Gnaw Their Tongues: “L’arrivée de la Terne Mort Triomphante” (2010) – di Gianluca Chiovelli

Negli ultimi anni, fra le tante voglie che mi sono passate, c’è pure quella di ascoltare dischi. Intendiamoci, ogni tanto me li sento ancora. Quando ho tempo. In una società che propone e programma continuamente tempo libero, io non ho più tempo… e poi mi sono disamorato: mi secca scrivere di musica. Di musica rock. Ho cominciato a odiare i critici musicali (lo so: è un paradosso) soprattutto quelli che insistono con la tediosa, stupidissima e stucchevole aneddotica della musica rock. La vita di questo, l’esistenza di quegli altri… sesso droga soldi tradimenti… tutto quel teatrino, insomma, che affascina le menti semplici e fa vendere ancora dischi; quei dischi che si sono fatti girare sul piatto mille volte e che ognuno conosce a memoria. Il disco rimasterizzato di “Abbey Road”. L’avremo sentito nella vita? E quante volte? I brani? Come together? Decine. She came in through? Altre decine. Le sciocchezzuola di Octopus’ garden. Pure… e però ci sono gli aneddoti… I quattro in copertina che attraversano la strada Paul è a piedi nudi… perché? Semplice, perché era già morto. Quello effigiato è un impostore. Allora, sulla base di questa scemenza si rinfocola la curiosità sul disco… i bitolziani si dividono, i complottisti complottano… i discografici incassano… e noi critici, peraltro, cosa possiamo dire di “Abbey Road” che non sia stato ancora detto? Un bel niente. Per il semplice fatto che tutto è stato detto, tutto e il suo contrario, è bello è brutto è mediocre… mentre lo registravano Ringo aveva i calli Lennon passava da un letto all’altro… Paul contava i milioni… quel passaggio lì non l’ha scritto Lennon, ma Harrison mentre era al bagno di un hotel di Manchester… La critica musicale è in imbarazzo… si è ridotta a parlare di particolari insignificanti o pettegolezzi oppure di sé stessa. Quando ascoltai la prima volta “Abbey road” ero ancora un bambino… dice il critico famoso… e ci scrive un libro, magari… e chi se ne frega, risponde la maggioranza, ma il supercritico se ne impipa della maggioranza… a lui importa la minoranza fessa che ancora glielo compra il libro… Capirete che, in tali condizioni, ti passa la voglia di scrivere alcunché. Allora, nel mio piccolo, che è davvero angusto e limitato perché mai scrissi libri o articoli riconosciuti dai giornali e giornaletti ufficiali  – per farla breve: non mi conosce nessuno, non faccio parte di massonerie e consorterie o gruppi, odio l’adulazione – nel mio piccolo, dicevo, posso scrivere di musica solo a due condizioni. Che serva a far conoscere un artista immeritatamente misconosciuto o a denigrare un altro immeritatamente famoso. Oppure che la musica, da sola, faccia sorgere riflessioni e discorsi a latere. Che la musica sia un’occasione montaliana per parlare d’altro. “L’arrivée de la Terne Mort Triomphante” (2010), il disco di Gnaw Their Tongues, questo terrificante conglomerato di clangori sinistri e strepiti infernali, è l’occasione giusta per parlare della Morte. Sia detto subito. Esistono due maschere della Morte. La Morte fredda, metallica, asettica, nemica e senza speranza. La Morte pietosa, consolatrice, umana, amica, pacificatrice. La Prima è nera, informe, traditrice: restringe il cuore, reca la disperazione, ha un alito fetido, il sangue verde acido; le sue urla straziano l’anima perché sono composte dalle grida disperate di chi è ci era caro sulla terra ed è già morto; assale alle spalle e stritola la sua vittima con indifferenza. Non ha volto o storia. Si ciba di ingiustizia, di quel dolore che annulla la volontà; vive negli anfratti dell’anima di chi non spera più nulla. Essa illude, mistifica, divide, istiga. I suoi trucchi fanno intravedere falsi approdi; non ha malie: se affascina è solo per perdere meglio le vittime. Ogni cosa la cambia nel suo contrario: il calore in ustione, il freddo in gelo che schianta, il sorriso in ghigno, gli occhi in cavità sanguinose, la solitudine in follia. La dimenticanza è il suo regno. Essa assorda o fa calare un velo muto fra persona e persona. Non conosce parola. Non ha nome. Non serve nessun dio o grandezza. Non ha colori poiché prospera nel’abisso che è assenza di colori. La Seconda viene di lontano, un’ombra  fuggevole e onnipresente: sappiamo che è presso di noi, da sempre, e da sempre sussurra, inascoltata fra lo strepito della gente che crede di essere immortale. Di fronte a tali spettacoli se la ride con leggerezza, richiamando la nostra attenzione, di tanto in tanto, con fare distratto, battendo fra di loro un paio di ossicini. A questo tipo di Morte piace la folla; è dispettosa, disordinata, un po’ bighellona, dotata di quell’ironia che Le viene dalla frequentazione eterna con la vita. Prende le forme che l’uomo Le ha dato nei millenni e di tali figure è orgogliosa, come può esserlo un genitore che vede il figlio fare i primi scarabocchi. Ama giocare con malinconica levità: sa già tutto; passato e futuro, ma non toglie all’uomo la suprema illusione: reputa questo un’inutile crudeltà. Invecchiamo quando cominciamo ad avere i primi rimpianti: perché, mio Dio, non ho imboccato quella strada? Perché ho scelto quel sentiero? Ma non possiamo tornare indietro: siamo deboli, o sfiduciati, oppure perché il vento ha cancellato orme e sentieri… e cominciamo a perdere la nostra innocenza quando conosciamo la Morte. La Morte avvelena l’anima e, anche se non lo ammetteremo mai a noi stessi, una risata o un brano di felicità dopo averLa conosciuta non assomiglierà mai alla pienezza di una risata o di un momento di felicità prima di averLa conosciuta. L’unica differenza è tra le Due. La prima avvelena fino ad avvizzire il cuore e prosciugare ogni nostro tentativo di speranza; la seconda inietta il tossico con dolcezza, lasciando deperire pian piano le nostre speranze, in un trascolorare che un po’ le assomiglia, uno spegnersi dolce che ha il colore del sole autunnale su una vecchia torre. Conobbi la Morte a tredici anni, ma non vi badai. Il veleno, però, già scorreva nelle vene. Mano a mano che il tempo si consumava vidi cadere amici e parenti e donne e uomini. Il veleno arrivava ora al cuore e lo serrava in un presa che nessuno al mondo poteva sciogliere. Quella mano immateriale che stringeva il petto allargò la mia mente. Cominciai a riconoscere le due Signore. Le vidi di fronte a me, chiaramente. La prima Signora, gigantesca e informe, sfiorò la mia vita quindici anni fa. Era la Morte di Gnaw Their Tongues, questa. Un clangore metallico la accompagnava, circonfusa di ghiacci eterni e indifferenti; cercò di toccarmi il petto senza riuscirvi. Essa urlava e toglieva la parola. Quando la vidi dissi solo: Ecco. Nulla venne alla mente. Aveva cancellato ricordi, amori e amicizie. Ecco. Il lampo cupo dell’autotreno attraversò la visuale davanti a me: solo più tardi capii che, in quel turbine maestoso e assordante, c’era Lei, assisa come uno spettatore senza occhi e sensi. In quel breve attimo d’incubo la storia si fece da parte per far luogo al Caso, il Dio Supremo a cui anche la Morte obbedisce. I freni, sollecitati a fondo, fecero ondeggiare l’auto qua e là scaraventandola, infine, sul metallo del guard rail che si piegò come una mano fraterna. Rimbalzai sulla corsia opposta che, di solito, era un lungo fiume di clacson e fari; stavolta, però, non vi trovai nessuno. Solo un pensionato, su una vecchia FIAT, che arrivò lento, strabuzzò gli occhi cisposi e si fermò a qualche metro da me. Ero salvo. Riuscii a rimettere in moto; la macchina arrancò come uno scarafaggio in una piazzola, e lì improvvisamente cessò le sue funzioni, come se tale ultimo sforzo ne avesse esaurito il compito terreno: lo strepito della radio, il baluginio delle spie luminose e i fluidi che la innervavano come sangue inorganico posarono per sempre. Reincontrai molte volte la Prima Signora. Quando mio padre cadde quasi morto in casa, quando diagnosticarono un tumore a mia madre, quando mi persi all’ospedale e attraversai il reparto dei bambini leucemici; la vidi a Guantanamo, in Siria e alla tavola d’un matrimonio in Afghanistan, confusa con le prime ombre della notte, mentre osservava il sangue di quaranta invitati scambiati per terroristi da un drone di combattimento mandato lì con un cenno psicopatico da Bush o dal Premio Nobel per la Pace Barack Obama, vai a capire. In forma di serpente l’ho vista scivolare via dalla bocca di un Papa, di Netanyahu, di Lagarde, di Clinton e degli azzimati presidenti di FAO, ONU o di quelli che volete voi; col gelo nel cuore – il brivido d’una rivelazione immediata – l’ho riconosciuta in una foto – era Lei, senza dubbio – acquattata nel buio del bianco e nero, alle spalle di Donatella Colasanti. Cadeva a brandelli dal corpo di Kim Phúc; era nel portabagagli a via Fani, sui muri calcinati di Hiroshima. Sempre Lei, eterna, negli algoritmi delle banche, nel profumo persistente dei detergenti dei grandi uffici finanziari, nella trasparenza delle vetrate dei ministeri o, più orrenda, nelle cifre digitali dei debiti; nel sudore dei disoccupati, nel lerciume dei poveri matti, abbandonati a sé stessi; stillante dalle flebo, negli ospizi, sino alle vene esauste dei vecchi, buttati come sacchi da carne da preservare in nome della carità pelosa, ma già morti per tutti, le rughe che solcano volti già arresi all’indifferenza; la vidi come un magma incolore, alla televisione, soffocante e mediocre, o nei postriboli pedofili, a Roma, New York, in Thailandia, o dove vogliono i padroni del mondo; sulla punta della penna di Presidenti che tradiscono il proprio paese… era lì, sempre Lei, inchiostro e numeri e articoli di legge, codicilli, testi unici, nei microscopi dei ricercatori al soldo del miglior offerente; sulla lingua di chi ordinò i massacri iugoslavi, nel nome della democrazia; non c’è mai stata tanta democrazia come nel nostro 2017. Per fortuna c’è anche la seconda Signora. Questa mi piace e me la sono fatta amica. Dove sono io è Lei. Un’ombra gentile da cui è impossibile liberarsi. Sono in ufficio, al bagno, in vacanza e Lei è lì, impassibile e irriferibile, anche se il mio occhio, da vecchio chierichetto, se la immagina con un ghigno furbesco e ammiccante a cento denti. Mi corico e Lei si corica vicino a me. A volte, preso dai turbini del quotidiano, mi dimentico di questa diuturna presenza: e allora Lei, appena cala il silenzio, fa tinnire femori e tibie come la penna d’un insegnante sulla cattedra, a richiamare lo studente svagato: “sono qui, cosa credevi?” Ma non dà fastidio, anzi. Giochiamo lunghe partite in cui perdo inevitabilmente, fino all’ultima fiche: potrebbe essere altrimenti? Eppure sono sfide divertenti. Le dico: “c’è speranza?” E Lei dice no, “non c’è speranza”. La risposta, tuttavia, non reca disperazione, vanta l’allegrezza dell’ineluttabile; e poi me la aspetto, è giusto che sia così. Lei non parla, non come ci si aspetterebbe. Un fruscìo di foglie secche equivale a lunghe conversazioni; io li intendo subito questi dialoghi distesi e oziosi, da conoscenti antichi. Un mio privilegio. È premurosa come una madre invadente. A volte mi lascia dei messaggi incisi con le unghie delle dita calcinate. Nessuno li vede, ma io sì. Oppure lascia regali. Una lettera mai spedita, un ciondolo, un libro dalle coste sbriciolate. Prendo il libro, lo lascio riposare nella mano e quello, come tutti i libri di cui si è lungamente consultata una pagina, si apre da solo con un leggero crocchiare; un gradevole tanfo di chiuso e muffa sale alle narici… e allora leggo: First our pleasures die – and then / our hopes, and then our fears – and when / these are dead, the debt is due, / dust claims dust – and we die too”. A volte è lei a condurmi da qualche parte. Inavvertitamente. Lei è la Signora del mondo, ma non costringe nessuno. Ci si ritrova in luoghi che nessuna stima, ricolmi di aspettative, emozioni e speranze e dolori. Inutile descriverli: sono troppo comuni e, perciò, nascosti all’occhio d’ogni giorno. Non capireste se ve ne parlassi. Ognuno, poi, ha i suoi. Giorni fa ho ritrovato una cassettina di legno che restaurai a suo tempo. Vi sono incise delle iniziali: L.G.. Sono le iniziali del mio nonno paterno. Un brav’uomo, davvero. In questo minuscolo ripostiglio rinvengo tutta la sua vita. Foto, documenti di identità, medaglie da finanziere, lenze da pescatore, una cartucciera, una radiolina, uno specchio, il rasoio, la mappa di Roma, un portamonete, gli occhiali. Non il vecchio orologio, che portava sempre con sé dagli anni Quaranta e che gli fu scippato poco prima che mi lasciasse: Quando morirò questo sarà tuo: lo avrà ripetuto mille volte. Nella cassettina ci sono anche i miei nonni paterni: anche qui foto consunte, le tessere dei Coltivatori Diretti, statini della pensione. Della mia nonna materna poco rimane: l’immagine funebre del 1962, una riga tremolante scritta con inchiostro azzurrino. In pochi centimetri cubi ci sono quattro esistenze, trecentoventisei anni di vita. E allora? Quale il senso? Un tarlo fa scrocchiare i mobili. È la Morte al lavoro, la riconosco. Quella più carezzevole e dolce che striscia lungo gli angoli, si rintana nelle fenditure dei muri, e guarda dall’orologio a parete, bloccato su ore dimenticate: attendo la rivelazione. Sorella Morte, Sposa immortale, cosa vuoi dire per consolarmi?

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