Gli Albafar al “Mistero buffo” di Acireale – di Valeria La Rocca

Mi scollo dal divano malvolentieri, ma accolgo la telefonata di un’amica che per una volta mi chiama. “Andiamo a sentire gli Albafar? Sono bravissimi, devi sentirli! Io vado a bere qualcosa con degli amici e ti raggiungo lì”. Controllo il link che mi ha mandato e realizzo che sono loro. Avevo assaggiato spezzoni di concerti qua e là, trascinando con me amiche interessate più a capire “che ambiente c’è” al “Mistero buffo” che ad ascoltare musica. È già da un po’ che vado in giro da sola di notte in cerca di una dose. Ci sono vari tipi di dipendenza, ma la mia credo sia diversa da tutte. Non posso accontentarmi di merce qualunque. Quello che mi serve è roba capace di scuotermi, di lasciarmi in bocca un gusto intenso e la voglia di risentirlo. Breve rassegna fotografica del locale in cui si svolgerà il concerto, giusto per capire se la scelta dell’outfit sia opportuna, perché apparire di questi tempi è comunque la sostanza. Per le strade lastricate di basalto grigio luminescente per la pioggia appena dispersa, non c’è nessuno, tanto che miracolosamente trovo posteggio sulla piazzetta poco distante. Mi dirigo a piedi, in salita, tanto per cambiare (la Sicilia è una strada in salita, lastricata di spigoli su cui procedere in equilibrio). Ingoio l’aria e inforco le scale d’ingresso, pronta al prossimo pugno nello stomaco, consapevole di essere sola anche stavolta, ma ne ho bisogno. Sulla porta ci sono “loro” che aspettano che ci sia più gente per iniziare.
Decido di aspettare la mia amica e mi rimetto sulla strada a fumare la mia sigaretta mentre messaggio con l’amico virtuale che pazientemente cerca di convincermi che c’è ancora tempo per arrendersi. Decido di entrare e chiedo alla ragazza all’ingresso qualche informazione sul locale. Lei mi srotola davanti la descrizione dettagliata delle attività con voce cristallina e tintinna “lei conosce le attività della nostra associazione?” Io le sorrido e con l’amaro in bocca le dico che può darmi del tu. Realizzo che quando lei ancora non era nata facevo parte del territoriale e quando il dejavu comincia a sopraffarmi decido di entrare. Ho bisogno di una dose. Poche persone in una stanza piccola ma accogliente. Ogni angolo è concepito per accogliere il rito. Gli attori sono pronti: Albafar è l’acronimo sotto il quale si sono riuniti i tre musicisti Salvo Barbagallo (detto Barbas sax soprano, ney e oud), Pier Paolo Alberghini (contrabasso), e Fulvio Farkas (tabla indiane, darabuka, percussioni). Un nome dalle sfumature esotiche per un incontro musicale inusuale che fonde jazz, folk, e sonorità tradizionali da tutto il mondo. Come dicono loro «un “elogio dell’incoerenza”, un vagabondaggio senza sosta, l’esaltazione di un “rifiuto”, la negazione del catalogabile in etichette di genere, del facile manierismo di pratiche stilistiche prefissate. Musica errante, migrante, senza confini, in perenne randagismo».
Le prime battute sono ancora fredde, l’aria non si muove ancora. Barbas comincia con il liuto, presenta lo strumento ma dopo poche battute preferisce far parlare il legno e inizia il primo volo. Tutti e tre gli strumenti si aggirano immobili e sottovoce sul palco per cercare la collocazione sonora giusta e pian piano si fermano, stabiliscono le distanze di sicurezza. Quel giusto arco di autonomia vibrazionale che permette a ciascuno di esprimersi liberamente, sicuri che nell’atterraggio gli altri siano pronti ad attutire la caduta. Giocolieri del suono, acrobati del volo, si reggono il piede e offrono sostegno per lo slancio e la ruota nell’aria. E si scambiano il posto… senza dirselo… ad occhi chiusi… non serve guardare. Io che invece guardo e divoro ogni movenza, noto ogni impercettibile gesto e alla fine del concerto mi avvicino timidamente e gli restituisco le emozioni, grata di aver placato anche stanotte la mia fame.
Fra una battuta e l’altra chiedo a Barbas se il modo che ha di roteare la campana del sax sull’ultima corda sospesa di Pier Paolo, quasi in cerca dell’onda sonora che propaga, sia un effetto intenzionale, un gesto ricercato. Lui mi guarda sorpreso e mi confessa che non ha idea di ciò di cui sto parlando, che non se n’era mai accorto. Così aggiungo un tassello alla mia teoria: la musica è una lingua antica, ha il suo lessico, la sua grammatica, una sua tonica. Ogni genere ha la sua e se vuoi comprenderla devi sintonizzarti sulla stessa frequenza, quella e non un’altra. Non sempre il mittente è consapevole del messaggio che invia e quasi sempre l’ascoltatore lo modifica, lo rimodella regolandolo sulle proprie corde. Onde che si infrangono, si mischiano, si cambiano a vicenda, che partoriscono nuove vibrazioni. Si resta a parlare un po’, a scambiarsi opinioni sul fatto che in Italia non puoi vivere di musica ma che la musica per tanti come me è vita, che si fa fatica a creare ambientazioni adatte ad accogliere le sperimentazioni, la condivisione. Che è sempre più frequente il tecnicismo pavoneggiante che non la condivisione fra musicisti. Che gira e rigira si vedono sempre le stesse facce in giro in una sorta di baronato musicale. Saluto i miei nuovi pusher e mi avvio sulla stradina lastricata di basalto, questa volta sottobraccio alla mia amica, anima rara di donna che si aggira sola di notte come me in cerca di una vibrazione che curi l’anima dolente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: