Glenn Hughes: Tutto nasce dal basso… e dalla voce – di Gabriele Peritore

Quella di Glenn Hughes è una storia di riabilitazione, di ritrovamento, di rinascita. Non sono bastati più di vent’anni di eccessi e immersioni totali nel mondo delle sostanze per farlo fuori, come è successo a tanti suoi colleghi, anche molto vicini. Lui è duro a morire e così sul tramontare degli anni ottanta finalmente riesce a disintossicarsi e a far coincidere i suoi strumenti principali, i doni che la musica gli ha fatto; la voce, una voce Soul (rarissima in un bianco) e il basso, dal sound funk, richiestissimo da tutti i maggiori musicisti negli anni settanta e ottanta. Soltanto nel 1994 riesce a elaborare il progetto che possa esaltare entrambe le sue qualità in maniera esemplare, riversando tutte le sue esperienze vissute e l’evoluzione esistenziale e tecnica nell’album “From Now On…” A dire il vero aveva iniziato proprio così la sua carriera. Poco più che adolescente, insieme ai musicisti Dave Holland e Mel Galley, fonda i Trapeze, con i quali pubblica due validi album in cui può esibirsi con la voce e con il basso. Le sonorità espresse sono principalmente Hard Rock. Le buone prestazioni con i Trapeze gli fanno guadagnare una visibilità tale che gli aprirà le porte di una delle band Hard Rock più importanti degli anni settanta, i Deep Purple, in fase di rinnovamento del quintetto per l’abbandono di Ian Gillan e Roger GloverGlenn Hughes accetta, pur accontentandosi soltanto del ruolo di bassista, ma il suo sound arricchisce di molto quello della band, con sonorità Funk e Soul, e anche se per motivi contrattuali la sua firma non compare, l’album “Burn” è uno dei più belli di quel periodo. Poi vengono altri due superbi lavori in studio come “Stormbringer” (1974) e “Come Taste The Band” (1975) nel quale trova una sintonia totale con Tommy Bolin, il chitarrista che sostituisce Ritchie Blackmore nell’ultimo disco. L’abuso di sostanze da parte di quasi tutti i membri, ma soprattutto del nuovo arrivato, fa saltare il tour del 1976 e porta allo scioglimento della band. Alla luce della nuova sintonia provata con Tommy Bolin idea un progetto da mettere su con il chitarrista, che però proprio in quei giorni perde la vita per overdose di eroina. È un dramma che segna Glenn in profondità. In una personalità sensibile, la voglia di lasciarsi andare è più forte di quella di lottare. Anche se proprio in quel periodo conosce Stivie Wonder che gli passa qualche fondamentale consiglio su come indirizzare la voce, tanto da guadagnarsi il soprannome di The Voice of Rock”, e vive un momento di maggiore libertà espressiva, potendosi permettere, quindi, di entrare in sala di incisione per registrare l’album “Play Me Out” (1977), un buon lavoro che concentra tutte le sue preferenze Soul, tralasciando però parte delle sue radici Hard Rock; elemento non da poco, che non regala la totale essenza delle sue caratteristiche. Se il suo lavoro da solista sia un successo o meno probabilmente non ha la lucidità per comprenderlo appieno. Sul finire degli anni settanta si ritrova a dover riorganizzare la sua carriera. Inizia così per lui un periodo sempre più destabilizzato dalle sue dipendenze e fragilità, caratterizzato da eccessi nel consumo di sostanze e fallimenti di progetti mai nati o morti sul nascere, ma anche da innumerevoli collaborazioni eccellenti (tra cui spicca l’album con Tony Iommi dei Black Sabbath, “the Seventh star” del 1986) ma che durano poco, troppo poco per la sua stabilità emotiva. Il 1989 è l’anno della svolta, grazie a David Coverdale, con cui aveva collaborato nei Deep Purple, che lo invita a disintossicarsi per inserirlo nei suoi progetti. Glenn lo ascolta, e la fa finita con tutto, riscoprendo anche la propria dimensione spirituale. Da questo lungo periodo di crisi anche interiore, a trentasette anni, dopo aver vissuto tutte le esperienze che aveva la possibilità di vivere, esce totalmente ripulito e armato di buone intenzioni e, dopo aver inciso nel 1993, “Blues”, una raccolta di reinterpretazioni di autori da lui amati e per lui significativi, nel 1994 firma questo autoritratto del nuovo sé che scaccia via i fantasmi del passato, un album che racchiude alcuni dei brani più importanti della sua vita. La sua voce, finalmente, è libera di esprimersi in tutta la sua poliedricità, impreziosendo i testi, che ricordano la sofferenza che precede la rinascita personale, con toni caldi e sognanti, acuti, grintosi, in composizioni originali e diversissime fra loro in cui tesse melodie sempre gradevoli, sostenute da arrangiamenti che toccano tutti i generi a lui più consoni ma sostanzialmente Rock, del Rock più genuino. Riesce anche a togliersi il lusso di riproporre “Burn”, con la maturità acquisita ma con la stessa voglia di spaccare il mondo di un ragazzino. Dopo questo album, Glenn Hughes non sbaglierà quasi più un colpo, mettendo in serie altri lavori di pregevole valore, collaborando ad un’infinità di brani di altri musicisti e partecipando attivamente alla creazione di progetti molto interessanti. Grazie a “From Now On…” riesce finalmente a mettere a fuoco il suo stile che unisce The Voice of Rock” al portentoso basso.

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