Gli Archimedi: “Forvojaĝi” (2018) – di Marco Valerio Sciarra

Un arco sfiora le corde di un violino, o di un violoncello, o di un contrabbasso, e crea un suono. Quel suono nell’aria, in un insieme di note, è musica in grado di trasmettere emozioni, trasportare attraverso il tempo. In quel caso l’arco è una porta, un ponte, che promette di viaggiare da un periodo storico all’altro, da un Paese all’altro, da un genere musicale all’altro… tutto questo attraverso un suono: i suoni, una melodia, un brano. Così Andrea Bertino al violino, Luca Panicciari al violoncello, Giorgio Boffa al contrabbasso, con i loro strumenti viaggiano in cerca di autore, riuscendo a trasformare brani che non sono stati scritti per un trio d’archi e ad adattarseli addosso come se fossero loro. Ci fanno vivere l’atmosfera degli Stati Uniti d’America degli anni cinquanta in cui si produceva grande Jazz e altrettanto grande Rock’n’Roll come se, Charlie Parker, Bill Evans o Chuck Berry avessero scritto partiture direttamente per loro… o ci riportano al momento della creazione di brani tradizionali da Israele all’Irlanda. Non hanno paura di affrontare tematiche medievali né quelle classiche. Anche Edith Piaf non aveva mai pensato ad un trio d’archi ma ci hanno pensato loro. Non poteva mancare certo un passaggio nella Buenos Aires degli anni venti per farci respirare l’aria malinconica e passionale del Tango. Una volta che la voce è arrivata agli intellettuali brasiliani anche loro si sono cosparsi il capo di cenere perché le loro composizioni sarebbero state perfette per gli archi. L’unico a non avere niente da rimproverarsi è Django Reinhardt, lui con il suo manouche, con il violino c’è sempre andato d’accordo. Un progetto fatto di archi, per Gli Archimedi, e di viaggi, chiamato appunto “Forvojaĝi”. Quattordici migrazioni spazio temporali in cui possiamo apprezzare Johnny B. Good o Billie’s Bounce, La Vie En Rose o Rondò Alla Turca, Um A Zero o Agala Im Susa e altri capolavori nei loro generi d’appartenenza. Tutte situazioni completamente diverse tra loro ma con un unico filo conduttore: anche se i brani sono adattati e arrangiati, in maniera eccezionale e coinvolgente per un trio d’archi, riescono a mantenere lo stesso spirito e la stessa atmosfera degli originali, grazie alla capacità di trasformare di volta in volta i loro strumenti in modo da sembrare altri strumenti. Riescono ad essere pianoforte e chitarra elettrica, ma anche percussioni e fisarmonica, clarinetto e sassofono. Ci sentiamo di menzionare in special modo un brano che ci sta particolarmente a cuore per affinità spirituale: Autumn Leaves, in cui il trio raggiunge vette di emozioni elevatissime e… in quel caso gli archi si trasformano in arcobaleno, per condurre direttamente in braccio alla magia.

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