ennesima volta, alcune delle tracce strumentali dell’album (nonostante le intenzioni originarie fossero ben altre) entreranno a far parte di un soundtrack, quando Dario Argento, rielaborando il montaggio per il mercato europeo di “Wampyr” di Romero, sostituirà le musiche di Donald Rubinstein con estratti dal ‘Bagarozzo’ (Le Cascate di Viridiana, Notte e La Danza) e da “Roller”. Anche il regista Bruno Mattei ricorrerà all’uso di parte di quei commenti sonori per il suo horror gotico-ecclesiastico “L’altro Inferno” del 1981, confermando l’innata inclinazione tra il trademark dei folletti e la settima arte.
Oggi il vinile originale è diventato oggetto di culto per i collezionisti ed è stato ristampato dalla Cinevox, in collaborazione con l’AMS, nel 2009. Una curiosità in chiusura: come spesso erroneamente additato “Il Fantastico Viaggio del ‘Bagarozzo’ Mark” non è l’unico album con brani cantati nella discografia Goblin. Nel 1982, mentre Simonetti e Morante sono impegnati in progetti solistici e Marangolo gira l’Italia in tour con Pino Daniele e New PerigeoFabio Pignatelli e Massimo Guarini (altro tastierista storico della band presente in “Suspiria” e “Roller”), radunano a corte Marco Rinalduzzi, Mauro Lusini e Derek Wilson ed incidono un album (“Volo” del 1982) dalle chiare connotazioni pop. Il brano che dà il titolo al disco diventa la sigla di chiusura di Discoring ma il lavoro, distante anni luce dalla produzioni del decennio precedente, passa silenziosamente sottotraccia. Dovremmo aspettare l’alba del nuovo millennio per ritrovare insieme il quartetto di ‘Mark’ e l’occasione, giusto per non smentirsi, sarà l’ennesima colonna sonora argentiana “Non ho sonno” (2001)… ma questa è tutta un’altra storia.

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