Giuseppe Tornatore: “Una pura formalità” (1994) – di Alessandro Freschi

“Ricordare, ricordare è come un po’ morire. Tu adesso lo sai perché tutto ritorna anche se non vuoi. E scordare, e scordare è più difficile. ora sai che è più difficile, se vuoi ricominciare”.
Nel biancore dell’alba l’impenetrabile commissario Leonardo Da Vinci gli ha appena augurato Buon Viaggio”, apostrofandolo come Maestro, e lui, celebre scrittore in decadenza, è salito a bordo di un furgoncino bianco per essere condotto lontano. Molto lontano. Aldilà. Sulle note composte dal Maestro Ennio Morricone con il figlio Andrea, un monumentale, per stazza e carisma, Gérard Depardieu intona questa strofa in italiano mentre scorrono i titoli di coda di “Una pura formalità” (1994), quarto lungometraggio di Giuseppe Tornatore presentato al Festival di Cannes del 1994 e vincitore del Globo d’Oro per la fotografia di Blasco Giurato e del David di Donatello per la sceneggiatura di Andrea Crisanti.

Un diroccato avamposto alla fine del mondo, un interminabile faccia a faccia tra un funzionario di polizia ed un disorientato e misterioso individuo rinvenuto a girovagare nei boschi. Un omicidio sul quale indagare, una deposizione contraddittoria, un perpetuo ed ambiguo cambio di ruolo tra vittima e carnefice. Tutto mentre fuori è notte fonda e piove a dirotto e l’acqua battente si insinua attraverso le crepe del soffitto e rimbalza nelle bacinelle sistemate sul desueto proscenio della vicenda. Sono questi orditi angosciosi ed elusivi a caratterizzare “Una pura formalità”, capolavoro del regista di Bagheria girato nel borgo abruzzese di Santo Stefano di Sessanio e sorretto dalla magistrale interpretazione teatrale dell’insolita coppia Polański-Depardieu (doppiata per l’occasione nelle versione italiana dall’altrettanto insolita e vincente coppia Pani-Gullotta) ed al quale prendono parte, tra gli altri, un giovane Sergio Rubini ed il compianto Tano Cimarosa
Tornatore porta sulla scena un delirante noir nel quale, mischiando reale ed immaginario, tiene in scacco lo spettatore di turno, svelando solamente nelle battute finali il reale leit-motiv della pellicola. Ciò che appare ai nostri occhi infatti non appartiene ad un mondo terreno ma è figlio di una delirante dimensione post-mortem nella quale l’anima del suicida romanziere Onoff (Gérard Depardieu) si ritrova ad agitarsi nell’inconsapevole tentativo di risalire al movente dell’insano gesto. Il commissario (Roman Polański) altro non è che la sua guida spirituale, il tramite indispensabile – attraverso il recupero e la comprensione della memoria – per l’acquisizione di un estremo salvacondotto. Ripercorrendo a ritroso i fotogrammi è possibile renderci conto degli innumerevoli dettagli che il regista sparge subdolamente nel corso del claustrofobico interrogatorio per allontanarci dalla falsa evidenza della storia; orologio dalle lancette spezzate, linee telefoniche perennemente fuori servizio, penne senza inchiostro sono elementi che custodiscono la drammatica chiave di lettura del film, sorta di discesa agli inferi senza possibilità di alcuna risalita e, quando scopriamo che tra i teli che dovrebbero contenere la salma non sono presenti altro che i documenti e le fotografie di Onoff, il sospetto che l’iniziale sequenza del presunto omicidio sia stata apprezzata dall’angolazione errata inizia a farsi prepotentemente strada. Un piccolo gioiello della cinematografia tricolore degli anni novanta.

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