GLI ANNI ’70 E IL PUNK – di Erica Burdon –

Frequentavo l’ultimo anno di liceo e un messaggio potente arrivò dal Regno Unito: “No future”.
“Cacchio! E’ vero! Devo scegliere la facoltà… è passato un decennio da quando i figli degli operai (quale sono io) hanno potuto accedere alla Cultura e a posti di lavoro di responsabilità (che prima erano tramandati a regole assurde di nepotismo)”
pensai. Oggi neppure la laurea ti garantisce la possibilità di esercitare la professione dei tuoi sogni. In poche parole, istruito o meno, rischi seriamente di essere disoccupato a vita o schiavizzato… ma questa è un’altra storia o forse anche no.

Copia di punk burdon prima

Dicevamo: “No future”. Dall’America e dal Regno Unito arrivò questo messaggio semplice ma di estrema forza: “Respingere la cultura dei mass media, il consumismo sfrenato, denunciare la precarietà, distruggere le certezze che ci preconfezionano”. Era la voce del proletariato urbano (soprattutto di Londra, New York e Los Angeles), che si esprimeva soprattutto attraverso la musica, impregnata di una musicalità semplice e velocissima. Accordi di chitarra ripetuti. La voce roca e graffiante urlata nel microfono. Distorsioni spacca timpani. Questa essenzialità permetteva a tutti quelli che lo desideravano di costituire bands per esprimersi in totale libertà. Permetteva a tutti di esibirsi di fronte a un pubblico dissacrato e dissacrante. Giovani che tentavano d’impossessarsi della propria vita suonando, cantando, scrivendo come i personaggi famosi. Bisognava credere in sé stessi. Produrre (sotto) cultura per essere intellettuali liberi da ogni logica di mercato e di guadagno. Questo era il messaggio che contava, quello che doveva passare per risvegliare i morti viventi che giravano per strada, incoscienti di star vivendo una non vita, perseguendo modelli imposti da chi li governava.

Copia di punk burdon seconda

Per svegliare le coscienze bisognava scandalizzare, per cui non ci si preoccupava di girare con vestiti logori e consumati carichi di simboli (borchie, catene, lucchetti) come a testimoniare la condizione di schiavitù in cui era mantenuta la classe operaia.
Forse chiarirà meglio chi sia un giovane punk, la frase tratta dal film russo di Slava Tsukerman “Liquid Sky” (1983): “I Punk indossano una maschera che è lo specchio di una società che loro considerano malata, ma la differenza è che loro ne sono consapevoli, mentre la gente comune indossa simboli e maschere di benessere ogni giorno, senza saperlo”.

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5 pensieri riguardo “GLI ANNI ’70 E IL PUNK – di Erica Burdon –

  • Dicembre 6, 2014 in 9:21 am
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    Anni profetici i ’70. Profetici per chi li ha vissuti ed ora si ritrova a vivere quest’ultimo di decennio dove davvero non esiste un futuro certo,concreto. Viviamo accompagnati dal nulla, con una costante sensazione di non esistere, di essere sempre di più una pedina a cui, solo in parvenza, sono permesse mosse e decisioni.

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  • Dicembre 6, 2014 in 12:49 pm
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    Beh…
    io gli anni ’70 li ho vissuti a piene mani. Me ne sono nutrito…e ho sempre considerato il Movimento Punk una logica conseguenza di ciò che stava accadendo. Sia socialmente che culturalmente, e quindi anche musicalmente, era intrinseco un netto rifiuto di tutto ciò che era stato fatto. Condivisibile o no, questa “piccola rivoluzione” ha introdotto i tristissimi anni ’80…
    E poi, musicalmente….
    era tutta gente che valeva poco.

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  • Dicembre 6, 2014 in 1:37 pm
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    L’articolo è sicuramente ben fatto eh, anche se non lo condivido del tutto. In primis, da “metallara”, non apprezzo il genere, seppur divertentissimo da suonare (in quanto basta imparare quattro accordi). In secondo luogo è tutta una contraddizione: gruppi punk che non si “piegavano alle logiche di mercato” sono diventati ricchi e famosi quanto una Lady Gaga qualsiasi. Quindi il loro principio si sfalda davanti alle sterline. Inoltre la paura per il futuro non è una giustificazione per drogarsi come Sid Vicious. Ma è solo la mia opinione per carità 😉 poi ha avuto comunque grande importanza come genere, ha influenzato molto anche altre band.. Ma fortunatamente è morto. Punk is Dead. Non che ora ci sia di meglio eh! (con questo ne approfitto per consigliarvi l’ascolto di band Hard-Core punk come i Dente di Lupo… ahahah… a modo loro sono rivoluzionari!)

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  • Dicembre 6, 2014 in 7:20 pm
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    I Punk indossano una maschera che è lo specchio di una società che loro considerano malata, ma la differenza è che loro ne sono consapevoli, mentre la gente comune indossa simboli e maschere di benessere ogni giorno, senza saperlo”.
    https://www.youtube.com/watch?v=aZHyPsbP_lI

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  • Luglio 9, 2015 in 8:37 am
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    Ringrazio tutti quelli che hanno tenuto vivo questo articolo con i loro interventi. Li ho apprezzati tutti, perché tutti hanno dato un buon contributo. Penso che ogni movimento sia figlio di una dato momento storico. Poi viene inglobato e omologato. Faccio un esempio: basta convertire un’idea rivoluzionaria in un fenomeno modaiolo ed ecco che si è già bruciata l’IDEA. Comunque ritengo che in ogni pensiero artistico si possa riconoscere un insegnamento. Ci possa aiutare a capire chi siamo e cosa abbiamo bisogno. Dipende dalla sensibilità e dal bisogno del fruitore. Non dovremmo fossilizzarci pensando che un dato contributo artistico sia migliore di un altro. Tutti gli artisti hanno dato, danno e daranno il loro input. Sta al nostro particolare modo di affrontare la vita, capire se quel dato messaggio può aiutare a conoscerci e a vivere meglio.

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