Glenn Hughes: “Resonate” (2016) – di Nicola Chinellato

Nonostante i Black Country Communion siano ormai da qualche anno lettera morta a causa dei dissapori fra Glenn Hughes e Joe Bonamassa (ma si sta ventilando un ritorno proprio in questi giorni) l’ex Deep Purple non ha lasciato soli i tanti fans che lo seguono con affetto fin dai tempi dei Trapeze. Prima, una band nuova di zecca, i California Breed, e un disco ben fatto ma estemporaneo; oggi, finalmente, un nuovo album solista, che arriva dopo ben otto anni dal precedente “First Underground Nuclear Kitchen”. “Resonate”, questo il titolo del full lenght di Hughes, è la cartina di tornasole di uno stato di forma eccellente e di una creatività ora maggiormente libera di spaziare rispetto ai precedenti progetti, che vedevano il bassista nella veste più defilata di membro di una band. The Voice Of Rock torna, dunque, alla grande, con una scaletta di brani gagliardi che, pur con qualche occasionale concessione a derive funky/soul, guardano maggiormente al passato hard rock di una carriera quarantennale. Inevitabile, quindi, trovare frequenti riferimenti ai Deep Purple, nei riff di chitarra dell’ottimo Soren Andersen e nell’hammond spolverato con perizia da Lachey Doley; ma anche all’esperienza passata con Tommi Iommi (“Fused” del 2005) e, naturalmente, a quella con i citati BCC. Impeto e sudore, i consueti ammiccamenti ai favolosi seventies e un pugno di canzoni quasi tutte di ottima fattura, con picchi davvero ragguardevoli negli episodi potenti di Flow e Let It Shine, o nella classica ballata When I Fall;  sono tutto quello che troverete in un signor disco, che rinverdisce i fasti di un rock prevedibile ma come sempre goduriosissimo. Ciò che maggiormente stupisce, tuttavia, è la voce di Hughes che, arrivata alla veneranda età di sessantacinque anni, dà vita a una performance incredibile: per potenza, duttilità ed estensione faccio fatica, in ambito hard rock, a trovare un possibile paragone che regga il confronto. E sta proprio in questo valore aggiunto la bellezza di un lavoro che, pur non raccontando nulla di nuovo, contribuisce ad alimentare ulteriormente la leggenda di un musicista che da un punto di vista professionale ha raccolto forse molto meno di quanto abbia seminato. Tutto come da copione, ma recitato benissimo.

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